Il brand, infatti, non solo ha puntato su iniziative strettamente legate all'abbigliamento, ma ha anche costruito un'intera campagna incentrata, più in generale, sulla figura della donna: l'intento è stato quello di valorizzare l'immagine femminile, troppo spesso svilita e deteriorata da media e opinione comune.
Inutile dire che quando mi hanno telefonato per comunicarmi che sarei stata io la globe-trotting Maggie sono caduta dalla sedia per l’emozione.
Ho viaggiato in diversi paesi e frequentato eventi, sia come ospite che come ficcanaso, condividendo sempre tutto in rete, spesso in tempo reale.
L’intera campagna è una vera bomba.
La rivoluzione inizia con lo slogan “Women will save the world” tatuato su una banda rossa che copre le terga di quattro modelle fotografate di spalle: perché per salvare il mondo le donne non hanno bisogno di mostrare “tette e culi”.
Un altro elemento rivoluzionario è sicuramente la promozione dei talenti emergenti, che vengono “addirittura” retribuiti. In Italia, i lavori creativi sono pagati raramente: in cambio di una presunta visibilità o di benefit ridicoli (l’accesso gratuito a mostre, eventi, spettacoli) si pretende lavoro gratuito (anche il “grazie” è talvolta un optional per il quale dover lottare a mani nude).
Maggie invece ha garantito a me uno stipendio mensile come blogger, ha ingaggiato giovani fotografi per il lancio della nuova collezione PE2012, e ha premiato con 2.500 euro i vincitori del video contest.
Video-contest che ha rappresentato un’altra rivoluzione nel settore: i
Chicken McFrame Production hanno infatti vinto con una nonnina come testimonial. In un mondo fashion-mediale dove la figura della donna è al centro di enormi e motivatissime polemiche, Maggie non ha puntato solo sulla qualità dei contenuti (etica ed estetica, un binomio possibile?), ma grazie alla premiazione dei Chicken McFrame ha anche riportato sul palcoscenico la figura incantevole e tremendamente poetica della donna matura e dei suoi sogni.
Durante la tua esperienza hai avuto l'occasione di incontrare donne straordinarie e personaggi molto diversi tra loro: quale/i hai amato di più? Perché?Senza ombra di dubbio ho un debole per le donne mediorientali perché sono delle combattenti ineguagliabili e sanno custodire dentro di sé narrazioni potenti e intense.
Il mio più grande rammarico sono state invece le donne francesi: nessuna ha accettato interviste.
Come nascono le idee, i progetti e le intuizioni giuste per i tuoi pezzi?
Non ti so dire se le mie intuizioni siano giuste, ma di fatto sento come la “succulenza”, quell’acquolina che inumidisce le fauci mentali al cospetto di una buona storia. A livello pratico bisogna mettersi lì, di fronte al computer, con grande appetito emotivo e setacciare il mondo cercando di fiutare la donna giusta.

Elena Torresani a Istanbul, 2012Grazie a Maggie hai potuto viaggiare molto, conoscere culture e popolazioni affascinanti. Qual è il viaggio che più ti è rimasto nel cuore?La Turchia mi ha sconvolto per l’accoglienza con cui mi ha ospitata e per la dinamite vitale che abita le sue donne.
Ma ad avermi preso davvero allo stomaco è stata la
Palestina, una terra meravigliosa che ha subito una delle più grandi ingiustizie della storia, ma che sa ancora cantare.
Facendo riferimento al tuo esordio nel campo della scrittura, come completeresti la frase: "Tutto ebbe inizio con..."?
Nella mia vita reale tutto ebbe inizio con la Smemoranda. Nella mia vita virtuale tutto ebbe inizio con Myspace. A seguire, Wordpress, Facebook e Twitter trasformarono la mia vita. Nel mezzo c’è stata Monica Papagna, una fotografa di Milano che nel 2007 mi propose di scrivere qualcosa per il vernissage della sua mostra “Fil Rouge” alla Marena Room Gallery di Torino: questo “qualcosa” diventò il mio primo libro.

Prima di approdare a Maggie hai avuto modo di "esercitare la tua penna virtuale" su altri magazine online? Sei riuscita a stringere collaborazioni con testate web che proseguono ancora?
Negli ultimi sei mesi Maggie ha assorbito i miei giorni e le mie notti, e ho dovuto mettere in stand-by ogni altro progetto. Precedentemente ho collaborato con
Afterix, scrivendo di arte, teatro e cultura, e con Fashionblabla, un magazine online impavido che decise di affidarmi la
rubrica “Beata Ignoranza”: il punto di vista sulla moda di chi di moda non sa una cippa!
In parallelo, ovviamente, ho sempre continuato a scrivere sul mio
blog personale.
Nonostante gli innumerevoli impegni professionali e una vita lavorativa molto frenetica, sei anche riuscita a trovare il tempo per scrivere due libri, "L'inferno di Eros" e "Giulietta prega senza nome". Questi testi hanno alle spalle due storie molto diverse tra loro, a partire dall'ispirazione iniziale fino alla pubblicazione vera e propria: vuoi raccontarci meglio come sono nati?

“L’inferno di Eros”, come ho detto sopra, è nato da una casualità artistica: me lo sono trovato tra le mani senza nemmeno rendermene conto... Un parto inconsapevole.
“Giulietta prega senza nome” invece è stato un libro tanto desiderato e tanto sofferto, nato dalla storia dolorosa e bellissima di una donna a me vicina. Auto-pubblicato su
ilmiolibro.it come book-on-demand e arrivato in finale in un concorso organizzato da Feltrinelli, vedrà presto un’edizione vera e propria grazie ad una piccola casa editrice sarda appena fondata da due donne strepitose:
Voltalacarta.Ci sono l’isola forte, il mare sullo sfondo delle parole, le donne di terra e sogni, e pure De Andrè: un legame professionale che mi riempie di gioia.
Hai in cantiere altri libri? Nel caso, puoi svelarci qualche dettaglio in più?
Sì, ho due libri congelati che riprenderò prestissimo, non appena ritornerò ad avere un lavoro di 40 ore la settimana come tutti: un libro di sopravvivenza (nel senso che scriverlo è stato il mio unico modo di sopravvivere psicologicamente) alla mediocre e psicolabile imprenditoria di alcuni capitani d’industria della piccola provincia; e un libro che racconta una vicenda famigliare dolorosa, la storia di una bambina speciale e tradita.
La tua vita è quasi interamente dedicata alla scrittura e alla comunicazione. Ma cosa significa, al giorno d'oggi, vivere di sola scrittura in Italia? Quali sono i limiti presenti?
Sfortunatamente non vivo di sola scrittura: in Italia è un privilegio riservato agli autori di molto talento, molta fortuna o buoni contatti. Tagliata fuori da questo Olimpo, mi faccio un “culo” quadro perché c’ho il sacro fuoco dell’impellenza di raccontare, la lingua acuminata e poco arrendevole!
Scrivo solo cose vere, i miei libri (o i miei post) sono romanzati per proteggere l’identità dei protagonisti ma non sono mai frutto della mia fantasia (dote di cui sono totalmente priva). Scrivo con uno scopo sociale preciso, sia che decida di parlare di pertugi vaginali sia che mi trovi a parlare di eutanasia.
I limiti? Che l’Italia è un paese di trafficoni e marchettari, editoria inclusa. Che l’Italia è il paese della Gazzetta, e la media annuale dei libri letti è uno a testa. Che il top-trend del mio blog rimane perennemente il post intitolato “MILF”.
Avendo viaggiato molto, hai potuto certamente stilare dei termini di confronto tra l'Italia e altri Paesi: si percepisce molto la differenza di considerazione nei confronti di chi vuole intraprendere questa carriera?Dipende molto dai settori. La scrittura può essere editoria, giornalismo o blogging, e nel blogging sono comprese talmente tante categorie che il confronto risulterebbe piuttosto articolato. Sicuramente nei paesi anglosassoni le occasioni per emergere sono più numerose, o meglio, più legate a dinamiche di professionalità e bravura. Le cupole che tengono in scacco il nostro sistema ostacolano l’arricchimento e la fluidità del settore (nel quale uno dei pochi fenomeni sani sembra essere il
Festival del Giornalismo di Perugia), ma in generale l’indipendenza (dai poteri o dal mercato che sia) è un problema comune a molti paesi, anche a quelli dove si legge molto di più e c’è un atteggiamento più critico nei confronti dell’informazione o del talento narrativo.
Da bambina, quando ancora non esisteva il web 2.0 e la parola "blog" non era ancora stata coniata, cosa avresti voluto fare "da grande"? E adesso, considerando che sei impegnata su più fronti e professionalmente sei molto dinamica, cosa vorresti fare in futuro?
Mi sarebbe piaciuto lavorare con gli animali (e non nego che a tratti sono sicura di esserci in qualche modo riuscita…). Ma oggi dico che avrei dovuto fare l’ostetrica, per stare accanto alle donne e alla vita, e per avere una possibilità in più di partire con Emergency, Medici Senza Frontiere o altre ONG, che invece non mi filano di pezza nonostante le mie innumerevoli candidature.

La nostra intervista è conclusa.. Ti senti di dare un consiglio particolare a chi, come te, ha una grande passione per la scrittura, l'editoria e il giornalismo?
Non ho l’esperienza necessaria per dare consigli, e mi manca ogni tipo di autorevolezza (sono solo un’opinionista cazzara e una cantastorie di provincia).
Mi piacerebbe semplicemente vedere più amore e più rispetto per le parole nelle persone che con le parole lavorano.
Esiste un potere enorme in ciò che si decide di raccontare, e una responsabilità innegabile in come si sceglie di raccontarlo. Una banalissima scelta lessicale può nascondere insidie di cui non è corretto ignorare la portata: pensiamo a quello che viene definito delitto “passionale” (passionale?!) o delitto “d’onore” (onore?!).
Ognuno di noi è le parole che usa: chi scrive, però, lo è più degli altri.
Elena Torresani: