“Se vuoi essere rispettata nel mondo della tecnologia come professionista, smettila di farti chiamare ragazza”, inizia così il
video di Caroline Ducker “How to Get More Women in Tech in Under a Minute“ presentato all’evento
Ignite di New York , che in meno di una settimana ha registrato più di 20mila visualizzazioni su YouTube.
Ma chi è Caroline Ducker? È quella che si definirebbe una donna di successo:
marketing manager presso Soundcloud, una piattaforma web dove è possibile caricare ogni tipo di file audio e condividerlo con gli altri membri del network. A vederla, elegante, con lunghi capelli rossi e occhialoni neri, parrebbe una vera
geek girl. Ma, mi raccomando, non chiamatela girl!
La sua sfacciata presentazione, sebbene molto divertente, fa una riflessione molto seria sulla semantica e sul potere delle parole. Per esempio, usare la parola “girl” riferendosi a una donna, magari anche molto esperta nel suo lavoro, non fa altro che sminuirla perché implica un’autorità da parte del suo interlocutore. “Dopotutto”, spiega dal palco, “le ragazze non possono guidare, non possono arruolarsi e non rappresentano mai una minaccia.
Perché continuiamo a chiamarci ragazze se siamo delle donne? Se cominciassimo a riferirci a tutte le donne che lavorano nel settore tecnologico come Donne e non come ragazze, avremmo sicuramente più chance di raggiungere posizioni apicali. “Dobbiamo assumere il controllo di quello che facciamo e smetterla di scusarci, ognuna di noi determina la donna che è”.
“Secondo i dati della Commissione Europea
il settore ICT (Information and Communication Technology) nel 2009 ha prodotto circa 12 milioni di posti di lavoro ma neanche un 1/5 è riservato alle donne”. Il problema quindi si pone ed è un problema culturale. Il video ha scatenato una serie di reazioni contrastanti: c’è chi è d’accordo nel ritenere che una certa tipologia di linguaggio favorisca una cultura immobilizzata, capace di relegare le donne tech ad un gradino inferiore. C’è chi invece pensa che le parole non siano così potenti da poter cambiare il modo di concepire una professionista nel mondo scientifico/tecnologico.
Se nel Cinquecento la Giulietta di Shakespeare recitava “Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”, oggi, Caroline Ducker stravolge questo paradigma e, forte della sua esperienza, ci dice che
è il linguaggio a creare il mondo e che le parole sono tutto. Avete mai pensato a quanto le cose possano cambiare con delle parole diverse?
Allora, se anche Britney è riuscita a capire che non è più una ragazza perché le women in tech non lo possono fare?” Guardiamo e riflettiamo, girls,
"How to Get More Women in Tech in Under a Minute" di Caroline Drucker.