Francesca Faiella. L'intervista

Abbiamo il piacere di ospitare e conoscere sulle pagine di MRS Francesca Faiella, una giovane attrice a tutto tondo, la quale ci ha parlato della sua carriera che l’ha portata fin dalla gavetta a dividersi tra palco, televisione e grande schermo

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Dopo una Laurea e l’abilitazione da Architetto, Francesca Faiella si è diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano sotto la direzione di Mario Raimondo. Ha debuttato al Teatro Malibran di Venezia. Quindi ha lavorato al CRT di Milano e al Teatro della Tosse a Genova e nel 2009 è stata premiata per “Clacson” di Tak Kuroha da una giuria internazionale composta, tra gli altri, da Ridley Scott, Robert Rodriguez, Miranda Richardson, Paul Verhoeven, Teresa Cavina e Roberto Nepoti. È stata inoltre protagonista di “Bloodline” di Edo Tavaglini, di “Al buio- Intoo the Gloom” di Giacomo Arrigoni e ha lavorato con Eugenio Cappuccio in “Se sei così ti dico sì”. In Ottobre sarà nelle sale con “Sleeping around” di Marco Carniti.
 
Francesca ha scelto di vivere a Parigi, ma in lei restano fortemente radicate le sue radici e non vuole smettere di credere nell’Italia, uno Stato che, purtroppo, continua a far troppo poco su troppi fronti.


Quali sono state le principali motivazioni che ti hanno spinta a voler diventare un’attrice?
Mi affascina la trasformazione totale... il cambiamento senza sosta. L’osservazione del prossimo e l’illusione di poter vivere più vite. Essere un mezzo, un tramite.

Intraprendere la carriera di attore richiede molto lavoro, preparazione e anche conoscenza dell’animo umano. Tu come affronti e studi i tuoi personaggi? Sei rimasta particolarmente ‘legata' a qualcuno di loro?
Studiare per un attore è necessario. Apprendere la tecnica per poi distruggerla era uno dei tormentoni di un’insegnante della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, che ho frequentato per 4 anni, che inizialmente faticavo a comprendere. Chiaro, invece, mi è sempre stato che il lavoro dell’attore è un lavoro di gruppo. 
Calarsi in un personaggio, cercare di capirlo, farlo proprio, avvicinarlo a se è un processo che deve essere fatto senza morale, senza giudizio. Certi ruoli richiedono più preparazione di altri e la componente dell’istinto rimane fondamentale. Mi è capitato che alcuni personaggi, rimanendomi “incollati” addosso a fine progetto, mi abbiano fatto riflettere sulla mia vita personale, aiutandomi, come in una forma di auto-analisi, a focalizzarmi su alcuni interrogativi esistenziali che probabilmente stavo tralasciando.

Come scegli di intraprendere o meno un ruolo?
Scelgo in base alla storia in cui il personaggio vive, se vale la pena di essere raccontata e vista. Cerco di interpretare storie che risveglino sentimenti e facciano riflettere.

Hai lavorato molto per il teatro, ma allo stesso tempo hai fatto importanti esperienze in televisione e cinema. Quale tra questi è l’ambiente che prediligi e che meglio si adatta alla tua personalità?
Direi un po’ tutti. Certo il teatro è la mia passione, ma far cinema è impagabilmente fascinoso e in televisione è divertente interpretare ruoli che sai che verranno seguiti da un grandissimo numero di spettatori.

Sei stata anche regista di spettacoli. Rispetto alla recitazione cosa ti ha dato questa esperienza? Vorresti proseguire in questo percorso?
Non mi considero proprio una regista ma un’attrice che incontrando testi coinvolgenti ha provato uno sfrenato desiderio di condividerli con altri: colleghi, collaboratori, pubblico. Grazie a questa esperienza, che mi piacerebbe ripetere, ho scoperto concretamente il complesso sistema e l’enorme lavoro che coinvolge la produzione, l’organizzazione, la distribuzione di uno spettacolo.

Hai scelto la Francia come paese in cui vivere. Per quanto riguarda un lavoro come il tuo credi offra maggiori possibilità e opportunità rispetto all’Italia? Quali sono i ‘limiti’ del nostro paese in questo senso?
L’Italia è in piena crisi culturale, a differenza della Francia non ha un sistema che aiuta la produzione di arte e cultura “contemporanea”. Ci si concentra sul passato e poco si investe sulla creatività e la produzione del presente. Per i lavoratori del settore dello spettacolo non c’è, come in Francia, il rispetto dovuto. Qui si combatte contro la chiusura dei teatri storici per salvarli dalla rovina e dall’abbandono delle istituzioni e si assiste da anni alla decimazione delle sale cinematografiche trasformate in supermercati, sale bingo, boutique. La programmazione dei teatri è poco curiosa rispetto alle nuove drammaturgie e i film italiani vengono raramente distribuiti nelle sale cinematografiche, dove oggi si prediligono film di produzione americana, tutti rigorosamente doppiati. Solo a Roma, la capitale d’Italia, esiste ormai un’unica sala cinematografica che proietta film in lingua originale. Abbastanza scandaloso per un paese dell’Unione Europea. La contaminazione dei reality show in Italia è assurdamente più invasiva che Oltralpe e in questo contesto la Francia risulta francamente un paese molto più stimolante. Io però mi sento profondamente cittadina e attrice italiana e voglio continuare a credere in questo paese.

Tra i molti ruoli da te interpretati ha suscitato particolare interesse quello di Lara, nel corto di Giacomo Arrigoni “Al buio – Into the Gloom”, per il quale sei stata premiata da Rutger Hauer al festival I’ve Seen Films. La storia racconta di violenza domestica, di una donna completamente soggiogata dal marito. Quanto ti ha coinvolto emotivamente e quanto credi sia importante denunciare fatti simili, oggi, purtroppo, più che mai attuali?
Quando Giacomo Arrigoni mi ha proposto il suo cortometraggio “Al Buio - Into the Gloom”, nato come campagna sociale contro la violenza domestica sulle donne, non ho esitato a mettermi in gioco.
E’ sconvolgente  pensare a quanto la donna sia ancora maltrattata in famiglia. Il dato degli assassini passionali, delle violenze, è allarmante. L’Italia in particolare è un paese che per una volontà politica poco coraggiosa ha assimilato terribilmente in ritardo i diritti civili femminili - basti a pensare che fino al 1916 la donna non aveva la patria potestà dei propri figli -. Dai tempi delle grandi figure come Anna Maria Mozzoni,  Anna Kuliscioff e del parlamentare Salvatore Morelli c’è ancora molto lavoro da fare. Mio intento è portare in scena a breve la loro storia, i loro ideali e il loro impegno per la nobile causa dell’emancipazione femminile, in uno spettacolo dal titolo “Lettera alle fanciulle”, e affiancarlo a tavole rotonde e conferenze sul tema.

Quali sono i tuoi progetti lavorativi futuri? Cosa vorresti fare da grande?
Sono già grande!… Per il futuro vorrei che la saggezza e l’eterna salute venissero a me. Per quanto riguarda il lavoro, finito il film opera prima del regista Giuseppe Marco Albano “Una domenica notte” (dal titolo dell’omonima canzone del cantautore Brunori SAS che si occuperà delle musiche del film), in cui interpreto una maestra infelice, partirò alla volta del mar di Crimea per un progetto ancora top secret.
Tag:  Francesca Faiella, attrice, Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, Francia, Into the Gloom, teatro, Una domenica notte

Commenti

15-11-2012 - 11:59:38 - Simone
da sballo!
21-11-2012 - 13:32:33 - Andrea
Colpito e affondato!
23-11-2012 - 21:20:30 - Pietro
Folgorato
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