Alexandra Kollontaj, il sogno fallito della "donna nuova"

La madre del femminismo sovietico ha partorito un mostro. E i suoi sogni si sono realizzati altrove: nell'Occidente che lei combatteva

di Stefano Magni

Pubblicato lunedi, 21 giugno 2010

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“Siamo abituati a considerare una donna, non già una personalità con qualità e difetti individuali, al di là dei delle sue esperienze fisiche ed emozionali, ma unicamente quale un’appendice dell’uomo. Soltanto un mutamento del ruolo economico della donna e il suo indipendente coinvolgimento della produzione potrà portare all’attenuazione di questi errori e di queste idee ipocrite”. Così scriveva Alexandra Kollontaj, il primo ministro comunista all’Assistenza Pubblica della nascente Unione Sovietica (che era ancora Repubblica Federativa Sovietica Russa) all’alba della rivoluzione del 1917. Il suo sogno, una volta arrivata ai vertici del nuovo Stato, era quello di creare una donna nuova.

Una rivoluzione della persona basata sulla “Separazione della cucina dal matrimonio”, non meno importante della separazione fra Chiesa e Stato. La nuova donna comunista, scriveva la Kollontaj, doveva “essere al servizio dell’idea sociale, della scienza e della creatività”. La “mogliettina” all’ombra del marito doveva diventare “la donna in quanto essere umano”. La maternità, “diritto naturale di ogni donna”, avrebbe dovuto essere tutelata dalla collettività: sarebbe stata la società a prendersi cura dei figli, assicurando nidi di infanzia e asili dove sarebbero cresciuti “in un’atmosfera igienica e moralmente pura”, lasciando le madri libere di lavorare" a beneficio della grande famiglia-società”.

Nuovo rapporto con la famiglia, nuovo rapporto con la maternità, ma non solo: la donna sovietica avrebbe dovuto sviluppare anche una nuova sessualità. La Kollontaj mirava direttamente all’indipendenza intellettuale e sessuale: “Nell’immagine fisica della donna deve intervenire un’importante mutazione. La sua vita mentale deve svilupparsi potentemente ed essa deve acquisire un ricco armamentario di valori intellettuali, in modo da non andare incontro alla bancarotta quando cessi di pagare tributo all’uomo”. Questo mutamento si sarebbe dovuto realizzare tramite una rivoluzione sessuale, non più basata sulla famiglia indissolubile, ma su “più numerosi legami unenti anima ad anima, cuore a cuore, mente a mente”.

E’ interessante constatare come quasi tutti i sogni della Kollontaj si siano realizzati. Qui da noi, in Occidente. Nel mondo industrializzato capitalista, lo stesso contro il quale questa primissima dirigente sovietica si batteva, lo stesso dal quale voleva emancipare e liberare la donna. In Unione Sovietica, il suo sogno di donna nuova si è prima trasformato in un incubo, poi è tramontato. Divenne un incubo nell’era di Stalin (1927-1953), quando il “collettivo amoroso” sognato dalla Kollontaj si tradusse in: separazione dei figli dai genitori, trasformazione dei figli in delatori dei genitori, coabitazione di più collettività familiari negli stessi fatiscenti appartamenti. Tutte misure esplicitamente tese a distruggere le comunità familiari, a strappare gli individui dall’affetto dei suoi cari per renderlo fedele a un solo amore: quello per il Partito. Finite le durezze staliniane, la famiglia sovietica tornò ad essere quella di sempre, con gli stessi usi e costumi pre-rivoluzionari. Nessuna donna arrivò ai vertici della scienza, dell’arte, dell’economia, tantomeno della politica sotto i successori di Stalin: Chruschev, Brezhnev, Andropov, Chernenko, Gorbachev. Nella stessa Russia post-sovietica, è notevole l’assenza della donna dal mondo della dirigenza aziendale e della politica. Nelle repubbliche sovietiche centro-asiatiche assistiamo ancora oggi alla negazione dei diritti della donna e al patriarcato più puro e violento.

Tradimento o diretta conseguenza delle idee della Kollontaj? Probabilmente entrambi. La stessa ministra rimase inorridita da alcune conseguenze “non intenzionali” delle sue politiche. Ad esempio, quando, nel 1918, volle trasformare il monastero Alexandr Nevskij di Pietrogrado in una casa per i feriti della guerra civile, i monaci e i cittadini loro solidali si opposero e le guardie rosse spararono sulla folla. Lei, che si diceva nonviolenta, non si sarebbe mai aspettata un esito così brutale delle sue politiche assistenziali, così come non aveva previsto l’escalation di terrore di massa che, di lì in avanti, avrebbe caratterizzato tutta la storia sovietica.

In parte, però, le sue stesse idee hanno impedito la piena emancipazione della donna sovietica. La donna è indipendente quando possiede lei stessa tutte le sue risorse produttive ed ha la possibilità di essere personalmente ed economicamente autonoma, come avviene, almeno da mezzo secolo, in tutto il mondo industrializzato liberal-democratico. Al contrario, dove la proprietà privata è abolita, la donna è affidata alla “collettività” invece che a una famiglia. Cambia la forma, non la sostanza. Una “collettività”, che altro non è che l’insieme dei condomini, concittadini, connazionali, raramente esprime idee illuminate. 
Tag:  Alexandra Kollontaj, comunismo, femminismo, Unione Sovietica, rivoluzione

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