Il Papa delle donne

La beatificazione di Giovanni Paolo II è anche un appello implicito all’emancipazione femminile

di Stefano Magni

Pubblicato domenica, 1 maggio 2011

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Giovanni Paolo II è beato da oggi, 1 maggio 2011. E’ un santo anche per le donne di tutto il mondo. Perché le emancipò, teologicamente e nella vita di tutti i giorni. Se la Chiesa cattolica è sempre stata vista dietro a un velo di rancore da tutti i sostenitori dell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne, Giovanni Paolo II fu al di sopra di ogni sospetto nella sua predicazione emancipazionista. I media ricordano episodi di vita del pontefice che sottolineano quanto fu importante il ruolo femminile nella beatificazione. Suor Marie Simon-Pierre era arrivata dalla Francia per partecipare alla veglia di preghiera al Circo Massimo: fu guarita inspiegabilmente dal morbo di Parkinson, la stessa malattia di cui soffriva Papa Wojtyla. La Chiesa, che, come nei tempi più antichi ha bisogno di un miracolo per la beatificazione, prese il caso della suora francese. Suor Tobiana, la religiosa dell'istituto di Maria Bambina che assistette Papa Wojtyla fino all'ultimo giorno, è un’altra figura simbolo della storia del pontefice beato.
 
Ma la presenza della donna nella vita e nella predicazione di Wojtyla, non fu solo episodica. L’emancipazione, come detto, partì dalla teologia. Ci sono solidi motivi per ritenere il ruolo della religione cristiana quale causa di discriminazione della donna. Proprio a partire dai testi sacri, vediamo che, nella Bibbia, la donna viene creata dalla costola dell’uomo, è lei che cede alla tentazione del male e induce anche l’uomo a compiere il peccato originale. E’ la donna (Maria) che partorisce Gesù, ma non regna, serve il disegno divino. In duemila anni di cristianesimo la donna è vista bene come madre e moglie, male come individuo indipendente. Davvero? Proprio per niente. E Giovanni Paolo II ha fatto di tutto per spazzare via questa patina di maschilismo dall’interpretazione dei testi sacri.
 
Nell’enciclica Mulieris Dignitatem (1988) scrisse chiaramente che: “Quando «venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». Con queste parole della Lettera ai Galati (4, 4) l'apostolo Paolo unisce tra loro i momenti principali che determinano in modo essenziale il compimento del mistero «prestabilito in Dio» (cf. Ef 1, 9). Il Figlio, Verbo consostanziale al Padre, nasce come uomo da una donna, quando viene «la pienezza del tempo». Questo avvenimento conduce al punto chiave della storia dell'uomo sulla terra, intesa come storia della salvezza”.
 
La donna, dunque, non è un veicolo, ma l’elemento chiave del percorso di salvezza dell’uomo. Ma sul Vangelo vi sono pochi dubbi. Ne restano molti, invece, sulla Bibbia, giudicata ancora, dalla stragrande maggioranza delle persone (credenti e non) come un testo sacro maschilista e paternalista. Giovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitatem ce lo illustrò sotto una luce completamente differente, proprio a partire dalla creazione dell’Uomo a immagine e somiglianza di Dio. Solitamente si ritiene che questo passo della Genesi legittimi una superiorità del maschio. Sarebbe lui e solo lui l’immagine di Dio, la donna sarebbe invece inferiore. Giovanni Paolo II, però, spiegava che: “Dobbiamo collocarci nel contesto di quel «principio» biblico, in cui la verità rivelata sull'uomo come «immagine e somiglianza di Dio» costituisce l'immutabile base di tutta l'antropologia cristiana(22). «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Questo passo conciso contiene le verità antropologiche fondamentali: l'uomo è l'apice di tutto l'ordine del creato nel mondo visibile - il genere umano, che prende inizio dalla chiamata all'esistenza dell'uomo e della donna, corona tutta l'opera della creazione -; ambedue sono esseri umani, in egual grado l'uomo e la donna, ambedue creati a immagine di Dio”. Una diseguaglianza sostanziale non viene dimostrata neppure nella descrizione della creazione della donna dalla costola dell’uomo, perché: “La donna, chiamata in tal modo all'esistenza, è immediatamente riconosciuta dall'uomo come «carne della sua carne e osso delle sue ossa» (cf. Gen 2, 23) e appunto per questo è chiamata «donna». Nella lingua biblica questo nome indica l'essenziale identità nei riguardi dell'uomo: 'is - 'issah, cosa che in generale le lingue moderne non possono purtroppo esprimere. «La si chiamerà donna ('issah), perché dall'uomo ('is) è stata tolta» (Gen 2, 23)”. Né viene dimostrata dalla funzione di “aiuto” della donna nei confronti dell’uomo, un “aiuto” letto troppo spesso come unilaterale: “Il contesto biblico permette di intenderlo anche nel senso che la donna deve «aiutare» l'uomo - e a sua volta questi deve aiutare lei - prima di tutto a causa del loro stesso «essere persona umana»: il che, in un certo senso, permette all'uno e all'altra di scoprire sempre di nuovo e confermare il senso integrale della propria umanità”. Dio non è simile all’uomo e diverso dalla donna. Giovanni Paolo II nella sua enciclica ricordava alcuni passi biblici per smentire questa immagine tradizionale: “Riportiamo qui qualche passo caratteristico del profeta Isaia: «Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato". Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se una donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (49, 14-15). E altrove: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati» (Is 66, 13). Anche nei Salmi Dio viene paragonato a una madre premurosa: «Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia. Speri Israele nel Signore» (Sal 131, 2-3). In diversi passi l'amore di Dio, sollecito per il suo popolo, è presentato a somiglianza di quello di una madre: così come una madre, Dio «ha portato» l'umanità e, in particolare, il suo popolo eletto nel proprio seno, lo ha partorito nei dolori, lo ha nutrito e consolato (cf. Is 42, 14; 46, 3-4). L'amore di Dio è presentato in molti passi come amore «maschile» dello sposo e padre (cf. Os 11, 1-4; Ger 3, 4-19), ma talvolta anche come amore «femminile» della madre”.
 
E il peccato originale? Nell’interpretazione di Giovanni Paolo II, il peccato appartiene all’umanità, dunque a entrambi i sessi: “Non c'è dubbio, tuttavia, che, indipendentemente da questa «distribuzione delle parti» nella descrizione biblica, quel primo peccato è il peccato dell'uomo, creato da Dio maschio e femmina. Esso è anche il peccato dei «progenitori» al quale è collegato il suo carattere ereditario. In questo senso lo chiamiamo «peccato originale»”. La diseguaglianza fra uomo e donna è semmai una conseguenza del peccato e non è affatto preesistente ad esso. “Quando dunque leggiamo nella descrizione biblica le parole rivolte alla donna: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gen 3, 16), scopriamo una rottura e una costante minaccia proprio nei riguardi di questa «unità dei due», che corrisponde alla dignità dell'immagine e della somiglianza di Dio in ambedue”. Il dominio dell’uomo sulla donna è una condizione patologica, tutt’altro che naturale: “Questo «dominio» indica il turbamento e la perdita della stabilità di quella fondamentale eguaglianza, che nell'«unità dei due» possiedono l'uomo e la donna: e ciò è soprattutto a sfavore della donna, mentre soltanto l'eguaglianza, risultante dalla dignità di ambedue come persone, può dare ai reciproci rapporti il carattere di un'autentica «communio personarum». Se la violazione di questa eguaglianza, che è insieme dono e diritto derivante dallo stesso Dio Creatore, comporta un elemento a sfavore della donna, nello stesso tempo essa diminuisce anche la vera dignità dell'uomo”.
 
L’eguaglianza dei diritti di uomo e donna fu una costante nella predicazione di Giovanni Paolo II. Il documento più chiaro e completo che ci lasciò in merito, fu la “Lettera alle Donne”, scritta in occasione della IV Conferenza Mondiale sulla Donna del 1995. L’epistola inizia con un ringraziamento della Chiesa alla donna, non solo in quanto madre, ma persona nei suoi molteplici ruoli: “Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell'umanità. Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita. Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita. Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza. Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità. Grazie a te, donna-consacrata, che sull'esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura. Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani”.
 
La lettera non è solo un ringraziamento, ma un appello all’emancipazione. Un appello rivolto, prima di tutto, alla stessa Chiesa: “Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l'intera umanità di autentiche ricchezze spirituali. Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali che, lungo i secoli, hanno plasmato mentalità e istituzioni. Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente”.
Tag:  Papa Giovanni Paolo II, beatificazione, donne, emancipazione, Suor Tobiana, Suor Marie Simon-Pierre, enciclica Mulieris Dignitatem

Commenti

01-05-2011 - 19:26:41 - Gianni
Santo? Ma non beato e basta?
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