Un uomo ha 75 figli. Dove è il problema?

Un donatore è stato messo a contatto coi suoi figli biologici e la reazione del pubblico è un misto di ilarità e indignazione. Ma cosa c'è di male?

di Stefano Magni

Pubblicato lunedi, 3 ottobre 2011

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Un padre è riuscito a riprodursi per 75 volte. Sì: ha 75 figli sparsi per tutti gli Stati Uniti. Questo prodigio umano si chiama, da quel che abbiamo appreso ieri anche in Italia, Ben Seisler, professione avvocato. Non è un superman, non è neppure un monarca saudita, e non ha sciupato la vita e l’onore di decine di donne per produrre una prole così gigantesca. E’ un normale donatore di sperma, come ce n’è molti altri in giro per il mondo. L’unica differenza fra lui e gli altri è un reality-show ficcanaso americano, “Style Exposed: Sperm Donor” andato in onda sulla Tv Style Network la settimana scorsa. Questo reality ha messo in contatto il donatore con i suoi figli “biologici” e persino con una delle loro madri, una donna single che ha potuto parlare direttamente (e di fronte a tutti i telespettatori americani) con il “vero” padre dei suoi figli. Interessante la reazione della moglie di questo donatore esposto al pubblico interesse/ludibrio: “Ho problemi a pensare che tu possa avere 50, 60 o 70 discendenti biologici (contando quelli che devono venire ancora al mondo sono più del doppio, ndr) perché non mi sono resa conto di quanti fossero. Ritengo che tu sia stato egoista: hai mai pensato alle conseguenze?”.

Interessante, perché quanti donatori ci sono nel mondo? E quanti pensano alle loro conseguenze? E quante coppie verrebbero così distrutte se si vedesse il prodotto (umano) di quella donazione? Ma poniamoci una domanda, che è alla base di tutte le altre: dove è lo scandalo?

Un episodio di questo tipo mina, moralmente, l’idea della famiglia tradizionale. Qualunque donna può mettere al mondo un figlio di un padre sconosciuto, senza avere con lui rapporti sessuali, anche se non è sposata con rito religioso, se è single, se è moglie di un’altra donna. Si tocca con mano che la tecnologia del tardo XX secolo permette, fisicamente, quel che era impossibile fino a pochi decenni fa.
Ma perché si dovrebbe difendere la famiglia tradizionale? La famiglia è la più piccola comunità sociale, è spontanea, si fonda su un rapporto di amore tra individui consenzienti. In teoria. In pratica, milioni di famiglie non si fondano sul consenso, ma su interessi, per calcolo o per forza. Nel caso di una famiglia sana, fondata sull’amore, il figlio cresce sin da subito in un ambiente sereno e ha maggiori opportunità di sviluppare un carattere più aperto alla società. Più difficile, invece, se cresce in una famiglia dove l’amore è assente o sostituito da gerarchie o violenze. Il consenso, dunque, non la tradizione è alla base di una famiglia sana. Una coppia formata da due donne che si amano, o due uomini che si amano, o da una mamma single che ama suo figlio, è meglio o peggio di una coppia di un uomo e una donna che si detestano, o non si rispettano?

I difensori della tradizione, a questo punto, ricorrono a due armi abbastanza affinate, per dimostrare di aver ragione: le statistiche e l’argomento del “piano inclinato”. Con le statistiche dimostrano che i figli nati da famiglie non tradizionali sviluppano più problemi comportamentali della media dei loro coetanei. Con il “piano inclinato” ipotizzano che, se diventasse normale l’uso del concepimento artificiale, avremmo una fabbrica di produzione di esseri umani, magari di schiavi da usare per i lavori più pesanti o per la donazione di organi, come vediamo in tanti romanzi e film di fantascienza distopica.

Sia l’uno che l’altro argomento lasciano il tempo che trovano, se sottoposti a un esame che vada oltre all’emozione viscerale del momento. Primo la statistica può essere letta in più modi ed è sempre molto relativa quando riguarda il comportamento umano. Proprio i tradizionalisti sono soliti mettere in discussione le statistiche. “L’uomo è dotato di libero arbitrio, può sempre scegliere tra bene e male”. Dunque una statistica non può scoprire comportamenti automatici, perché l’uomo non è automatico. Ha libertà di scelta, ogni giorno. Ed è imprevedibile quel che l’uomo può scegliere. Strano che siano proprio gli stessi difensori del libero arbitrio, e dunque dell’imprevedibilità del comportamento umano, a trincerarsi dietro al meccanicismo delle statistiche per condannare la famiglia non tradizionale.
 
Il ragionamento del “piano inclinato” viola un altro dogma dei tradizionalisti che solitamente lo usano. Perché se è vero che certe azioni producono inevitabilmente quella catena di reazioni, allora avrebbero ragione quei progressisti che vogliono riplasmare l’individuo e la società. Fosse giusto l’argomento del “piano inclinato”, fosse possibile prevedere tutte le conseguenze di una scoperta scientifica sull’uomo, a questo punto avrebbero ragione anche i pianificatori positivisti dell’eugenetica: creiamo un super-uomo, cloniamolo e otterremo una società perfetta. I pianificatori, come notano giustamente i tradizionalisti, sbagliano, perché una volta creato un super-uomo, non è affatto detto che sia così “super”: esistono i condizionamenti, esistono gli errori e soprattutto, se di uomo stiamo parlando, esiste sempre anche la sua possibilità di scegliere il male.

La realtà è che, una volta concepito un essere umano, naturalmente o artificialmente, non abbiamo alcuna possibilità di prevedere come sarà in grado di vivere. Sarebbe impossibile prevedere (temendola o volendola) una futura società in grado di generare una super-razza e una sotto-razza di uomini (come nel noto romanzo “Il nuovo mondo” di Aldous Huxley) perché, se di uomini stiamo parlando, il loro comportamento da vivi sarà totalmente un’incognita, così come la loro capacità di degradarsi o di elevarsi. Solo uno Stato o una religione tradizionale possono imporre sistemi chiusi di caste. Ma non c’è bisogno del progresso scientifico: in India lo fanno da millenni.

Come esempio di terrore per un ben poco “eroico nuovo mondo”, viene citata un’altra notizia di queste settimane. Ole Schou, presidente della banca del seme danese Cryos, ha dichiarato che “non scegli un donatore con i capelli rossi a meno che il maschio sterile con cui la donna vuole un figlio non abbia i capelli rossi, oppure la donna non voglia un figlio con i capelli rossi, e questo è un caso molto raro”. I rossi, dunque, non possono più donare alla sua banca. E’ un sintomo di un inizio di discriminazione? Niente panico: è una normale decisione di mercato, di scelta, di convenienza. Altre banche del seme accettano ancora i rossi. Ma soprattutto, non facciamoci prendere dal panico per un altro motivo: rosso, biondo, bruno sono aspetti esteriori. L’importante, per un individuo, è il suo contenuto. E’ il contenuto di un individuo che viene protetto dalla legge e giudicato dalla morale, non il colore dei capelli e della pelle, non la sua famiglia di origine, non il fatto che abbia un padre ignoto, una madre single, una coppia di madri o una coppia di uomo e donna come suoi genitori.
Tag:  banca del seme, donatore, Ben Seisler, Stati Uniti, Danimarca, Ole Schou, Cryos, Aldous Huxley

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