In ricordo di Agota Kristof

"Sono convinto che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro, un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia" (dalla Trilogia della città di K.)

di Marco Menna

Pubblicato venerdì, 27 luglio 2012

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Ricordiamo con queste parole, a un anno della sua scomparsa, avvenuta il 27 luglio 2011, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Era nata nel 1935 a Csikvand, un paesino privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono, con una sola strada, nessun marciapiede, fango dappertutto e immensi campi di mais e grano tutto attorno”.

Aveva imparato a leggere a quattro anni e da allora leggere era diventato per lei come una malattia: “Leggo tutto ciò che mi capita sotto mano, sotto gli occhi: giornali, libri di testo, manifesti, pezzi di carta trovati per strada, ricette di cucina, libri per bambini”. Così inizia il suo racconto autobiografico intitolato L'analfabeta, in cui ricorda il passaggio dalla lettura alla scrittura, quando riceve, verso i 10 anni, un apprezzamento dal suo professore di letteratura ungherese, dopo aver letto in classe un suo tema: "è così che dovete imparare a scrivere. È breve, conciso, essenziale". Questo è infatti lo stile della Kristof e da qui nasce la sua autentica passione per la scrittura: “Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopodiché bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa nessuno. Anche quando si ha l'impressione che non interesserà mai a nessuno”.  

A quattordici anni, a causa della povertà (nei primi anni Cinquanta, la morsa del regime di Stalin si faceva sentire fortemente), Agota venne separata dai suoi amati fratelli (Attila e Yano) e dai genitori ed entrò in un collegio “tra la caserma e il convento, tra l'orfanotrofio e il riformatorio”. Qui incomincia un diario, inventa una scrittura segreta, affinché nessuno possa leggerlo, in cui annota l'infelicità, le pene, le tristezze, tutto ciò che la fa piangere sommessamente nel suo letto: “Sì, in quel periodo piango tutte le sere, per mesi interi o per anni, e piango tanto che in seguito non riuscirò a piangere quasi mai più, come se avessi già pianto abbastanza per resto della mia vita. Piango la perdita dei miei fratelli, dei miei genitori, della nostra casa, che ormai è abitata da stranieri. Piango soprattutto la mia perduta libertà.[….] Piango anche la mia infanzia, la nostra infanzia di tutti e tre, di Yano, di Tila e la mia”.
 
Agota Kristof ha scritto e pubblicato le sue opere non in ungherese, ma in francese, la “lingua nemica”, costretta dal destino: in una notte del novembre 1956, quando l'armata Rossa intervenne con i carri armati per sedare una rivolta popolare scoppiata in Ungheria, Agota si rifugiò in Svizzera, a Neuchâtel, insieme al primo marito e a una figlia di pochi mesi, e qui visse fino alla morte. Prima della fuga, si trovava a Kőszeg, un piccolo villaggio situato a 5 km dal confine con l'Austria, descritto nel suo capolavoro Trilogia della città di K. In questo romanzo, diviso in tre parti: “Il grande quaderno”, “La prova” e “La terza menzogna”, emerge l'immenso talento della Kristof: una favola nera (come è stato definito da Rosetta Loy), ambientata in un paese dell’Est durante l’ultima guerra,  i cui protagonisti sono Lucas e Klaus, due bambini gemelli, indivisibili e intercambiabili, affidati alla Nonna, una vecchia Strega, sporca, avara e senza cuore, che li chiama “figli di cagna” e li fa lavorare, perché “la guerra può durare ancora molto e il cibo non è gratis nemmeno qui”. La scrittura della Kristof è limpida, diretta, lineare, a tratti caustica, senza fronzoli, senza cadute nella banalità o nella melensaggine, capacedi “sostenere lo sguardo del niente assoluto, e di portare quello che si è all'altezza della morte” come scriveva Hegel nella Fenomenologia dello Spirito. Il nichilismo espresso nella parte finale del racconto ne è una lucida e coerente testimonianza: Klaus, diventato adulto, parla mentalmente al fratello gemello Lucas, che non vede più da molti anni e afferma: “quello che gli dico è più o meno la stessa cosa di sempre. Gli dico che se è morto, beato lui, e che vorrei essere al suo posto. Gli dico che gli è toccata la parte migliore e che sono io a dover reggere il fardello più pesante. Gli dico che la vita e di un'inutilità totale, è non-senso, aberrazione, sofferenza infinita, invenzione di un Non-Dio di una malvagità che supera l'immaginazione”.
 
Nel suo racconto Dove sei Mathias?, la Kristof scrive analogamente:
“- Anch'io avevo un figlio.
- E’ morto?
- No. È cresciuto.
- È normale, deve attraversare la vita.
- La vita? Perché? Io l'ho attraversata e non ho trovato niente.
- Ma non c'è niente da trovare,-rispose Mathias. -Niente.
- Ci sei tu, Mathias. È per te che sono tornato.
- Io, lo sai bene, sono soltanto un sogno. Bisogna accettarlo, Sandor. Non c'è niente. Da nessuna parte.”
 
La sua è una visione assolutamente pessimistica dell’esistenza, in cui trovano ampio spazio temi come la disperazione, la solitudine, lo “sradicamento” dalle proprie origini, l’abbandono imposto della lingua madre, l’inganno delle parole, il tutto raccontato senza abbandonarsi mai, si potrebbe dire, alla “debolezza delle forti emozioni”.
La scrittrice conserva tuttavia la nostalgia della propria infanzia dura e forte, unico periodo che pare sottrarsi a quella somma di delusioni che, ai suoi occhi inclementi e gelidi, è la vita di ogni persona. Nei suoi romanzi l'infanzia è l'unico luogo che consenta una prospettiva ottimistica, per quanto a volte perversa e violenta, in un mondo privo di scopo e di speranza.
 
Poco interessata alla realtà che la circonda, in un'intervista rilasciata in occasione dell’uscita del suo romanzo Ieri (da cui è stato tratto il film Brucio nel vento di Soldini, aspramente criticato dalla scrittrice per il suo “happy end”), Agota Kristof aveva dichiarato di essere impressionata dalle persone che si occupano dei poveri e di avere rispetto per coloro che si consacrano a una causa. Lei aveva a cuore una sola causa: “La causa dei bambini. Perché amo i bambini”.
Salutiamola con le sue parole, che richiamano un’infanzia mai abbandonata: “Leggo ancora un po', se ho qualcosa da leggere, alla luce del lampione, poi, mentre mi addormento tra le lacrime, nascono delle frasi nella notte. Mi girano attorno bisbigliando, prendono un ritmo, delle rime, cantano, diventano poesie:

Prima era tutto più bello,
la musica tra i rami
il vento tra i miei capelli
e nelle tue mani
protese
il Sole”.
 

Per saperne di più
Oltre alle opere citate nell’articolo, ricordiamo: La vendetta, La chiave dell’ascensore. L’ora grigia (collezione di teatro), Continente K. Agota Kristof, scrittrice d’Europa (DVD+libro).
Intervista ad Agota Kristof in www.einaudi.it Speciali
Le Matricule des Anges. Hier in www.lmda.net
Tag:  Trilogia della città di K., Silvio Soldini, rivolta Ungheria 1956, Stalin, Csikvand, Kőszeg

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