Il coraggio di Mao Hengfeng

Cosa significa lottare per la libertà in Cina

di Silvia Menini

Pubblicato venerdì, 9 settembre 2011

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Mao Hengfeng ha 49 anni ed è senza dubbio una donna di incredibile coraggio. È stata prelevata dalla sua casa a Shanghai da 30 ufficiali di polizia lo scorso 24 febbraio. All’inizio la sua famiglia ha creduto che sarebbe presto ritornata dal campo di lavoro dove, fino a due giorni prima, era stata tenuta per quasi un anno. Per punizione, per aver protestato al processo del Nobel per la Pace Liu Xiaobo. Invece, dopo quattro mesi senza ricevere notizie sono stati informati che era stata trattenuta presso l’ospedale del carcere della città di Shanghai e che non avevano il permesso di farle visita.

Già dal 2004 Hengfeng ha subito lo stesso trattamento svariate volte, finendo in ospedale dove veniva legata al letto, sottoposta ad alimentazione forzata e dove le venivano somministrate numerose iniezioni contro la sua volontà.
Tutto è iniziato nel 1998 quando rimase incinta la seconda volta. Una di troppo secondo le autorità cinesi e la pianificazione familiare, che ha portato la direzione del saponificio statale nel quale lavorava a ordinarle di abortire. Dopo il suo rifiuto, è seguito il ricovero forzato in un ospedale psichiatrico dove è stata sottoposta a trattamenti farmacologici contro la sua volontà. La bambina nacque ugualmente ma con seri danni di salute. Da qui Mao Hengfeng ha preso a cuore i diritti umani e, anche nei momenti di maggior difficoltà, non si è fermata, continuando imperterrita nella sua missione non fermandosi nemmeno davanti agli arresti, alle torture che ormai sono diventate il suo pane quotidiano.
Tutti questi presupposti hanno fatto sì che Amnesty International si allertasse nella convinzione che finché fosse rimasta nell’ospedale del carcere, ci sarebbe stato il rischio di ulteriori torture.

La causa di tutto ciò è riconducibile al suo lavoro. Ha infatti dedicato parte della sua vita alla lotta per i diritti delle donne, si è pronunciata a favore delle vittime di sfratti forzati e ha pubblicamente sostenuto altri attivisti dei diritti umani. L’ultimo periodo passato in “rieducazione attraverso il lavoro” (oltre un anno) sarebbe dovuto scadere a fine agosto, ma il 28 luglio ha fatto ritorno a casa su una sedia a rotelle e incosciente. E' infatti prassi rilasciare anticipatamente i detenuti in gravi condizioni di salute per evitare che l'eventuale morte sia attribuibile alle autorità.
 
Amnesty International considera Mao Hengfeng una prigioniera di coscienza, detenuta unicamente per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione, un diritto che per altro è sancito dalla costituzione cinese.
Certamente in pochi avrebbero perseguito con tale tenacia e determinazione (per oltre due decenni) la difesa dei dritti umani fino a diventare il bersaglio di Pechino, confermando che l’impunità e altre violazioni dei diritti umani continuano imperterrite a impregnare il paese.
 
A pochi giorni dal rilascio l’ex prigioniera ha tentato di uscire di casa per andare in chiesa ma la polizia glielo ha impedito, minacciandola, in caso di un ulteriore tentativo, di arrestarla nuovamente.
Tag:  Mao Hengfeng, Liu Xiaobo, Amnesty International, Cina, diritti umani, donne

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