Intervista a Chiara Moscardelli

Abbiamo fatto due chiacchiere con l'autrice di "Volevo solo andare a letto presto"

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Dopo aver letto (e recensito) “Volevo solo andare a letto presto”, libro che unisce le classiche sfaccettature della commedia con qualche spennellata di giallo che crea suspance e conferisce quel plus al romanzo che lo rende irresistibile, abbiamo incontrato l’autrice e scambiato qualche chiacchiera con lei.
L’abbiamo trovata diversa dall’anno scorso, decisamente più matura e cosciente di se stessa. Una Chiara Moscardelli che non ha perso di certo la sua verve comica e autoironica, ma che sta vedendo i frutti di un percorso interiore che la mette in costante confronto con i suoi limiti e possibilità. Ed è proprio questa sua autoanalisi, per chi la conosce, che si ritrova tra le righe.

È un libro autobiografico?
È autobiografico anche se molto meno dei precedenti. “In qualche modo mi piace pensare che sia la quarta personalità della Moscardelli. E anche la conclusiva. Quella che si allontana di più dalla Moscardelli scrittrice. Volevo essere una gatta morta è la mia autobiografia, ero proprio io e parlavo in prima persona, in La vita non è un film ho ricreato un’avventura-thriller e c’erano ancora tutti i miei amici della Gatta Morta. In Quando meno te lo aspetti ho creato un personaggio nuovo, Penelope Stregatti, una barese trapiantata a Milano, anche se gli amici della protagonista erano i miei amici milanesi. Era molto autobiografico… invece Agata Trambusti è quella che più si allontana dall’autobiografismo, tranne per il fatto delle telenovelas, con cui sono cresciuta e che amo tutt’ora. L’ambientazione romana non è casuale, Roma, infatti, è la mia città e vi sono profondamente legata. Però la storia in se stessa è tutta fantasia. È vero però che ho lavorato in una casa d’aste all’inizio della mia carriera e affiancavo chi andava a fare i sopralluoghi. All’epoca avevo 25 anni… se avessi continuato sarei stata Agata Trambusti.”

Come è nata la storia?
“Nasce tutto dalla premesse. Io avevo scritto la premessa non sapendo a cosa sarei andata incontro. Mi piaceva l’idea di questa ragazza che arrivava tutta precisetta in questa villa e che venisse aggredita da un figo. Da lì ho fatto partire la storia e, di conseguenza, ho dovuto incastrare tutto attorno a questa premessa che mi piaceva e non la volevo togliere.
Avevo deciso che dovesse lavorare in una casa d’aste perché era un tipo di lavoro che avevo toccato con mano ma che non avevo mai utilizzato dal punto di vista della narrativa. All’inizio la casa d’aste doveva avere un ruolo più decisivo ma poi, andando avanti, tutto è ruotato attorno a questa villa… e il libro si è adeguato.”

Volevo solo andare a letto presto è più un romanzo rosa o giallo?
“I gialli sono in realtà la mia passione. Il mio sogno sarebbe quello di scrivere delle sceneggiature che si avvicinino molto al mondo dei romanzi di A. Hitchcock. Tipo Caccia al ladro: una perfetta mistura di giallo e commedia rosa. Il giallo mi serve come pretesto per far avanzare la storia mentre le mie protagoniste sono sempre bloccate da una storia sentimentale ferma. Succede poi qualcosa, un elemento esterno, che le fa reagire a questa situazione di stallo e la reazione le porta verso un cambiamento interiore.”

Le tue protagoniste possono essere considerate delle antieroine?
“Le donne sì, sono delle antieroine ma sono speciali perché sono antieroine o perche sono eroine della vita quotidiana?
Sono delle antieroine perché sfigatissime. Non sono eroine nel senso stretto ma lo sono perché combattono. E in realtà sono delle eroine nei sentimenti, nella vita quotidiana. Anche loro non sono le classiche mamme fortunate con un marito perfetto e dei figli, ma devono sopravvivere ogni giorno al lavoro, all’amicizia… sono persone in difficoltà.
Fosse stato per me il lieto fine non ci sarebbe nemmeno stato. Ad esempio, in La vita non è un film e Volevo essere una gatta morta, il lieto fine non c’era all’inizio. Ma la commedia, come tale, deve averne uno. Se non finissero bene ci sarebbe qualcosa che stona. Anche se sarebbe stato più realistico. Però io tenderei a farli finire diversamente.
Per il futuro vorrei creare un personaggio femminile positivo ma che non cada nella trappola del E vissero felici e contenti.”

I protagonisti maschili invece?
“Loro lo sono sempre, antieroi. Perché, in realtà, sono usciti da una telenovela e non sono reali e, come tali, li descrivo come mi piacerebbe che fosse il mio uomo ideale e cioè un antieroe, una persona sfaccettata, misteriosa ma corretto, giusto nei confronti del mondo.”

Come è evoluta Chiara Moscardelli come scrittrice e come persona? E cosa traspare di te in questo romanzo?
“Io, così come le mie protagoniste, sono una persona a che nella solitudine ci sguazzo, perché non si soffre, non si hanno confronti. Sono terrorizza dal dovermi relazionare con un uomo e preferisco stare a casa a scrivere libri. Ma l’anno passato è stato un anno di notevoli cambiamenti anche dal punto di vista affettivo. L’atteggiamento è cambiato nei confronti dell’universo maschile e questa cosa l’ho messa nel personaggio di Agata Trambusti. Anche il personaggio non ha più così tanta paura, come invece si percepiva in quelle precedenti. È più solida e rispecchia quello che sono io adesso.”

Anche il personaggio della madre è il riflesso di un tuo cambiamento?
“La madre di Agata è un personaggio inventato. Sua madre è esattamente l’opposto della mia, che mi ha educata in maniera rigidissima. Non sono mai riuscita nemmeno a bigiare, e sono cresciuta con un senso del dovere fortissimo, che rasentava persino l’ossessione.
Rosa è la mamma che avrei voluto avere, per certi versi. Anche se ci dovrebbe essere un equilibrio. In questa fase della mia vita vorrei scrollarmi di dosso le responsabilità e ricominciare da capo. Adesso, infatti, mi concedo cose che prima non mi concedevo.
Rosa nasce da questo mio desiderio di aver vissuto un mondo libero, una infanzia e adolescenza libera. Calcata, per una romana, rappresenta la libertà. Nel mio immaginario chi viveva lì conduceva una vita molto più bella, libera. E ho fatto in modo che la protagonista avesse le proprie origini lì.”

E lo psicologo?
“Anche lui fa parte di questo mio anno appena passato. L’anno scorso ho avuto crollo emotivo. Dopo anni di stress accumulati e di vita rigorosissima, ad un certo punto sono esplosa. Tutto il tuo mondo, fatto di cose perfette e costruite, crolla improvvisamente.
Su consiglio di una mia amica ho iniziato un percorso con uno psicologo. Un po’ di passi avanti li ho fatti e, ovviamente, dentro il romanzo doveva finirci anche lui.”

Al centro dei tuoi romanzi, alla fin fine, c’è sempre l’amore. Che tipo di amore è quello sbagliato, che porta anche a molti fatti di cronaca odierni?
“L’amore più sbagliato è quello che ti fa sminuire e modifica il tuo modo di essere per essere accettata dall’altro. Piegarti e abbassarti sempre di più. Il misvalore di non sentirsi degne di questa persona fa accettare qualsiasi cosa pur di averne l’amore. Questa, secondo me, è la cosa più sbagliata. La cosa importante è piacere a se stessa ed essere al centro del proprio mondo.
La vera forza di una donna è essere questa. Il capire di avere un valore a prescindere dall’avere un uomo al fianco.”

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Tag:  Volevo solo andare a letto presto, Chiara Moscardelli, Volevo essere una gatta morta, La vita non è un film, Giunti, Quando meno te lo aspetti

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