La candidatura di Gaetano Castellini Curiel - Il Prologo

Il dietro le quinte della Candidatura Milanese a Expo 2015, attraverso i ricordi e le parole dell’uomo che ha investito diciotto mesi della sua vita in giro per il mondo in cerca di appoggi e voti

di Rossella Canevari

Pubblicato giovedì, 21 maggio 2015

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La candidatura - Prologo

Aprile 2008

Le camere d’albergo si somigliano tutte, dopo un po’. Le tende che non scorrono, i copriletto bordeaux ripiegati sopra le coperte, l’odore dopo che sono passati a pulire, le valigie ancora piene, aperte sopra una sedia in un angolo della stanza. Quando ti fermi in albergo solo per dormire e scappi fuori il giorno dopo all’alba, i dettagli caratteristici sfumano, non hanno il tempo di imprimersi nella memoria, di diventare ricordi. C’è solo una sequenza di pratiche di registrazione, lunghi corridoi ricoperti di moquette, l’odore del caffè in sala da pranzo la mattina, durante una di quelle colazioni continentali uguali in ogni angolo del mondo, che ti servano bacon di maiale a New York o bacon di tacchino a Istanbul. Oggi non dormo più in albergo. Di solito quando viaggio affitto un appartamento o cerco di farmi ospitare da amici.

Per venti mesi ho visitato più di ottanta paesi, percorso circa cinquecentomila chilometri, equivalenti a sedici volte il giro del mondo. Sono atterrato con un biplano su un’isola sperduta nell’oceano Pacifico, ho passeggiato per le strade di Monrovia e cenato nell’ambasciata a Washington; ho dormito su aerei, taxi, ho fotografato tribù di indigeni e conosciuto i dittatori che le volevano eliminare. Ho trovato affabili persone sconvenienti e prevedibili i più capaci. Ho stretto la mano a capi di Stato, affaristi, sottosegretari, generali, ministri, lobbisti, imprenditori, amici di amici. Ho ascoltato relazioni, suggerito strategie, riportato voci, presentato progetti e redatto i materiali preparatori agli incontri istituzionali, interpretato gli sguardi e i movimenti corporei in un costante refrain a caccia di dettagli rivelatori. Tutto scandito da aerei e camere d’albergo.

Mi occupo di relazioni internazionali, ho lavorato al Comune di Milano per sei anni e da ottobre 2006 ad aprile 2008 ho seguito la candidatura per Expo. Il mio compito era cercare di convincere i governi stranieri a votare per noi invece che per il candidato turco Smirne.

Il giorno in cui finì tutto mi svegliai al Saint James Hotel di Parigi poco prima delle 6. Il pomeriggio precedente Milano era stata nominata sede dell’Expo 2015 e quella sera avrei preso l’aereo che mi avrebbe riportato a casa. Sarei potuto rimanere ancora tra le coperte, ma il mio cervello, rapido, aveva già cominciato a processare informazioni: scandagliava programmi, analizzava opzioni, cercava di mettere a fuoco una giornata senza impegni. L’adrenalina ormai era già in circolo. L’organismo aveva finito per assuefarsi a quello stile di vita. Saltai giù dal letto, tirai fuori il cardigan meno spiegazzato dalla pila di panni ripiegati in valigia e me lo infilai sopra una maglietta.

Scesi le scale e percorsi il corridoio verso le stanze che avevano ospitato la nostra task force nel cuore del quartiere delle ambasciate. Lì avevamo incontrato i delegati stranieri, assistito alle evoluzioni politiche dei paesi interessati, intrecciato rapporti e atteso il voto finale il giorno precedente. Di tutto questo, ora, non rimaneva più niente: le stanze erano già state sgombrate e pulite, restavano solo sedie impilate, fogli sparsi e tavoli coperti di tovaglie di panno verde. Sentii un misto di malinconia e sollievo formarsi al centro del petto. Avevo bisogno di un caffè.

Raggiunsi la sala da pranzo: due ragazzi apparecchiavano in silenzio, un uomo passava un enorme aspirapolvere che copriva il rumore di piatti dalla cucina. Il banco del buffet era ancora vuoto, presi una tazza di caffè e uscii per fumare.

Ero nervoso, non mi piacevo, ero ingrassato di diciassette chili, soffrivo di un mal di schiena cronico; ero invasato, monotematico, per un anno e mezzo non era esistito altro all’infuori di Expo. Avevo trascurato la mia vita privata, i miei
affetti, la mia salute, saltando da un paese all’altro a caccia di voti.

Andrea Vento, il direttore delle Relazioni Internazionali del comune, mi raggiunse fuori.

«Ieri sera non ce l’ho fatta. Avevo bisogno di stare solo» dissi.

Annuì e mi diede una pacca sulla spalla: «Almeno un brin-disi potevi farlo».

Aspirai una lunga boccata. Il cielo sopra Parigi si stava annuvolando di nuovo.

Gli passai una sigaretta che lui rifiutò con un gesto. Aveva smesso di fumare ormai da un anno per una sorta di fioretto che non aveva mai svelato.

«Erano sicuri di vincere» disse «ieri sera ho incontrato i delegati turchi dopo che sei andato via.»

«Non avrebbero smosso Gül, del resto» risposi.

«Qualche paese deve aver fatto una doppia dichiarazione di voto.»

Restammo fuori per un po’, poi Paolo Glisenti, il segretario del Comitato promotore di Expo, ci chiamò dall’interno. Era in piedi al centro della hall, accanto a un mucchio di valige, insieme alla compagna Eliana, arrivata a Parigi per il voto.

«Non avevi niente di meglio da metterti?» rise Eliana vedendomi arrivare.

Guardai i miei vestiti e sorrisi imbarazzato. Qualche giornalista si aggirava ancora per la sala del Saint James.

In quel momento il sindaco Letizia Moratti scese le lunghe scale dell’albergo e per la prima volta mi accorsi che non erano in legno, ma composte da una sontuosa doppia scala bianca e nera, rivestita con un tappeto rosso fiammeggiante.

Nelle ultime due settimane ero volato giù da quelle scale senza guardarmi intorno, focalizzando ogni sforzo verso il prossimo appuntamento, ogni parola verso i suoi discorsi, ogni idea in una strategia da sottoporre a lei che ora, stretta nel suo tailleur blu, con passo trionfale e uno sguardo che non tradiva stanchezza, ci raggiungeva al centro della sala insieme al marito.

«Allora, siete pronti per tornare a casa?» indugiò su ognuno di noi.

Era una di quelle persone con un carisma naturale che sembra emanarsi come un bagliore dalla loro figura. Aveva, mi sembrò all’epoca, la capacità di rincuorarti con un sorriso o di gettarti nello sconforto con un’occhiata.

«Andate a riposarvi» disse «ve lo siete meritato.»

Ci salutammo e poi guardai i miei colleghi allontanarsi. Avevamo condiviso tutto in un legame che valicava il semplice rapporto lavorativo: eravamo stati amici e confidenti, avevamo guardato i nostri visi stravolti dalla stanchezza riflessi l’uno nell’altro, avevamo condiviso uno stato mentale che ci separava dal resto del mondo. I nostri amici, le nostre famiglie probabilmente non avrebbero capito quella foga, ma a noi bastava uno sguardo per leggerci nel pensiero perché in quel momento eravamo certi che le nostre preoccupazioni erano quelle dell’altro.

Ora sarebbe cominciata una nuova battaglia, il carro del vincitore avrebbe iniziato a sfilare per le strade di Milano e tutti avrebbero lottato per rimanere aggrappati. Non volevo perdere quell’occasione, sentivo che avrei dovuto combattere anche io, rivendicare i miei sforzi, allargare i gomiti e rimanere ben piantato a terra come per un tagliafuori sotto canestro, ma ero stanco. 

Tag:  La Candidatura. Expo: la vera storia di un successo italiano, Indiana Editore, Gaetano Castellini Curiel, Expo2015, Prologo

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