Una chiacchierata con lo scrittore Marco Drago

Un ventenne italiano in vacanza-studio nella Repubblica Democratica Tedesca, un mese indimenticabile - nel bene e nel male - trascorso oltrecortina e raccontato a distanza di venticinque anni. Marco Drago ci parla del suo nuovo romanzo, La prigione grande quanto un paese

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Courtesy of Barbera Editore

Perché un ragazzo di 21 anni decide nel 1988 di andare a trascorrere un mese di vacanza studio in un campus estivo nella Repubblica Democratica Tedesca? E perché nel 2013, 25 anni dopo, il ragazzo diventato uomo decide di raccontare questa sua storia in un libro?
Le ragioni sono più di una: quella più venale è che la vacanza-studio in DDR costava un'inezia, quella nella Germania Federale era molto più dispendiosa. In casa mia si badava a queste cose e io non volevo essere un peso eccessivo per la famiglia. Avevo frequentato un liceo privato per 5 anni e mi sentivo in colpa per quello e per il fatto che a 21 anni non avessi mai guadagnato una lira neanche facendo dei lavoretti. Poi c'era un motivo più “mio”: mi incuriosiva il mondo oltrecortina. La Germania Est era proprio un posto misterioso. Non conoscevo nessuno che c'era stato, mi faceva piacere andare a vedere di persona come si viveva in un luogo simile.
Sul fatto che ho scritto di questa esperienza dopo così tanti anni posso solo dire che è nato tutto come un esercizio per riabituarmi a scrivere narrativa dopo un lungo periodo di pausa. Il mio ultimo romanzo risaliva al 2005, nel frattempo ho fatto più che altro l'autore radiofonico e sono stato socio di una società di produzioni audio, quindi ero molto arrugginito. Per ricominciare ho pensato di tirare fuori dalla memoria una storia un po' strana che mi era successa tanto tempo prima. Tra l'altro ho scritto le prime parti di questo libro in contemporanea con i raccontini di “La vita moderna è rumenta” (Feltrinelli Zoom), che erano sempre esercizi di memoria, ancora più remota: l'infanzia, la prima adolescenza. E poi, a ruota, ho scritto un sacco di materiale per un libro in progress, provvisoriamente chiamato “Diario di un new waver di provincia”, dedicato alla musica post-punk, sempre roba di una trentina di anni fa... quindi probabilmente sto attraversando una fase così della mia vita di scrittore: poco spazio per l'invenzione romanzesca e via libera all'autobiografia e alla memoria.

E’ stato difficile, a livello personale e narrativo, ricostruire quel pezzo della tua vita?
Non è facile. Ci si fida della memoria ma poi si scopre inevitabilmente che, alla resa dei conti, quello che ci ricordiamo al volo, subito, senza sforzi, è ben poca cosa. Però ho imparato che la memoria è come un muscolo: bisogna esercitarlo. Lavorandoci su riaffiorano gioielli di cui si era persa (apparentemente) traccia. Per “La prigione grande quanto un paese” l'atteggiamento della voce narrante è di benevola presa in giro nei confronti di quello che si vive a vent'anni. Personalmente è stato un divertimento, è stato come perdonarsi per gli errori e le sventatezze tipiche di quell'età, per le ingenuità e le inadeguatezze. Poi è stato anche un modo per chiudere i conti con il mio primo amore... quella storia non mi era ancora andata giù dopo tutti quegli anni, avevo anche scritto un romanzo (“Zolle”) in cui avevo trasfigurato quella stessa storia rendendola irriconoscibile. Il tema fondamentale di “Zolle” era riassumibile nel detto: “Il primo amore non si scorda mai”. Non contento, ho scritto anche questo libro e finalmente mi sono sentito liberato di quel fantasma.

Se non avessi fatto quel viaggio, credi che saresti diventato una persona diversa?
Chi lo sa? Di sicuro è stato importante confrontarmi con la vita dei miei coetanei del blocco socialista. Avevano priorità diverse dalle mie, erano abituati a fare a meno, loro malgrado, di oggetti di consumo, di marche e prodotti... si era negli anni ottanta e io venivo da una cittadina in cui molte cose erano determinate dal numero di status symbol che potevi esibire: dalle automobili, ai vestiti firmati, dall'aspetto dell'abitazione al tipo di persone che frequentavi. Adesso mi sembra tutto lontano e ridicolo, ma certe scelte di “diversità” le pagavi davvero care... io non ero un tipo molto conformista, o almeno così credevo. Nel senso che, pur arrivando da una famiglia abbastanza benestante, rifiutavo risolutamente di conformarmi al modo di vivere della mia piccola città e frequentavo ambienti un po' più alternativi... quel poco che si trovava da quelle parti, ovviamente. Nell'est Europa tutto il mio schemino di divisione della società era inutilizzabile. Lì i giovani che si sbattevano per liberarsi dall'oppressione dei regimi erano molto più maturi di me. Più adulti e meno ingabbiati in stupide gabbie borghesi. Forse sarebbe bastato farsi un giro in qualche grande città italiana, ma io ero quasi sempre rimasto nel mio paesino... studiavo a Genova ma studiavo e basta, non frequentavo molto i miei compagni di studio genovesi, tendevo ad andare a lezione per poi chiudermi in casa a studiare. Inoltre Genova non è il posto migliore per vedere com'è il mondo. Non lo era allora e non lo è ancora adesso, temo.

Oggigiorno, se vai a fare una vacanza-studio, nella peggiore delle ipotesi finisci a Londra, nella migliore a Miami, o in qualche isola delle Baleari. Se potessi, chi manderesti indietro nel tempo a farsi un viaggetto nella DDR?
Essendo una cosa impossibile perché, caso quasi unico, quella nazione non esiste più e non esisterà mai più, credo che un ragazzo di oggi, se è intelligente e curioso, farebbe carte false per andare a dare un'occhiata. Tutto sommato io posso dire di aver visto una “cosa” che, appunto, è stata un esperimento temporaneo, durato una quarantina d'anni, non a tutti è stato concesso questo privilegio storico. Quindi credo che a un ragazzino di oggi, se al posto della Londra globalizzata, della Berlino trendy, della New York soffocata dalla pubblicità, si offrisse un soggiorno nella cupa e tetra DDR, dovrebbe accettarlo al volo e goderselo fino in fondo. Ma è un paradosso spazio-temporale: la DDR non esiste più e mai più esisterà.

C’è tanta letteratura e soprattutto tanta musica nel tuo romanzo. Qual è la colonna sonora di questo libro?
La colonna sonora reale di quel mese: i R.E.M., Morrissey, Prince, Frank Zappa (molto popolare al di là del Muro). Il mese prima (giugno 1988) avevo assistito a due concerti di Zappa in Italia, a Torino e Genova, in quella che sarebbe stata la sua ultima tournée prima di morire. Ero in pieno trip zappiano e coinvolsi tutti quanti ad ascoltare la sua musica. L'amico scozzese di cui parlo nel libro non aveva mai sentito prima la musica di Zappa e dopo un mese con me, tornato in  UK, si comprò decine di ellepì. Mi scriveva lunghe lettere in cui elencava i dischi di Zappa che era riuscito a trovare... che ridere! Lui invece mi fece conoscere i R.E.M., che io avevo sempre trovato troppo country rock... mi fece ascoltare delle loro cose un po' diverse dal solito e mi appassionai. Notare che i R.E.M. erano all'epoca una band underground. Il successone di “Losing My Religion” è di due anni dopo.

Io ero molto piccola quando è caduto il Muro di Berlino, ma me ne ricordo bene. Tu cosa hai provato quel giorno? Che impressione ti ha fatto camminare lungo il Muro prima e dopo il 9 novembre 1989?
Io avevo già la mia fissa sul Muro per motivi letterari/musicali: Christiane F., Bowie, ecc… e quando è successo il patatrac della caduta me la sono goduta tantissimo. Ero felice per i ragazzi che avevo conosciuto, ero ingenuamente sicuro che da quelle parti avrebbero fatto nascere una società nuova, tenendo quanto di buono avevano fatto con il socialismo e prendendo quanto di buono si era fatto dalle nostre parti con il capitalismo. Ma è stato un sogno brevissimo: forse è successo tutto troppo in fretta. Gorbaciov voleva fare le cose con più calma, ma come si fa? I grandi interessi economici si erano mossi e non c'è stato modo di fare le cose come andavano fatte. Sono tornato a Berlino dopo molti anni, forse 15, e non ho trovato niente della vecchia Berlino: avevano ricostruito una città tutta nuova. Mi sono sentito molto estraniato, è stata una delusione.

E che impressione ti hanno fatto le nostre colline cannellesi dopo la DDR? (Come Marco anch'io sono cresciuta a Canelli, nell'astigiano, ndr)
Domanda difficile. Sono nato e cresciuto tra quelle colline e me ne sono allontanato da adulto fatto. Adesso le vedo prodigiosamente immobili, come se lì il tempo scorresse con una lentezza pazzesca. Possono passare 4-5 anni senza che cambi niente, tra la gente e anche nel paesaggio. Rassicurante. Ma anche inquietante. Come fanno? Che droghe usano?

Cosa fa Marco Drago quando non scrive?
Per anni e anni ho lavorato alla mia società di produzione ed ero sempre impegnatissimo a fare le cose più strane: organizzare session di registrazione, progetti audio/video, incontrare gente, firmare contratti, litigare con questo e quello, cominciavo al mattino e non avevo idea di quando la giornata sarebbe finita. Poi sono successe una di fila all'altra delle cose: problemi di salute, la rottura con il mio socio, la fine della carriera radiofonica e adesso trascorro molto tempo in casa a tradurre, a scrivere, a editare, a leggere libri da recensire... quindi devo ancora un po' abituarmi a questa nuova vita, meno frenetica.  Come dicevo, passo molto tempo da solo. Mia moglie (beata lei) ha un lavoro fisso e quindi esce di casa al mattino e arriva alle otto di sera. Non ho molto voglia di vedere gente, per cui mi perdo volentieri in mille appuntamenti culturali che Milano offre. Ogni tanto si va al cinema, qualche concerto. Poi non mi piace andare per locali milanesi, sono troppo vecchio ormai. Tutta quella gente ammassata fuori a fumare, casino, musica forte, tutti più giovani di me...


A cosa stai lavorando ora? Letterariamente parlando…
Sto raccogliendo materiale su un fatto di cronaca successo la scorsa estate e ne trarrò un romanzo.

Prossime presentazioni de “La prigione grande quanto un paese”?
A gennaio presenterò il libro a Genova (9 gen), Torino (13 gen), Roma (15 gen) e Milano (16 gen). A fine novembre sarò ad Acqui Terme il 29 (mattino in una scuola superiore e sera in libreria) e il 30 a Lodi. A dicembre Asti (l'8) e a Canelli il 14. Poi vedremo.

Il prossimo 3 dicembre, Marco Drago sarà anche ospite della trasmissione radiofonica Shokking Culture, che conduco con Marta Casanova su www.rocknrollradio.it tutti i martedì dalle 18 alle 19.

 

Il libro che stai leggendo…
“On the road with Bob Dylan” di Larry Sloman (minimum fax) che racconta le sei settimane del famoso tour chiamato “Rolling Thunder Revue”, nel 1975, il ritorno di Dylan alla vita dopo il periodo di auto-isolamento dovuto alla troppa fama e alla pressione esercitata da un esercito di fan fuori di testa. Un libro divertente, ma che magari non appassiona tutti, bisogna conoscere un po' Dylan e la sua storia, per apprezzarlo bene.

Il libro da leggere almeno una volta nella vita…
Ce ne sono moltissimi, ma direi “Der Zauberberg” di Thomas Mann. (“La montagna magica” o “incantata” a seconda delle traduzioni). È un libro ottocentesco e post-moderno allo stesso tempo, una specie di enciclopedia del primo novecento.

Il libro da regalare a Natale…
“Musica per camaleonti” di Truman Capote. Me l'aveva regalato a Natale tanti anni fa un amico che non c'è più, quasi un fratello... e me lo porterò sempre nel cuore.


31 ottobre '13, Barbera Editore
pp. 154
prezzo di copertina € 16,50
Tag:  Marco Drago, La prigione grande quanto un paese, Barbera Editore, Repubblica Democratica Tedesca, DDR, 1988, vacanza-studio, Muro di Berlino, Frank Zappa

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