Cina

La libertà individuale non esiste, la famiglia è affare di Stato

di Stefano Magni

Pubblicato lunedi, 10 maggio 2010

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La rivoluzione maoista e la guerra civile erano state combattute anche nel nome dell’emancipazione della donna. Ma le cinesi sono passate da una forma di dominio a un’altra senza soluzione di continuità. Alla tirannia dei padroni feudali è subentrata quella del Partito Comunista. Che, dal 1949 al 1979, non solo ha pianificato l’economia (con esiti disastrosi, soprattutto nelle campagne), ma anche la famiglia e la vita individuale. I matrimoni combinati non sono mai finiti. Hanno solo cambiato “colore”: i dirigenti di Partito hanno fatto e disfatto le famiglie, trasferendo mariti e mogli da un capo all’altro del Paese (a seconda delle esigenze dell’economia pianificata), sperimentando grotteschi matrimoni collettivi, separando drammaticamente i figli dai genitori. In quel lungo periodo della storia contemporanea cinese, la donna ha conosciuto una sola forma di eguaglianza con l’uomo: quella nella sofferenza. La famiglia è stata letteralmente distrutta dalla Rivoluzione Culturale degli anni ‘60, in cui mariti, mogli, padri, madri e figli potevano trasformarsi di colpo in nemici pronti a consegnarsi nelle mani della polizia o delle milizie rivoluzionarie. E come in tutti i regimi totalitari, l’uomo e la donna sono stati colpiti nella loro sfera più intima: l’amore. Perché l’unica fedeltà deve essere rivolta al partito, al leader, allo Stato.

Le riforme modernizzatrici di Deng Xiao Ping, a partire dal 1979, hanno solo leggermente ammorbidito la condizione della donna che, di fatto, non è padrona del suo corpo. Infatti resta inalterata una delle più brutali forme di repressione personale: la pianificazione delle nascite.

Nell’emisfero occidentale siamo abituati ad avere leggi che limitano o proibiscono del tutto l’aborto. In Cina il problema è l’opposto. Se la famiglia non risponde a determinati requisiti, fissati dallo Stato, la donna non è libera di partorire. Non ci sono paragoni nel mondo occidentale a questa condizione femminile, se non andiamo a ricordare l’eugenetica imposta dallo Stato nella Germania nazista, o quella più soft e subdola adottata dai governi scandinavi fino alla metà degli anni ‘70. E' difficile farsi un’idea di cosa voglia dire un funzionario di Stato che giudica se una donna ha diritto o meno di avere un figlio. In Cina, il criterio seguito. è soprattutto quello numerico: non più di un figlio per famiglia. Altrimenti il governo farebbe fatica a mantenerti. Per denunciare i trasgressori, è stata messa in piedi (come in tutti i regimi totalitari) una fitta rete di delatori. Dei bambini che vengono nascosti non si sa più nulla: spesso finiscono in balia del commercio clandestino di organi, o vengono venduti. In alcuni casi è sorto addirittura il sospetto che siano addirittura mangiati (la notizia era stata data da Asia News nel 2006).
Le donne sono doppiamente vittime di questo sistema. Come madri, se trasgrediscono e mettono al mondo più di un bambino, subiscono il carcere. Come figlie, non vengono nemmeno partorite - nonostante il governo neghi, è consuetudine imporre l’aborto se il feto è femmina. Fa parte anche questo del disegno di riduzione delle nascite in Cina: un vero e proprio “genericidio” che fa impallidire la Germania eugenetica e genocida.
 
Tag:  Cina, aborto, pianificazione familiare, sterilizzazione forzata, genericidio

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