Le donne secondo Muhammar Gheddafi

“Indurre la donna a svolgere il lavoro maschile è un'ingiusta aggressione contro la femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale necessario alla vita”

di Stefano Magni

Pubblicato giovedì, 24 febbraio 2011

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Muhammar Gheddafi è probabilmente sul punto di perdere il suo potere. E cosa perderanno le donne in Libia? Considerato laico o eretico sul piano religioso (musulmano), illuminato rispetto agli imam e ai dittatori integralisti, il dittatore di Tripoli ha sempre mostrato un certo gusto kitsch nei confronti del sesso “debole”, circondandosi di guardie del corpo femminili (le “Amazzoni”) e pretendendo, dagli ospiti italiani, di avere centinaia di belle ragazze a sua disposizione a cui impartire lezioni di Islam.

Ma c’è una filosofia dietro a tutto questo?

Nel suo Libretto Verde, il manifesto dell’ideologia di Gheddafi, un intero capitolo è dedicato al ruolo della donna. A partire dalla constatazione che: “La donna è un essere umano e l'uomo è un essere umano”. Il principio, all’inizio del ragionamento, sembrerebbe quello dell’eguaglianza. A parte il fatto che, da “beduino rivoluzionario” (come lui stesso si è definito ieri) Gheddafi sembra parlare più di cammelli che non di persone: “Fare una discriminazione tra uomo e donna sul piano umano è un’ingiustizia clamorosa e senza giustificazione. La donna mangia e beve come mangia e beve l'uomo. La donna odia e ama come odia e ama l'uomo. La donna pensa, apprende e capisce come pensa, apprende e capisce l'uomo. La donna ha bisogno di alloggio, di vestiario e di mezzi di trasporto come ne ha bisogno l'uomo. La donna ha fame e ha sete come ha fame e ha sete l'uomo. La donna vive e muore come vive e muore l'uomo”.

Ma una volta stabilito che la donna mangia, beve, ama, odia e (addirittura) pensa e apprende come un uomo, il suo ruolo nella società (per lo meno quella libica) è pari a quello dell’uomo? Neanche per idea. Perché, si chiede Gheddafi: “Perché il creato ha richiesto la creazione dell'uomo e della donna, il che si realizza con l'esistenza di entrambi, e non dell'uomo soltanto, o della donna soltanto? Deve assolutamente esservi una necessità naturale a favore dell'esistenza di entrambi, e non soltanto dell'uno, o soltanto dell'altra”. E quindi: “E’ assolutamente necessario che vi sia una condizione che ciascuno dei due vive, e in cui svolge il suo ruolo diverso dall'altro. E tale condizione deve differire da quella dell'altro, in ragione del diverso ruolo naturale proprio di ciascuno. Per riuscire a comprendere tale ruolo, rendiamoci conto della differenza naturale esistente fra la costituzione fisica dell'uomo e quella della donna, ossia quali sono le differenze naturali tra i due: la donna è femmina e l’uomo è maschio. La donna conformemente a ciò - come dice il ginecologo - ha le sue regole, ovvero arrivata al mese è indisposta, mentre l'uomo per il fatto che è maschio non ha le regole e di abitudine non è mensilmente indisposto”. A parte le differenze fisiche, ci sono, ovviamente, anche differenze sociali. Se no il discorso del colonnello non avrebbe senso. “Ciascuno dei due nella vita ha un ruolo o una funzione diversa dall'altro, in cui non è assolutamente possibile che il maschio subentri alla femmina: ossia non è possibile che l'uomo assolva a queste funzione naturali in luogo della donna. È degno di considerazione che tali funzioni biologiche sono un peso gravoso per la donna, che le impone uno sforzo ed una sofferenza non trascurabili. Ma senza dette funzioni cui ella adempie la vita umana finirebbe: si tratta dunque di funzioni naturali non volontariamente scelte né obbligatorie, ma piuttosto necessarie, la cui sola alternativa sarebbe la fine totale della vita del genere umano”. Queste regole naturali imporrebbero, prima di tutto, il divieto di abortire: “Esiste un intervento volontario contro la gravidanza, che costituisce l'alternativa della vita umana; esiste un intervento volontario parziale contro la gravidanza; esiste l'intervento contro l'allattamento. Essi però sono tutti anelli di una catena di azioni contrarie alla natura della vita, culminanti nell'uccisione, ossia nel fatto che la donna uccida se stessa nella sua essenza per non ingravidare, non procreare e non allattare”. La lotta contro gli interventi “contrari alla natura della vita” si estende anche agli asili nido: “La rinuncia al ruolo naturale della donna nella maternità, ossia che gli asili nido si sostituiscano alla madre, è l'inizio della rinunzia alla società nella sua dimensione umana e della sua trasformazione in società puramente biologica ed in vita artificiale”. E inoltre, dopo una lunga dissertazione sulla maternità naturale negli uomini e nei polli (sic!), il colonnello ci spiega che: “indirizzare il bambino all'asilo nido anziché lasciarlo alla madre è una coercizione ed è un abuso contro la sua libera tendenza naturale. In tutte le cose la crescita naturale è quella sana in piena libertà. Che si faccia dell'asilo nido una madre è un atto coercitivo contrario alla libertà della crescita corretta. I bambini sono condotti all'asilo nido forzatamente, oppure per il fatto che li si raggira e per la loro semplicità infantile”. E se la madre non ha tempo? E’ proprio questo il problema: “La sola giustificazione per questa operazione innaturale e inumana è che la donna si trovi in una situazione incompatibile con la sua natura, ovvero che sia costretta all'adempimento di obblighi asociali e contrari alla maternità”. Dunque bisogna aiutare le donne, non solo concedendo loro il diritto alla maternità, ma incoraggiandole a non fare gli stessi lavori dei maschi: “Si è convinti - compresa lei stessa - che la donna svolga il lavoro fisico esclusivamente di sua spontanea volontà, ma di fatto non è così. Ella vi adempie solo perché la dura società materialistica l'ha messa in circostanze di forza maggiore, senza che lei se ne rendesse direttamente conto. E non le resta altra via che assoggettarsi alle condizioni di tale società, mentre è convinta di lavorare per sua libera scelta. Ma ella non è libera di fronte a una siffatta regola che sosterrebbe: ‘fra uomo e donna non vi è differenza in nessuna cosa’. L'espressione ‘in nessuna cosa’ è il grande inganno nei confronti della donna. Distrugge infatti le condizioni a lei appropriate e indispensabili: condizioni necessarie e di cui ella deve senz'altro godere dinanzi all'uomo, in conformità. alla sua natura che le ha predisposto un ruolo da svolgere nella vita”.

I ruoli nel lavoro e nella società devono essere separati, perché, secondo Gheddafi: “Il maschio svolge il ruolo del forte e del rude non per costrizione, ma perché è stato creato così. Invece la femmina svolge il ruolo del delicato e del bello non per sua libera scelta, ma perché è stata creata così”. E quindi: “Indurre la donna a svolgere il lavoro maschile è un'ingiusta aggressione contro la femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale necessario alla vita. Infatti il lavoro maschile cancella le belle fattezze della donna con cui la natura costitutiva ha voluto che appaia perché svolga un ruolo diverso da quello del lavoro confacente a chi non è femmina”. E le Amazzoni, dove le mettiamo? Forse la risposta è nell’ultima frase: “Non vi è differenza nei diritti umani fra l'uomo e la donna e fra l’adulto e il bambino. Ma non vi è eguaglianza completa fra loro per i doveri cui devono assolvere”. Quando si tratta di obbedire a un ordine, insomma, qualcuno è più uguale degli altri.
 
Tag:  Muhammar Gheddafi, Libia, Libretto Verde, donna, Amazzoni

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