Russia

"Se un uomo ti picchia, vuol dire che ti ama"

di Stefano Magni

Pubblicato giovedì, 28 ottobre 2010

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“Se un uomo ti picchia, vuol dire che ti ama”. Il “bel” motto popolare russo la dice lunga su quali siano i rapporti in moltissime famiglie del gigantesco Paese a cavallo fra Europa e Asia. L’Unione Sovietica prima e la Federazione Russa poi hanno uno strano rapporto con la popolazione femminile. L’Urss, fin dalla nascita, volle emancipare le donne dallo stato di minorità in cui si trovavano dai tempi dello zarismo. Le donne lavoravano. Ma nessuna era in posizioni di responsabilità, i loro salari e le loro mansioni erano di bassa forza.

Non facevano carriera nell’esercito, non erano funzionarie di medio-alto livello, non comandavano, non erano in politica. In compenso era comune vedere le donne nelle fabbriche, agli sportelli della burocrazia statale, nei cantieri, nelle cucine. E nell’ultimo ventennio del regime comunista anche nelle strade e negli alberghi per occidentali: a battere. Non un grande esempio di emancipazione, insomma.

Nella Russia post-comunista alle donne va decisamente meglio. Non sono ancora sbarcate nel mondo della politica: al Cremlino non se ne vede neanche una. La politica, almeno negli ultimi 10 anni, è appannaggio di ex militari ed ex agenti dei servizi, formatisi nell’era sovietica, dunque non c’è ancora posto per il “sesso debole”. Tuttavia le donne nella Russia contemporanea svolgono lavori che, fino a quindici-venti anni fa, erano monopolio dei maschi. Scrivono sui giornali, entrano nelle aziende, diventano imprenditrici, avvocati, magistrati, libere professioniste, soldatesse e ufficiali.

Ma quando tornano a casa, non sempre sopravvivono alla violenza dei mariti. La Federazione Russa registra uno dei più alti tassi al mondo di violenza domestica. Il Comitato per la Difesa Sociale della Duma (parlamento) russa ha calcolato 14mila casi di donne ammazzate dai mariti nell’ultimo anno. Ammazzate con omicidi premeditati, a colpi di arma da fuoco, gettate dalla finestra, uccise a furia di percosse, fatte sparire. 14mila vittime costituiscono i due terzi di tutti gli omicidi nel Paese (circa 21mila), dunque il più grave problema sociale russo in assoluto. Ed è in crescita: dati russi confermano un aumento del 50% del numero di casi dal 2002 ad oggi.
Di fronte a questo eccidio di proporzioni immense, lo Stato fornisce pochissimi mezzi per difenderle. Il primo e più semplice di questi strumenti, la casa-rifugio (diffusa in Italia sin dal XVI Secolo), in Russia è praticamente inesistente. Stando ai dati forniti dal rapporto 2010 di Amnesty International ce ne sono solo 20 per una popolazione femminile di circa 75 milioni di persone. A Mosca ce n’è soltanto una. Ed è in grado di ospitare una decina di donne. La legge che le regola costituisce un ostacolo ulteriore: solo le donne residenti in quella città o regione possono chiedervi asilo. Ciò vuol dire che la stragrande maggioranza delle donne vive in città in cui mancano del tutto case-rifugio, né può chiedere asilo nelle città che le hanno. Mancano servizi di assistenza diretti. Mancano fondi per istituire linee telefoniche di aiuto.

A farne le spese, oltre alle donne, sono soprattutto le nuove generazioni. I bambini risentono direttamente del clima violento che regna nelle loro famiglie. Pavel Astakhov, commissario presidenziale russo per i diritti dei bambini calcola 108mila casi di minori vittime delle violenze domestiche solo nell’ultimo anno: 2000 sono morti per mano dei genitori, circa 100mila sono fuggiti di casa. In che mani sarà la Russia del futuro?

 


Tag:  violenza domestica, Russia, Mosca, case rifugio, violenza sui minori

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