Siria, Amina non esiste, ma i veri gay ora hanno paura

Tutte le conseguenze possibili dell'"outing" virtuale di Tom McMaster, il vero autore di "A Gay Girl in Damascus"

di Stefano Magni

Pubblicato sabato, 18 giugno 2011

Rating: 5.0 Voti: 1
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci
La bufala è stata scoperta il 12 giugno. “Amina Arraf sono io”, ha detto un americano, grassoccio, con la barba, residente in Scozia, sposato, ancora all’università da eterno bamboccione, di nome Tom McMaster. “Volevo esplorare i confini fra realtà e finzione”, ha detto l’autore di “A Gay Girl in Damascus”, l’ormai famoso blog dell’inesistente Amina Arraf.

La “ragazza” di Damasco, gay e dissidente, era un’eroina arrestata dalla polizia mentre si recava a una manifestazione contro il dittatore Bashar al Assad. La famiglia chiedeva inutilmente informazioni alla polizia per rintracciarla. La sua eroica cugina lanciava appelli all’opinione pubblica internazionale. I governi di mezzo mondo le davano retta. Il suo caso era finito sui principali giornali internazionali. Era ormai diventata un’icona della resistenza gay. Un simbolo di una rivoluzione laica e tutt’altro che islamica contro una feroce dittatura mediorientale. Ma soprattutto: era tutto inventato.

Quali sono state le conseguenze? Qui in Occidente l’unica vera ricaduta negativa è: la riapertura del dibattito sull’uso di Internet. Quotidiani autorevoli, come il britannico The Guardian, hanno dato retta ad un blog mandato online da una casa a poche centinaia di km dalla redazione, credendolo scritto a Damasco, da una dissidente. Ora si sentono dei deficienti. I giornalisti della generazione pre-Internet ne approfittano per dimostrare che il web è solo un’accozzaglia di notizie false e non verificate. Ma si rifiutano di spiegare come diavolo si possa verificare una notizia su Damasco, considerando che il giornalista che prova a entrare in Siria è un giornalista morto. Grazie a Internet la smentita sull’identità di questa “ragazza” è arrivata in pochi giorni. Solo grazie a Internet, una ragazza croata di Londra si è accorta subito che la foto di Amina, in realtà, era la sua. Nell’era pre-Internet, la verifica e la smentita sarebbero arrivate dopo mesi, anni, o mai.

Prima della rete e dei social network, della Siria non avremmo saputo nulla. O avremmo dato retta solo alle notizie date dai media di regime. Che tuttora parlano unicamente di manifestazioni oceaniche a sostegno di Assad e poliziotti morti ammazzati da “gang armate” o da “terroristi”. Prova ne è che ancora pochissimi conoscono il massacro di Hama, avvenuto nel 1982, per mano del regime del padre di Bashar al Assad. Passò talmente sotto silenzio che la comunità internazionale non si accorse neppure di decine di migliaia di morti. Questa era l’epoca pre-Internet. Oggi, almeno, sappiamo qualcosa di più, abbiamo qualche foto, qualche video, qualche stima sul numero delle vittime, tracce di dichiarazioni rilasciate dagli esponenti del fronte rivoluzionario. E’ ovvio che non tutto va preso come oro colato, ma almeno ci arriva qualcosa di diverso dalla propaganda di Damasco.
Eppure i pregiudizi contro il Web sono ancora tantissimi. E ci possiamo scommettere fin da subito che, dopo questo incidente, i blog saranno bocciati come fonte di informazione. A pagarne le conseguenze saranno dissidenti, minoranze perseguitate e intellettuali censurati che hanno nel Web la loro unica finestra da cui affacciarsi.

Ma quali sono le conseguenze dell’outing di Tom McMaster, laggiù in Oriente? Come l’hanno presa i dissidenti siriani? Come sta avvertendo il colpo la comunità gay (quella vera) siriana?

Due giorni fa, un gay di Damasco ha scritto, sotto lo pseudonimo di Daniel Nassar, un articolo su Foreign Policy. Sarà vero? Sarà un altro falso? Foreign Policy è una rivista seria (ma anche il The Guardian è un quotidiano serissimo), ha molti contatti in tutti i Paesi del mondo (ma anche il The Guardian li ha), ma soprattutto la testimonianza che pubblica “suona” vera, verosimile almeno. E rivela uno scenario molto peggiore di quello che abbiamo sognato con la finta Amina. Non ci sono movimenti di dissidenti gay, perché “prima di combattere quella battaglia (per i diritti, ndr), c’è un’altra lotta da affrontare: accettarsi per quell che si è”. Una lotta molto ardua, considerando che: “La mia mascolinità viene messa alla prova in ogni momento, da ogni persona. I delitti d’onore, che di solito prendono di mira le donne presunte promiscue, possono colpire anche gli uomini sospetti gay. La minaccia di violenza fisica è concreta. Mio padre, una volta, ha preso la sua pistola e me l’ha puntata in faccia durante una litigata sulla mia omosessualità. Otto anni dopo, la relazione con la mia famiglia è ancora tesissima. Vivo da solo da quando ho 17 anni, ma sono costantemente spiato da mio padre durante ogni incontro che ho con i miei amici, perché io ‘non diffonda la mia omosessualità’”.

Quello dei gay in Siria è dunque un doppio dissenso: magari verso la dittatura, ma sicuramente verso la famiglia e le tradizioni. Che non cambierebbero nemmeno in caso di caduta del regime di Assad. Altro che Amina, la ragazza che si dichiara apertamente gay, scrive un blog in inglese e viene sostenuta dalla sua famiglia! Il sito della finta “Gay Girl in Damascus” ha ora esposto questa piccola comunità ad eventuali rappresaglie. “I media stanno già prendendo di mira le minoranze viste come critiche nei confronti del regime. E la comunità Lgbt è un bersaglio facile. Non hanno bisogno di far cambiare idea alla gente sui gay: l’opinione è già negativa”. 

 
Tag:  Amina, Siria, Tom McMaster, Daniel Nassar, Foreign Policy, Internet, Damasco, gay, lesbiche, Lgbt

Commenti

Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni