La squalifica di Ibrahimovic

Buon senso e regolamento: la ragione sta nel mezzo?

di Valentina Resta

Pubblicato mercoledì, 13 aprile 2011

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Il confine tra buon senso e regolamento è sempre molto labile, nel male, più spesso, nel bene, di rado. Mal comune mezzo gaudio, recita il proverbio, ma è sempre più frequente che il ‘mal’ non sia comune, e che il ‘gaudio’ sia appannaggio di pochi. È questa la pellicola ricorrente nel cinema chiamato SPORT. Negli ultimi giorni a tener banco tra gli addetti ai lavori, ma anche più banalmente nelle chiacchiere da bar, è la squalifica inflitta a Zlatan Ibrahimovic. Tre giornate di stop dal campionato, ovvero la precisa metà delle partite che restano da giocare, due delle quali per aver rivolto ingiurie al guardalinee al minuto numero 87 del posticipo della 32esima giornata di serie A tra Fiorentina e Milan, partita poi vinta, non senza soffrire nel finale, 2-1 dai rossoneri.

Partiamo dal regolamento. Carta alla mano, a un insulto rivolto al direttore di gara o a un assistente, deve corrispondere un cartellino rosso. Quindi, esaminando l’accaduto con il freddo occhio puntato alla legge del calcio, c’è poco da discutere o da aggiungere. Rosso doveva essere e rosso è stato. Ma il calcio non è fatto solo di regole da perseguire pedissequamente. Il calcio è interpretazione, ragionamento e buon senso. Un buon senso che dovrebbe appartenere in primis al giocatore, ma sul quale dovrebbe probabilmente riflettere anche il direttore di gara e chi lo coadiuva nella gestione di una partita. Un occhio al regolamento, una mano sulla coscienza.

E arriviamo quindi al contesto, variabile non trascurabile del calcio moderno. Ibrahimovic era reduce da una squalifica, comminatagli poche settimane fa per condotta violenta ai danni di un avversario, e ridotta, tramite ricorso, da tre a due giornate. Al Franchi gioca una gara generosa, macchiata sul finire da un cartellino giallo decisamente severo per un fallo decisamente poco severo. Poi, il fattaccio. A tre minuti dalla fine quel ‘vaffa’ rivolto all’assistente. L’epilogo lo conosciamo tutti. La mia domanda è: che bisogno c’era? Ed è un quesito che rivolgo a entrambi gli attori in causa. All’attaccante, che conosce il regolamento e che ha il dovere morale nei confronti di sé stesso, ma soprattutto della sua squadra, di mantenere una condotta rispettosa. All’assistente dell’arbitro, che a tre minuti dalla fine, avrebbe forse potuto incassare uno sfogo di frustrazione, andando così contro il regolamento, ma verso il buon senso.

“E’ come se chi passa con il semaforo rosso e prende la multa protesta perché altri come lui non sono stati puniti nello stesso modo”è il ritornello con il quale la mia tesi viene smontata con maggior frequenza. “Chi sbaglia paga, punto. E chi sbaglia e non paga non cancella la colpa di chi ha pagato”, mi dicono.

Non so se sono tanto d’accordo: lo sono nella teoria, ma la pratica non mi convince. Nella vita dovrebbe essere così, in politica dovrebbe essere così, in amore dovrebbe essere così. Ma, in fondo, è così? Io non penso, e al regolamento prediligo sempre il buon senso…
Tag:  Zlatan Ibrahimovic, squalifica, cartellino rosso, regolamento, buon senso, calcio

Commenti

13-04-2011 - 08:29:24 - alessandro
l'articolo non fa una piega......... La regola fin dall'inizio dei tempi è: La regola c'è, chi viene beccato paga! chi riesce a nn farsi sgamare rimane impunito.
Di' la tua


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