Mostra antologica: Donna è sport. 1861-2011

Tributo alle donne nello sport. Le atlete si raccontano

di Bruno Raco

Pubblicato martedi, 14 giugno 2011

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Photos Courtesy of Daniela Tarantini - Gazzetta dello Sport
Lo sport italiano oggi è ai massimi livelli, abbiamo un gruppo d’élite nello sport italiano, l’élite dello sport è donna”.

Questa, la considerazione alla quale giunse Candido Cannavò prima di lasciarci. Un’equazione, di più, una consacrazione che arriva a suggellare un percorso tutto al femminile quale fenomeno sportivo italiano.
Questa mostra, gratuita, ospitata nel Museo del Rinascimento in via Borgonuovo a Milano, dal 10 giugno al 25 settembre 2011, rientra nel novero dei festeggiamenti del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia ed è promossa dalla Fondazione Candido Cannavò e dalla Gazzetta dello Sport.
 
E’, credo, un tributo doveroso all’altra metà del cielo per il quale diventa vetusto il termine “sesso debole”. Il perché lo spiego con le parole di Josefa Idem, canoista olimpionica incontrata al vernissagge di apertura alla mostra: “Ci sono vecchi schemi da abbattere, le presenze femminili nello sport  in 30 anni son passate dal 18% al 46%. Alle Olimpiadi di Lillehammer  su 17 medaglie vinte 10 erano femminili”. Così mi rintuzza! Io quei numeri li conoscevo, le percentuali le sventolava già Cannavò ad ogni occasione sulla Gazza; lui aveva capito che lo sport è donna, che un impetuoso percorso ha portato la donna ad avere pari diritti nel sociale, e che ora, questi diritti , a giusto titolo, la donna li vuole ottenere anche nello sport. Con accanimento e disciplina le donne stanno surclassando gli uomini, che inebetiti stanno a guardare. Azzardo una considerazione: forse per avere uno sport pulito noi maschietti dovremmo guardare con deferenza al processo che ha portato sui podi così tante donne.
 
Sempre la Idem, vulcanica: “Lo sa che io ho 46 anni ed ho intenzione di partecipare alle prossime olimpiadi? Forse tanto debole non sono!”. Ovazioni degli astanti per la bella notizia. La Idem, che scopro anche ironica, continua: “Dovrò prima qualificarmi, comunque grazie per la fiducia accordatami in anticipo!”.
 
Signori, lo spettacolo ha inizio! Sul palco, dal quale atlete di oggi e di ieri si raccontano, si confrontano, si infervorano per la causa tutta al femminile, una signora, Paola Pigni (foto), gentile nell’aspetto e che dal capospalla corallo lascia intravedere la figura dell’atleta che è stata negli anni ‘60, scuote la platea ricusando il termine quote rosa: “Non  sono affatto quotata, perché non sono come un panda in via d’estinzione, lasciamo queste considerazioni stupide e abbracciamo la meritocrazia, l’onestà e, soprattutto, la libertà!”.

Un’altra atleta, che mi confessa l’amarezza per essere stata abbandonata dalla sua federazione - “Neanche una telefonata alla nascita della mia bambina” (non ho avuto il coraggio di ricordare il movente che spinge le organizzazioni sportive ad interessarsi delle proprie atlete: il ritorno economico!) - che nel suo cappottino chiaro sembra involarsi come le figure di Chagall e che si chiama Stefania Bianchini (foto a destra col nostro inviato) - campionessa mondiale di boxe e kickboxing – ricorda che fino al 2001 in Italia era vietata la boxe femminile da professioniste, ergo si andava a combattere all’estero senza supporto della federazione, e quindi della copertura assicurativa.
 
Alcune di queste atlete pluripremiate fanno parte delle federazioni, un ruolo “politico” che permette loro di portare avanti le istanze delle stesse.
E’ Manuela Di Centa (foto a sinistra) che prende la parola deviando il dibattito sul come conciliare la vita di atleta e la vita privata: “L’atleta che ha portato in giro per il mondo il tricolore appuntato sul petto deve essere libera di decidere sulla propria maternità e deve essere tutelata anche quando lascia la carriera per un figlio!”

Quindi Valentina Vezzali  (foto a destra) che ricorda: “C’è un tempo per tutto, c’è un momento per smettere; da quel momento in avanti io sarò esempio per le atlete che verranno, come Dorina Vaccaroni lo è stata per me... essere esempio in una società in cui servono figure di riferimento pulite.”

Parole leggere da una solare Novella Calligaris (foto a sinistra col nostro inviato), la prima campionessa italiana del nuoto, che da piccola era terrorizzata dal mare: “Oggi si fa notare che la fisicità prevale sul talento ma non considererei una colpa le spalle larghe di un’atleta o il loro portamento elegante!”.
 
E’ trascorso un secolo da quando Edmondo De Amicis commentava in Amore e Ginnastica l’istituzione della ginnastica nelle scuole. Non senza curiosità mista a sconcerto si legge che nelle scuole religiose, per esempio, rappresentava forte impaccio assumere pose atletiche da parte delle monache al cospetto delle alunne (guai a sollevare la veste per mostrare come eseguire i piegamenti!); con costernazione, invece, apprendiamo che nelle scuole pubbliche le insegnanti di musica deploravano qualsiasi forma di ginnastica perché avrebbe impedito alle allieve di suonare il piano con scioltezza.
 
Lo sport è donna ormai. Qualsiasi proiezione nel futuro sportivo dell’Italia si tinge di rosa. Apparterranno alle donne le prossime vittorie, ne sono convinto, come a loro apparterranno le prime pagine della Gazzetta dello Sport. Rosa, appunto.


Photos Courtesy of Daniela Tarantini - Gazzetta dello Sport



DONNA E' SPORT nell'Unità d'Italia
dal 10 giugno al 25 settembre 2011


Museo del Risorgimento
Via Borgonovo 23, Milano

Ingresso libero
Da martedì a domenica
dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle ore 17.30
lunedì chiuso

 
Tag:  Donna è sport, Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, Museo del Rinascimento, Milano

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