Quando i colori di una maglia diventano pretesto per dar vita alla violenza

La furia intorno e dentro il calcio continua. Dove sta la soluzione?

di Marta Elena Casanova

Pubblicato sabato, 28 febbraio 2015

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29 maggio 1985. Finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Lo stadio è quello di Heysel, a Bruxelles. 39 tifosi perdono la vita in seguito agli scontri nati a causa dei cosiddetti Hooligans, i tifosi inglesi. A seguito di questa incredibile, inaccettabile tragedia, l'allora Primo Ministro del Regno Unito, la Lady di Ferro Margareth Thatcher, ordinò il ritiro di tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee. Quello stesso anno fu emanato lo Sporting Event Acts per evitare il consumo di bevande alcoliche presso e dentro gli stadi. L'anno seguente è nata la prima legge sul calcio, il Public Order Act, per vietare le partite a tutti i tifosi considerati violenti e pericolosi per l'ordine pubblico. Nonostante queste misure, nel 1989, il 15 aprile, 96 tifosi del Liverpool muoiono a Sheffield, in occasione della semifinale di Fa Cup contro il Nottingham Forrest, schiacciati, soffocati dalla calca, durante una rappresaglia con la polizia.

Sono questi i fatti che storicamente hanno fatto vedere le cose come stavano realmente: il calcio per molte, troppe persone, non è  inteso come gioco, il tifo non è considerato come divertimento o momento ludico. Tutto è motivo di guerriglia, i colori della propria squadra diventano pretesto per prendersela con chi indossa una maglia diversa. No, questo non è tifo. E' violenza. Lo era nel 1985, lo è oggi. Certo, i violenti britannici, cui si deve il nome di hooligans, sono stati combattuti, i loro sfoghi arginati grazie a misure cautelari che hanno permesso di cambiare non poco il clima intorno al calcio nel  Paese. Ma la verità è che fatti simili continuano ad accadere, ovunque. Nonostante biglietti e abbonamenti nominativi, nonostante controlli all'ingresso, i tornelli e via dicendo, coloro che continuano a professarsi  supporter  e che invece sono delinquenti a piede libero, trovano il modo di creare il terrore attorno e dentro un gioco che dovrebbe essere per famiglie, che dovrebbe vedere il padre mano nella mano con il figlio per due ore di puro sport e divertimento, con un paio di sfottò come unico "scontro" nei confronti della tifoseria avversaria .

Questo tema continua a essere di un'attualità sconcertante.

Solo una settimana fa i tifosi olandesi del Feyenoord hanno messo a ferro e fuoco Roma, usando una partita di coppa come pretesto per distruggere la città, la sua storia. La Barcaccia, opera del Bernini, è stata irrimediabilmente rovinata, le persone spaventate e ferite. Qualche giorno più tardi, per la gara di ritorno, lo stadio di Rotterdam è diventato teatro reale e tangibile delle proiezioni di stupidità, ancora da parte degli olandesi che al 55' hanno provocato la momentanea (per fortuna) sospensione della partita per lancio di oggetti, ma questo solo dopo aver lanciato una banana di plastica in direzione del giocatore giallorosso Gervinho, permettendo ancora una volta, ancora di più di far capire al mondo, non solo che della tifoseria non hanno nulla, ma che si tratta di razzisti stupidi, ignoranti, che ragionano con un solo neurone la cui unica evidente sorte è quella di sgonfiarsi come succederà a quella banana. Loro, olandesi esattamente come Gullit, Rjikaard, Seedorf, e tanti altri giocatori e leggende del calcio mondiale, che guarda caso, con Gervinho hanno invece in comune il colore della pelle. Indegni. Indegni pure di tifare la propria nazione. Di cui evidentemente non conoscono la storia, non sapendo nulla delle persone che la popolano.

Ma c'è ancora e ancora tanto di cui parlare. Un altro paese ha appena visto la sospensione dei campionati di calcio. Il Premier greco neo eletto Tsipras ha dato, irremovibile, la disposizione: da tempo infatti si stavano verificando episodi di violenza in occasione di partite, e poi dal vaso è traboccata la classica ultima goccia. Prima, durante e dopo Panathinaikos-Olympiacos, derby d'Atene, è successo di tutto. A essere coinvolti non solo tifoserie ma anche giocatori, alcuni dei quali finiti in ospedale. Partite sospese a oltranza dunque.

E' l'unica soluzione rimasta? Quella di eliminare il calcio definitivamente? Eliminare gli idioti sembra impossibile, ahinoi. Nomi stampati sui biglietti, partite chiuse al pubblico perchè considerate a rischio, quando però il rischio si sposta solo qualche metro più in là. Non serve uno stadio per creare terrore, i fatti sono visibili a tutti. Poco importa a chi vuole solo sfogare frustrazione, stupidità e rabbia. Si va da un'altra parte.

E' successo  qualche mese fa in Spagna prima della partita Atletico Madrid- Deportivo La Coruna quando un tifoso del Deportivo è stato aggredito ed è stato ritrovato nel fiume che costeggia lo stadio Vicente Calderon. Poco dopo è morto. In quell'occasione la partita è stata poi regolarmente giocata.

A giugno nella nostra Capitale, in occasione dell'ultima finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, un ragazzo di nome Ciro Esposito, tifoso partenopeo, è stato ferito con un'arma da fuoco. E' stato un tifoso romanista, individuato in Daniele De Santis, da tempo noto tra l'altro alle forze dell'ordine per diversi reati dentro e fuori l' ambito "calcistico".

La domanda dunque rimane sempre la stessa. Cosa fare? La furia di questi teppisti è certamente incontenibile, ma le forze dell'Ordine? Spesso si fanno trovare impreparate, non  riescono  gestire situazioni di panico ma rischiano anzi di peggiorarle. Ma ancora, sopra la Polizia, le Istituzioni. Cosa fanno le Istituzioni? Al di là di colpe prese e colpe date, per cui in alcuni paesi (non ovunque, lo sappiamo) poi finisce tutto con le dimissioni di chi si doveva assumere delle responsabilità, cosa cambia?

Sospendere una partita funziona come deterrente o serve solo a fumentare ancor di più e rendere così più pericolosa l'atmosfera?

L'idea di far smettere definitivamente di vivere il gioco del calcio sembra assurda e comunque non converrebbe a troppi, quindi è evidentemente da scartare. La sensazione è che in realtà, dopo tutti questi anni, dal 1985 a oggi,  non si possa debellare un male come quello delle finte tifoserie in maniera decisiva. La verità è che comunque, da qualche parte, che sia in Italia, in Europa, nel resto del mondo, continueremo ad assistere ad episodi raccapriccianti, che con  questa definizione non ha nulla in comune: sostegno entusiastico tributato a una squadra sportiva, a un campione. E' quello che dice il dizionario a proposito della parola tifo. Ma sappiamo che probabilmente certe persone preferiscono impugnare una spranga invece di un libro. 
Tag:  Violenza negli stadi, calcio, tifoseria, Hooligans, Forze dell'Ordine, sospensione campionato

Commenti

10-10-2016 - 14:13:16 - Micaela
non capisco proprio questo comportamento da matti........
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