Estratto da "Tutta colpa del mare (e anche un po' di un mojito)

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Avete presente quando al liceo l’insegnante assegnava per compito a casa un capitolo che avevamo già studiato e tutti stavano rigorosamente zitti ma il precisino di turno glielo faceva notare?
Ecco, stare a Viareggio senza un costume di Carnevale è più o meno lo stesso: da sfigati.
C’era questa megafesta in maschera sul lungomare e né io né Marco avevamo un costume da metterci.
In qualsiasi altro posto al mondo forse la questione non sarebbe stata tanto grave, ma nella Città del Carnevale era un’onta irreparabile.
Rosa e Tommaso, che stavano insieme anche loro, non si facevano tanti problemi.
Rosa si vestì da Parvati, la dea della montagna, «fonte di ogni potere dell’Universo», come amava dire esprimendo una volta di più il suo amore per le dottrine orientali per cui era entrata in fissa in quel periodo.
Tommaso si vestì da preservativo gigante.
Non era necessario essere un consulente per coppie, per capire che la loro relazione aveva i giorni contati.
Comunque Marco e io, che prendevamo sul serio il Carnevale, non volevamo vestirci da pupazzi o personaggi a caso, ma da qualcosa che parlasse di noi.
Ormai mancavano un pugno di giorni e questa cosa iniziava ad angosciarci parecchio: com’era possibile che non trovassimo niente che ci rispecchiasse davvero?
La soluzione arrivò quando meno me lo aspettavo.
Era un pomeriggio afoso e stavo leggendo in camera di nonna. La sua casa aveva qualcosa di magico. Sorgeva così vicina al mare che sembrava appartenesse al vento e alle onde. Bastava aprire la finestra dalla mia camera in mansarda e avevo tutto il mare per me.
La sua musica mi cullava, il profumo mi trascinava al largo.
Ero capace di sognare per ore con il cuore perso nell’infinito dell’orizzonte.
Quel giorno però faceva troppo caldo per stare sul balcone, così mi rifugiai dentro con il ventilatore puntato addosso: le pale al massimo della velocità, quella con cui generalmente decollano gli elicotteri.
Era uno di quei pomeriggi estivi sonnacchiosi, in cui anche voltare una pagina del libro che stavo leggendo mi sembrava faticoso quanto spostare una catena montuosa.
Stavo quasi per abbandonarmi a un pisolino fuori orario, uno di quelli che appena ti risvegli ti senti come se ti avessero pestato con un sacchetto di arance, quando sentii il rumore di un motorino che rallentava davanti casa.
Il cuore smise di battere, ogni fibra del mio corpo in allerta in attesa dei fatidici due colpetti di clacson.
Sempre due. E sempre uguali.
Lo schiocco di un bacio per ogni guancia, come diceva sempre quel pazzo, meraviglioso di un Marco.
Ed eccoli, il suono più bello del mondo.
Scattai in piedi come una molla e mi precipitai al balcone, quasi scardinando la porta a vetri, tanto ero eccitata.
Mi allungai oltre la ringhiera bianca, con un sorriso più luminoso di quel giorno di piena estate.
E lui era lì, che già sorrideva tutto fiero sul sedile del suo scooter scassato, come un principe in canottiera e shorts sul suo fido destriero.
Gli feci cenno che sarei scesa in un istante e mi scapicollai sulle scale, rischiando di travolgere il gatto, il nonno e la scopa con cui la nonna stava pulendo il pianerottolo.
Si poteva essere più innamorati di così?
Atterrai direttamente tra le sue braccia spalancate.
«Che ci fai qui?» gli chiesi, incapace di smettere di sorridere, completamente intontita per la sorpresa.
«Dovevo dirti una cosa di vitale importanza, Apetta.»
Arricciai le labbra, incuriosita. «Cosa?»
«Ho appena capito da cosa ci vestiremo tu e io.»
Corrugai la fronte. «Ah sì? Da cosa?»
Marco si prese qualche secondo per rispondere, forse per aumentare la mia curiosità, anche se non ce n’era bisogno.
Il suo sguardo era così magnetico che sospettai che, se mai un giorno fosse entrato in una  ferramenta, sarebbe successo un vero disastro. Alla fine parlò. «Ovviamente da June Carter
e Johnny Cash!» annunciò in uno di quei sorrisoni che gli facevano brillare gli occhi. «Come ho fatto a non pensarci prima?»
«Ma è un’idea fantastica! Saremo i Johnny e June migliori della storia!» esclamai saltellando di gioia.
«Nemmeno gli originali sarebbero più belli di noi due!»
«Questo è sicuro!» confermai e scoppiammo a ridere.
Ridevamo sempre Marco e io, così, di niente.
Ci guardavamo e non riuscivamo a smettere di sorridere come due sciocchi, con quell’aria svampita e trasognata di chi ha la testa da un’altra parte e il cuore traboccante di musica.
Non mi aveva mai detto «ti amo», questo è vero. C’erano stati un paio di falsi allarmi – come quella volta in cui mi disse «Ti chiamo!» e io risposi d’impulso «Anch’io!», e lui «Perché vuoi chiamarmi anche tu?» e allora io corsi a sotterrarmi – ma niente più.
Non me ne importava più di tanto tuttavia, perché a detta di tutti i suoi amici «non aveva mai avuto quella faccia da Tonno gigante che aveva messo su da quando stava con me».
Lo guardai allontanarsi verso il mare, il solo posto a cui apparteneva davvero, poi corsi da mia nonna ad avvertirla che avremmo avuto bisogno del suo aiuto con i costumi per quella specie di Carnevale estivo.
La nonna adorava Marco, per cui sapevo che non c’erano problemi.
La prima volta che lui venne a cena da noi e le portò una bellissima composizione di legni  intrecciati che aveva trovato a riva dopo una mareggiata, fece «epic win»: «Ah, i doni del mare… i tesori più preziosi!» sospirò mia nonna già conquistata al primo sguardo, posizionando l’opera in
centro tavola.
Lei amava il mare quasi quanto Marco.
Da piccola, ogni volta che trovavo una bella conchiglia sulla spiaggia, correvo a casa e la portavo a lei, che se la metteva all’orecchio e iniziava a raccontarmi le storie che la conchiglia le sussurrava: storie degli uomini di mare che aveva incontrato, di pesci, tartarughe e gabbiani che aveva conosciuto, di messaggi d’amore racchiusi nelle bottiglie in cui si era imbattuta.
Io restavo ad ascoltarla incantata e sognavo di pirati, sirene e tesori nascosti.
Mia madre cercava sempre più spesso di convincere i nonni a trasferirsi a Bergamo: iniziavano a essere anziani e voleva averli vicino per poterli accudire meglio.
Loro però si sono sempre opposti. «Quando uno è nato in riva al mare come me, come fa senza il mare?» le rispondeva sempre la nonna. Ed era vero: le volte che venivano per qualche giorno a trovarci su a casa sembravano letteralmente due pesci fuor d’acqua.
Era come se gli mancasse sempre qualcosa, come se qualcuno avesse spostato l’orizzonte e loro avessero perso l’orientamento.
Per i miei nonni ogni strada portava al mare.
Tag:  Tutta colpa del mare (e anche un po' di un mojito), Chiara Parenti, Rizzoli YouFeel, Con un poco di zucchero, Mary Poppins

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