Cene per uomini soli e non per soli uomini

Come sopravvivere ad una cena in albergo

di Andrea Vercelli

Pubblicato venerdì, 11 marzo 2011

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Per lavoro mi ritrovo ogni sera in una città diversa.
Quando si intraprende la carriera del commesso viaggiatore si è molto entusiasti.
Roma, Firenze, Venezia, tutte le più belle città italiane alla nostra portata. Terminato il lavoro, saliamo in camera, ci facciamo una doccia rilassante, ci abbigliamo come teenager e ci catapultiamo nei centri urbani, a caccia dei più noti e caratteristici ristoranti. Torniamo in albergo esausti, ma felici di aver passato una bella serata in un luogo diverso dal solito.
 
Poi passano gli anni. Il colesterolo in agguato, l’età che avanza e l’entusiasmo che arretra. E magicamente ci ritroviamo in una realtà completamente diversa.
Finito il lavoro, saliamo in camera, guardiamo la doccia, senza utilizzarla, togliamo la cravatta e ci trasciniamo nella sala ristorante.
Anonima. In fondo, come un altare, la televisione che trasmette programmi in tedesco. In ordine teutonico i tavolini sono affiancati come banchi di una scuola elementare. Ed ogni tavolo è apparecchiato per una, una sola persona. Gli ospiti sono tutti seduti rivolti verso la televisione. Nessuno si guarda, nessuno parla. Guardano in un’unica direzione, maledicendo il giorno in cui non hanno imparato la lingua tedesca.
 
Io arrivo. Mi collocano in seconda fila, terzo tavolo a destra. Scorro il menù, sempre lo stesso da sei mesi; scelgo un piatto unico a base di proteine e carboidrati (chiaramente bilanciato per il mio colesterolo) e mi metto in silenzio ad osservare gli altri ospiti.
 
Siamo fatti tutti con lo stampino. Tutti vestiti uguali, stessa faccia, tutti tristi. Ma soprattutto siamo uomini soli. Accenno un sorriso guardandomi intorno alla ricerca di un qualsiasi cenno di intesa. Me lo ricaccio in bocca. Non funziona mai.
Si mangia veloci, anzi ci si nutre; e poi si scappa in camera più velocemente possibile.
 
Qualche volta accade l’imprevisto. Spunta dal nulla, un’ospite Donna. Nello stesso istante gli occhi dei commensali, in completa sincronia, la seguono fino a quando si siede. Ognuno, con la stessa identica idea: “Chissà se…”
Ma la stanchezza prende il sopravvento, il pensiero si dilegua e lo sguardo torna fisso nel vuoto.
 
Sono dieci anni che sogno una sala ristorante con un unico tavolo, grande, rotondo. Senza televisione. Dove tutti ci sediamo insieme. Dove si parla, si chiacchiera, ci si conosce e perché no, ci si diverte.
 
Come i marinai che tornano la sera in porto e si raccontano le proprie avventure, scrollandoci di dosso quella brutta solitudine che rende l’uomo ogni giorno meno vivo.
Tag:  manager, solitudine, ristorante, viaggio, uomo

Commenti

11-03-2011 - 21:48:10 - anonimo
Che triste la vita del comesso viaggiattore dopo gli anta...
12-03-2011 - 11:25:10 - tommaso
...in merito allaa stessa tavola grande, se vai da "ciao bei" a S'Anna di Colfosco è praticamente lo standard! Pero' hai ragione, a volte si vuole solo tornare in camera dopo che per tutto il giorno abbiamo interpretato il massimo della gentilezza e della disponibilità sociale (in realtà commerciale). Ciao, e complimenti!
12-09-2011 - 11:37:19 - anonimo
Salve, porca vacca , ha fatto una bella inquadratura, vera, semplice, reale. Abramo.
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