Cannes. Ostriche e gazzosa. Cronache solitarie dal festival.

Tra manifesti che varranno, da soli, il prezzo del biglietto. Forzati della memorabilia da montée des marches. Colpi all’anima e al cuore dentro una sala che non si lascia incantare e che, ostinata, resiste. E poi, fuori, la notte dentro la quale Javier Bardem cadenza col corpo Sunday Bloody Sunday

di Luca Verducci

Pubblicato mercoledì, 11 maggio 2011

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Li vedi lì, incatenati. Ogni anno. Sospetti che da sotto quei pini di riviera non schiodino davvero mai. Nemmeno durante l’estate; non il successivo autunno, né d’inverno. Poi di nuovo pronti per una nuova primavera, quando è ora di rifare il trucco al palais des festivals, quando al palazzo è ora di ri-piazzargli sotto la montée des marches, quel tappeto rosso che gli incatenati alle scalette da cantina, alle sedie, agli sgabelli, ai treppiedi, o a qualsiasi altro tipo di trabiccolo, si vogliono a tutti i costi portare a casa stampicchiandolo dentro i pixel delle loro cianfrusaglie da 10MB, comprate nei carrefour, negli auchan, nei fnac di Mandelieu, di Grasse, di Toulon. Il fine ultimo è piazzare dentro qualunque dei milioni di scatti che da quelle scalette per pulizie flasheranno contro il tappeto rosso, che so, un De Niro, uno Sean Penn, un Almodovar... e dando di gomito al vicino “pardonne moi... ma quello là, quello là accanto a Sean Penn, chi è? Sì quello là... là” e Arnaud che sta lì vicino, ed è arrivato solo il giorno prima da Marsiglia, risponde che lui, quello là, non ha la più pallida idea di chi sia; ma pare che, dicono che, forse, quello là, è quell’italiano, quello che Sean si è scelto come regista per andare a cercare, con parruccone e rossetto rosso, quel nazista di un assassino di suo padre. Bah, dice Arnaud mentre scarica addosso al presunto regista italiano una svalangata di flashate. Così, per sicurezza. Hai visto mai, magari è davvero uno famoso.
 
Insomma superi questo troncone di incatenati alla montée des marches, e ti viene voglia, per una volta, di pedinarne qualcuno. Di andargli dietro fin nella provincia desolata della Francia di mezzo. Salire con lui in ascensore. Vederlo scendere al terzo, o al quarto, va’ a sapere, e poi entrare con lui in casa. Seguirlo nella stanza dei trofei. Vedere le migliaia di foto che avrà di sicuro appeso alle pareti, il raccoglitore in cui colleziona gli autografi, quello della Deneuve de La sirena del Mississipi, che se ne sta incorniciato in bella mostra sotto la finestra accanto alla foto con Frank Ribéry, scattata in Germania la notte della vigilia della finale con gli italiani. E c’è da giurarci pure che, i primi tempi, lo baciava ogni sera quel cimelio - l’autografo della Deneuve - come si bacia il santino della Madonna di Lourdes.

Supero i cento metri di transenna dietro la quale questa umanità, che mendica brandelli di fama, sta inchiodata. Passo davanti all’altra montée des marches, la passerella dei poveri, quella del Certain Regard. Qui, nel 2003, Marco Tullio Giordana ha tenuto col cuore sospeso tutta la Francia. Quella meglio gioventù che mi sono bevuto per oltre 6 ore dentro un cinema di Roma, il 4 fontane. Ci ho lasciato pure un bel pezzo di anima su quella poltrona di terza fila, una sera di giugno, e non sono più passato a riprenderlo; penso all’indimenticabile Lo Cascio medico dei pazzi, e davanti a me si para lo spiazzo delle bocce. Quattro vecchi costieri in camicia bianca e berretto grigio calzato sulle orecchie, armeggiano con bocce d’argento come se intorno a loro nulla stesse accadendo; un pezzo di realpolitik che resiste al supplizio e alla morsa dal glamour aspirazionale che soffoca la Croisette di metà maggio.

Che poi arrivi a Cannes, e la prima cosa che ti prende allo stomaco, di nuovo, è il corpo umano del manifesto de La piel que habito, l’ultimo film di Almodovar, che, per inciso, è dato dai bookmakers del web tra i favoriti per la palma. Le pensiline della riviera, le cabine telefoniche (quelle poche, cocciute), le vetrine, i rulli sulla spiaggia, tutto è tappezzato da quella figura anatomica, come un’inevitabile e attesa ossessione. Era successo anche per Los Abrazos Rotos, nel 2009. La Cruz a tinte forti buttata giù per le scale: non me la scorderò finché campo (anche perché ho pensato bene di rubarne uno di quei manifesti e piazzarmelo sopra il letto).

Che poi arrivi a Cannes e la prima cosa che fai è metterti in coda al teatro del Noga Hilton, piena Croisette. La Quinzaine è là dentro. È lì che ti fanno dare una sbirciata a quello che fra qualche tempo sarà il cinema che vorrai raccontare agli amici. Herzog, Fassbinder, Jarmush, Scorsese, Loach, i Dardenne per dire, sono passati da lì. Tutti. Quest’anno, sempre per dire, Techiné ha pensato bene di rintanarsi là dentro con il suo Unforgivable (coproduzione italo-francese). Là dentro è passato pure il magnifico Anche libero va bene, che ha l’unico difetto di essere stato, per ora, opera prima e unica di un sorprendente regista, Kim Rossi Stuart. Allora arrivi sul tappetino rosso del Noga, ti infili tra le staccionate bianche, entri nella sala macchina dell’albergo, fai, a scendere, quattro piani di scale di granito lucido, e in fondo, ad aspettarti, due porte a molla che si aprono su una sala che pare si sia fermata a quando Truffaut, Malle e Godard bloccarono il festival. Era il 1968. Tu intanto sprofondi nella poltrona, in prima fila, e ti spari in faccia il primo, poi il secondo, poi il terzo film. Tutto d’un fiato. Pure dormendoci sopra, di tanto in tanto. Cosa c’è di meglio nella vita? Nulla davvero.

Esci all’aperto, dopo quelle ore da recluso, e ti rendi conto che su quella baia della Francia del sud, che è come una parentesi, come un abbraccio dolce di maggio, è scesa la notte. Ti avvicini ad un chiosco che, come i mendici dell’inizio di questa cronaca, sembra piantato lì da sempre. Chiedi la tua baguette, che è gomma imbevuta di pomodoro e tonno. Qualcuno ti picchietta una spalla, ti giri ed è Philippe, che non vedevi dall’anno precedente. Un tipo un po’ strano di Tolosa, Philippe. Lui scrive per un blog in piena periferia della rete, frequentato da tossici di nouvelle vague e neorealismo. Philippe senza dire nulla ti fa cenno di guardare laggiù. Tu strizzi gli occhi e sulla montée des marches vedi Javier Bardem che in occhiali da sole e tuxedo, sta ballando come un forsennato sulle note di Sunday Bloody Sunday. E quelle note non fuoriescono da un nastro, no no, questa è Cannes, bellezza! Qui Sunday Bloody Sunday te la suonano Bono e The Edge dal vivo, proprio in cima alle scale dedicate ai Lumière. Tu dai un morso alla gomma della tua baguette, che fra parentesi è proprio uno schifo, e senza mollare gli occhi da Bardem pensi che la vita, a volte, è davvero indimenticabile.
Tag:  Festival di Cannes, Sean Penn, Pedro Almodovar, Certain Regard, Quinzaine, Javier Bardem, Palma d'Oro

Commenti

11-05-2011 - 13:16:00 - nic
Bravo..
11-05-2011 - 14:03:34 - giovanna
che uomo... javier
11-05-2011 - 14:19:08 - mary
pure sean non scherza...
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