Condannata a tutti i costi

Shahla Jahed impiccata a Teheran dopo otto anni di mala-giustizia e discriminazioni

di Stefano Magni

Pubblicato mercoledì, 1 dicembre 2010

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Shahla Jahed
Non c’è solo Sakineh. Un’altra donna, Shahla Jahed, 40 anni, è stata impiccata questa mattina a Teheran, nel carcere di Evin. Era stata condannata a morte per l’uccisione della moglie del calciatore Nasser Mohammadkhani. Si tratta della 146esima esecuzione capitale in Iran dall’inizio dell’anno.
 
Non stiamo parlando solo della durezza della giustizia penale della Repubblica Islamica. Come in tutti gli altri casi che riguardano le donne che hanno la sventura di esser nate entro quei confini, quella di Shahla Jahed è una storia di mala-giustizia e di discriminazioni, tipiche di un sistema nel quale maschi e femmine non sono uguali di fronte alla legge.
 
Shahla Jahed aveva avuto una relazione con Nasser Mohammadkhani. Ma sono scorretti quei media che la definiscono “amante”. In Iran non è possibile essere “amanti”: si rischia la lapidazione per adulterio. Shahla Jahed è stata sposa di Nasser Mohammadkhani, con un contratto di matrimonio a tempo, di quelli che il marito provvisorio contrae per evitare di essere ucciso a sassate. Quando la prima moglie del calciatore, Laleh Saharkhizan, è stata assassinata a coltellate, sia Mohammadkhani che la Jahed sono finiti in carcere. Correva l’anno 2002. Shahla Jahed ha confessato di essere colpevole dell’omicidio dopo mesi di carcere duro nella prigione di Evin, una delle peggiori del regime. Amnesty International sospetta che questa confessione sia stata estorta sotto tortura. Ma il giudice di Teheran, in base ad essa, ha condannato a morte Shahla Jahed e ordinato la scarcerazione di Nasser Mohammadkhani. Quest’ultimo ha chiuso i suoi conti con la giustizia con 74 frustate. Non per l’omicidio, dal quale era stato assolto, ma per aver ammesso di aver fumato oppio assieme Jahed.
 
Seconda puntata: la donna, condannata a morte, ha ritrattato la sua confessione. La corte ha considerato questa sua seconda versione come un’ulteriore prova della sua colpevolezza.
 
Terza puntata: nel 2008 la magistratura ha annullato la sentenza, per “carenze procedurali” e ha ordinato di rifare il processo. Ma da quest’ultimo è stata riconfermata la sentenza capitale nel febbraio del 2009. Nonostante gli appelli di Amnesty International alla clemenza, non c’è stato modo di salvare Shahla Jahed dal patibolo. Unica “vera” prova della sua colpevolezza: una confessione, probabilmente estratta con la tortura, e successivamente ritrattata.
 
Tag:  Shahla Jahed, Nasser Mohammadkhani, pena di morte, Teheran, Iran, Evin, adulterio, matrimonio a tempo, discriminazione

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