Francia e velo islamico, questione di libertà

Una donna è più libera se la legge la multa quando indossa un burqa o un niqab?

di Stefano Magni

Pubblicato giovedì, 22 settembre 2011

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La legge che vieta il velo integrale islamico, in Francia, è stata approvata lo scorso 11 aprile. Oggi sono state comminate le prime due multe, a carico di due donne, Hind Ahmas e Najate Nait Alì, che hanno continuato, nonostante il divieto, a indossare il velo islamico integrale, il niqab.

Avevano protestato platealmente il loro dissenso: lo scorso 5 maggio, si erano presentate davanti al comune di Meaux (il cui sindaco, Jean François Copé, è il segretario generale del partito conservatore Ump), vestite col velo integrale. Najate Nait Alì, 36 anni, deve pagare una multa di 80 euro. A Hind Ahmas ne è stata comminata una da 120 euro.

La Ahmas è una donna di 32 anni e madre di tre bambini. La legge prevede anche una pena molto superiore al maschio di famiglia che imponga il velo. Ma non è questo il caso di Hind, che è divorziata. I suoi genitori non sono musulmani fondamentalisti e lei stessa dichiara di indossare l’abito tradizionale da soli sei anni, per sua scelta, dopo aver riscoperto la sua fede. Ed è proprio questo il punto: in base a quale principio si multa una donna per un abito indossato volontariamente? Non è senza fondamento la protesta delle due musulmane francesi, che ora annunciano di far ricorso alla Corte Europea per i Diritti Umani: si tratta di una violazione di una loro libertà di scelta personale.

La legge prevede il divieto di “mascheramento” (quindi è proibito anche un casco integrale da motocicletta, oltre che il velo integrale) in luogo pubblico. Si tratta, dunque, di motivi di ordine pubblico, esattamente come la legge in vigore in Italia dal 1978. Ma è inutile nascondersi dietro formalità: la legge ha un contenuto culturale. E non è un caso che preveda anche multe e pene detentive per chi impone il velo.

L’intento esplicito del legislatore francese è quello di liberare la donna musulmana dalla repressione. E la legge è servita allo scopo. Sulle circa 2000 francesi che portano il velo islamico, circa la metà non lo indossano più, dall’approvazione della nuova norma ad oggi, secondo i dati forniti dall’associazione “Non toccate la mia Costituzione”. Ma che fare con quelle francesi che lo vogliono indossare?

La loro causa è immediatamente diventata politica. Kenza Dridier, attivista pro-velo, ha annunciato la sua corsa alle prossime presidenziali nel 2012. Sarà una candidatura effimera, priva di sostegno nell’opinione pubblica della laica Francia. Ma è l’indice che ora esiste un problema in più. Che poteva essere risolto in modo molto più semplice rispetto all’introduzione di un nuovo divieto. La legge, infatti, in Francia come nel resto d’Europa, prevede che una donna possa denunciare chi le fa violenza. Un parente (o una parente) che impone un burqa o un niqab, a tutti gli effetti, sta commettendo un atto di violenza. A una donna sarebbe bastato denunciare questa violenza. A un giudice sarebbe bastato condannare chi la commette. Alla comunità (amici, vicini, forze dell’ordine) sarebbe servito incoraggiare la vittima a uscire allo scoperto, proteggendola. Non servono nuovi divieti, istigatori di proteste, lotta politica e (probabilmente) anche terrorismo, già minacciato da Al Qaeda.

Una società libera è tale solo se dà, a una donna repressa, la possibilità di liberarsi, individualmente, di sua spontanea volontà.  
Tag:  burqa, niqab, velo islamico, Francia, Kenza Dridier, Meaux, Najate Nait Alì, Hind Ahmas

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