Jafar Panahi condannato a vent'anni di silenzio

Il tribunale di Teheran ha ritenuto il regista iraniano colpevole di atti sovversivi e di propaganda contro la Repubblica Islamica. E il mondo dello spettacolo si mobilita di nuovo in suo favore..

di Stefano Magni

Pubblicato martedi, 21 dicembre 2010

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Jafar Panahi
Ci sono diversi modi per spegnere un artista. Il primo è ucciderlo. Il secondo è impedirgli di esprimersi e aspettare che si suicidi, privandolo della sua stessa ragione di vivere.
 
Lo ha mostrato benissimo, nel suo capolavoro “Le vite degli altri”, il regista tedesco Von Dommersmack. Aveva ambientato la sua storia nella Ddr del 1984. Adesso la Ddr non esiste più. Ma altri regimi totalitari stanno seguendo la stessa procedura per sopprimere artisti scomodi. L’Iran sta dando l’esempio.
 
La sua ultima (in ordine di tempo) vittima è il famoso regista Jafar Panahi. Era stato arrestato a marzo. Gli era stato impedito di partecipare al festival di Cannes. Dopo tre mesi era stato liberato e pareva che il coro di proteste internazionali fosse servito almeno a qualcosa. Evidentemente era solo un’illusione. A nulla sono valse le campagne a favore della sua liberazione condotte dai governi francese e italiano, le lacrime dell’attrice Juliette Binoche, gli appelli del suo collega Abbas Kiarostami, le lettere aperte del filosofo Bernard Henry Levy. Dopo una piccola parentesi di libertà, Panahi è tornato in carcere. Condannato a sei anni di galera, ma soprattutto a 20 anni di silenzio. Non potrà più scrivere sceneggiature, né rilasciare interviste, né girare film, né viaggiare all’estero. In pratica, resterà in una gabbia fino al compimento del suo 70mo anno di età, costretto a veder scorrere il resto dei suoi anni potenzialmente più produttivi a guardare un muro o a vivere una vita da emarginato.

La condanna è arrivata per non ben specificati reati di sovversione. Panahi non è un uomo che ha partecipato a ribellioni violente, né ha messo bombe. Le sue pellicole sono storie personali. Ma il tribunale di Teheran lo ritiene complice di organizzazioni illegali atte a “sovvertire lo Stato” e colpevole di “attività di propaganda lesive dell'immagine della Repubblica Islamica”. Tutta la sua “sovversione” consiste nell’aver girato film e di aver sostenuto politicamente il candidato riformatore Moussavi? “Il vero obiettivo di questo gesto” - scrive il giornalista Ahmad Rafat, sul sito dell’associazione Articolo 21 - “è di impedire agli altri registi di esprimere liberamente le loro idee e le loro opinioni attraverso il cinema. Una forma di censura preventiva”.
 
Il mondo dello spettacolo ha ricominciato a mobilitarsi. Thierry Fremaux, a capo del festival di Cannes, si è detto pronto a mettere in piedi un comitato per sostenere il regista. E’ inammissibile, ha commentato, che "realizzare un film" possa condurre una persona in carcere. Per il rilascio di Panahi si muovono anche il direttore della Cineteca francese, Serge Toubiana, e il presidente della stessa, Costa-Gavras, il regista Bertrand Tavernier e, ancora, il filosofo Bernard Henri Levy. Può darsi che non serva a nulla. Ma almeno Panahi saprà di non essere solo.
Tag:  Jafar Panahi, Iran, sovversione, censura, Juliette Binoche

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