La vita di Sakineh ancora appesa a un filo

L'Iran respinge la proposta brasiliana di offrire asilo alla donna condannata alla lapidazione

di Stefano Magni

Pubblicato sabato, 28 agosto 2010

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La vita di una donna iraniana è ancora appesa a un filo di speranza. La sua pena di morte per lapidazione è sospesa, ma la condanna resta. E il filo si assottiglia. Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni e due figli, è stata condannata per adulterio e per l’omicidio del marito nel 2006. Era stata giudicata in base a sue confessioni, che però erano state estorte con la forza. La Ashtiani, infatti, ha ritrattato le sue ammissioni di colpevolezza. Al momento la sua sentenza di lapidazione è stata sospesa dopo l’ondata di proteste internazionali del mese scorso, rese possibili da una diffusa campagna di informazione e da numerosi appelli alla clemenza, fra cui quello dei figli della condannata.

Sabato si erano rafforzate le speranze per la sua salvezza. Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva aveva detto che la donna era la benvenuta in Brasile se la sua presenza in Iran costituiva un problema “per l’amico Ahmadinejad”. Ieri il portavoce del dipartimento di Stato, Pj Crowley, aveva espresso il sostegno di Washington all’iniziativa del presidente brasiliano, definendo la lapidazione una “barbarie”.

Ma la risposta da Teheran non si è fatta attendere. Ed è negativa. “Il signor Lula è una persona che ha molto a cuore i casi umanitari ma in questo caso si tratta di un reato”. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ha respinto così in conferenza stampa l’offerta di asilo del presidente brasiliano. “Credo che la vicenda sia chiara a Lula”, ha aggiunto il portavoce. Certo: è chiaro che l’Iran non rinuncia ai suoi metodi, non rinuncia a terrorizzare la sua popolazione, non rinuncia a “scagliare la prima pietra” credendosi senza peccato.
 
Tag:  Sakineh Mohammadi Ashtiani, lapidazione, Iran, Brasile, Lula

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