Jamila è libera. Ma chi riporta in vita Noor e Hina?

Si conclude bene la vicenda della ragazza pakistana sequestrata dalla sua famiglia a Brescia. Lo stesso giorno si conclude negli Usa, con la condanna a 34 anni e 6 mesi di carcere, il caso di Hassan al Maleki, l'iracheno che ha ucciso la figlia "per onore".

di Stefano Magni

Pubblicato domenica, 17 aprile 2011

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Jamila e Noor sono i due casi della repressione familiare islamica in pieno Occidente. Una, in Italia, è una storia a lieto fine. Almeno per ora. L’altra, negli Stati Uniti, si è conclusa nel peggiore dei modi: ammazzata lei e, da oggi, in galera il padre.

La storia di Jamila, ragazza pakistana di Brescia, è uscita su tutti i giornali. Perché è pakistana ed è di Brescia. Proprio come Hina, la sua connazionale e concittadina ammazzata da padre e zio, nel 2006, perché fidanzata con un ragazzo italiano non di loro gradimento. Questa volta le autorità hanno deciso di intervenire prima di una tragedia. Jamila, bella di una bellezza “arcana”, come l’aveva definita il professore che per primo ne aveva constatato e denunciato la scomparsa dalle aule di studio, era stata sequestrata in famiglia. Non poteva più andare a scuola, né mettere il naso fuori dalle quattro mura di casa per paura che andasse a monte un matrimonio già combinato con un cugino. “E' limitante, triste, brutto essere una ragazza pachistana della mia età, dover vivere per l'onore della propria famiglia e non per sé. Non avere la benché minima libertà di andare, di dire, di fare”, aveva confidato Jamila al suo professore, prima di essere ritirata da quel luogo di tentazioni che è una scuola laica, in un paese laico come l’Italia. La lettera del docente al quotidiano Brescia Oggi, la memoria ancora fresca dell’omicidio “d’onore” di cinque anni fa, hanno risvegliato l’attenzione della polizia. Che ha immediatamente fatto irruzione nell’appartamentino della famiglia pakistana, trovandovi Jamila “tranquillamente” sequestrata: né catene, né carcere, solo una porta aperta, un appartamento umile ma onesto, ma una tacita volontà di obbedire a un ordine religioso e familiare. Difficile trovare qualche reato in una situazione di quel genere. Si è trattato di un intervento preventivo. Il reato non c’era ancora. Avrebbe potuto esserci, nel caso di una ribellione della figlia, di una resistenza punita con la morte, di una lite pronta a finire in tragedia, di una vendetta… Per risolvere il caso è comunque bastata una chiacchierata, che ha coinvolto sindacalisti, poliziotti, parenti e persino il console del Pakistan che, a quanto pare, ha impartito una piccola lezione di Islam ai parenti della ragazza, convincendoli che non è scritto da nessuna parte nel Corano di non far andare a scuola la figlia, o di non farla uscire di casa non accompagnata (strano: in Arabia Saudita, regno islamico per eccellenza, è legge di Stato). “Voglio vivere qui” – dichiarava ieri Jamila – “Ora so che nessuno mi può costringere a tornare in Pakistan, so che posso continuare a studiare per prendere il diploma e trovare un lavoro, so che posso realizzare il mio sogno: avere una famiglia, un giorno, con l'uomo che sceglierò”. Per ora, dunque, c’è un lieto fine nella vicenda italiana. Per ora.

Nessun lieto fine negli Usa, per Noor, ragazza immigrata irachena, ammazzata dal padre nel 2009. Da oggi il suo assassino è finito in carcere, condannato a 34 anni e mezzo. L’aveva tirata sotto con la sua auto nel parcheggio di Peoria, in Illinois. E’ stato colto in flagranza di reato, nonostante tutto ci sono voluti due anni prima di arrivare a una condanna. L’uomo, incensurato, era un dissidente che ha subito carcere e tortura sotto il regime di Saddam Hussein. Non era né un criminale, né tantomeno un nemico degli Stati Uniti. Ma la sua idea di “onore” della famiglia lo ha spinto ad uccidere la figlia, ventenne, rea di essersi innamorata dell’uomo sbagliato, un altro iracheno, non scelto da lui. Anche la madre del fidanzato ha rischiato di essere ammazzata dalla furia paterna.

In entrambi i casi la giustizia ha funzionato, tutelando la vittima e non il suo carnefice. Nel caso di Noor, un giudice non riuscirà a riportarla in vita. Almeno il suo carnefice pagherà per quello che ha fatto. Altri padri, che la pensano come lui, sanno che non rimarranno impuniti. Altre figlie, che rischiano di rimanere loro vittime, sanno che c’è una giustizia dalla loro parte. Nel caso di Jamila le forze dell’ordine sono riuscite a prevenire il peggio.

Ma attenzione ad essere troppo ottimisti, però. Perché le nostre società tendono ancora a nasconder la testa sotto la sabbia. I grandi quotidiani, nel descrivere il caso Jamila, dedica un ampio spazio alle condizioni economiche della famiglia di lei: padre morto in un incidente sul lavoro, nessun risarcimento, banca pronta a riprendersi il loro appartamento, fratelli tentati dal combinare un matrimonio con un parente ricco. Verrebbe da liquidare il caso come un episodio dettato dalla disperazione. Un aiuto di Stato in più e tutti sono felici e contenti. Ma così non è. Famiglie in cui si sono consumate delitti d’onore, come quella di Hina, o di Noor, non erano altrettanto in stato di bisogno. Eppure i padre si sono trasformati in assassini dei figli. Nel caso di Noor il giudice ha cercato di dare una spiegazione politicamente corretta alla sua sentenza colorandola con tinte psicologiche: “Questo delitto non ha nulla a che vedere con l’onore. Ha a che fare con un uomo, il suo narcisismo, la sua spietatezza, la sua incapacità di perdonare”. Invece no, è qui l’errore. Hassan al Maleki, padre di Noor ha commesso il suo delitto perché convinto di salvare l’onore della famiglia, come prescritto dalle regole tradizionali che ha sempre seguito. Tutto il resto (narcisismo, spietatezza e altre definizioni che paiono aggiunte ad arte) è secondario, se proprio esiste del tutto. Non si affronta mai il problema per eccellenza: quali regole consuetudinarie vigono all’interno della comunità di immigrati. “Sono fatti loro”, verrebbe da dire di primo acchito. In realtà sono “fatti nostri”, se queste regole violano il diritto alla vita e all’eguaglianza fra uomini e donne. E d’altra parte le nostre società occidentali sono qui apposta: offrono un’opportunità agli individui di liberarsi dalle loro comunità, con annesse regole oppressive, e farsi una loro vita. 
Tag:  Jamila, Brescia, Pakistan, Noor, Peoria, Illinois, Usa, Hassan al Maleki, Iraq

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