La famiglia "modello" di Avetrana

Le mura domestiche: un rifugio sicuro?

di Stefano Magni

Pubblicato mercoledì, 20 ottobre 2010

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Avetrana luogo del mostro. Avetrana meta del turismo morboso. Avetrana meta di pellegrinaggio. E’ nato un nuovo luogo di culto.
Come in tutti i luoghi di culto, abbiamo una martire: Sara Scazzi, 15 anni, rapita e uccisa da suo zio, forse anche violentata dopo la sua morte. Un atto atroce che, chi l’avrebbe compiuto, ha confessato e poi ritrattato. Ma che ha colpito il paese intero. Un delitto che è stato scoperto da una confessione data in diretta televisiva, di fronte al volto impietrito della madre della vittima. E infine l’ipotesi che l’assassino non abbia agito da solo. Sua figlia (cugina della vittima) forse è stata complice. Anzi: forse è stata lei a giocare il ruolo principale sulla scena del delitto. E il padre che la voleva solo coprire, ora la accusa. La madre, moglie del “mostro di Avetrana”, potrebbe “aver saputo tutto” e coperto di conseguenza. Ora la figlia minore del “mostro” accusa il padre e dichiara ai media che egli sta “uccidendo” anche la figlia maggiore (accusandola, tanto per cominciare) dopo aver strangolato, forse anche violentato, la nipote.

Si sa che, quando gli avvocati iniziano a giocare, il gioco si fa confuso. Rei confessi diventano improvvisamente innocenti. Quelli che erano innocenti fino a un’ora prima, sono accusati di aver commesso il delitto al 100%. In realtà sono tutti innocenti fino a prova contraria, fino a sentenza definitiva. Ed è per questo che evito volutamente (e non per dimenticanza) di spiattellare nomi e foto di chiunque sia coinvolto. A parte l’unica persona certa: la vittima. E a parte un’altra certezza sul colpevole: si è svolto tutto in famiglia. Dentro la comunità familiare dell’omicida si nascondeva tutto un mondo di morbosità, piani omicidi, invidie, sentimenti repressi e il tutto coperto dalla più assoluta omertà.

Secondo i dati raccolti dal Telefono Azzurro, la violenza sulla ragazzina di Avetrana non è affatto un caso raro. Il 60% degli abusi su minori avviene all’interno della famiglia. E si teme che la percentuale sia molto più alta, perché raramente questi casi vengono denunciati. Secondo una statistica pubblicata, sempre dal centro studi del Telefono Azzurro, alla fine degli anni ’90: “La classe (di minorenni, ndr) più prevalentemente colpita è quella tra i 6 e i 10 anni (32%), seguita da quella di bambini da 0 a 5 anni (27%), da quella dei preadolescenti, cioè da 11 a 14 anni (25,2%) e da quella di soggetti di età compresa tra i 15 e i 18 anni (15,8%). In quasi la metà dei casi l’identità dell’abusante è nota; ciò permette di affermare che l’abuso sessuale intrafamiliare (dentro la famiglia, ndr) rappresenta il 34,7% dei casi di abuso sessuale segnalati alla Linea Istituzionale di Telefono Azzurro. L’abuso sessuale extrafamiliare si presenta, invece, nel 17,9% dei casi. Interessante, poi, analizzare come l’abuso intrafamiliare risulti consumato nel 18,3% dal padre, seguito dall’8,6% da altro parente (come nel caso di Avetrana, ndr),dal 3,0% dalla madre, dal 2,8% dal convivente del padre o della madre e solo dall’1,5% dal fratello/sorella. Nel 91,2% dei casi l’abusante è un maschio”. Da un decennio con l’altro, dunque, il rapporto tra violenze intra ed extra familiare non cambia, anzi peggiora: la famiglia è il luogo più insicuro in cui vivere.

Però tutta la retorica sociale, in Italia, ruota attorno alla cellula-base della società. La famiglia è al centro delle politiche sociali, da ultimo la proposta di introdurre un quoziente familiare (chi è sposato paga meno tasse). Nel ventennio fascista era legge. Chi era scapolo, alla sfortuna di non aver trovato la compagna di vita, aggiungeva la disgrazia di pagare più tasse (tassa sul celibato) e di essere respinto, di norma, da tutti i concorsi pubblici. Oggi non è più legge, ma uno status-symbol: chi non è sposato e non ha figli è sempre discriminato, nei prezzi come nell’accettazione sociale.

E’ una pressione sociale che spinge a privilegiare la quantità alla qualità. A formare una coppia purché sia, ad aver figli perché si devono avere e a trascurare la qualità della vita e del rapporto fra familiari. Le mura domestiche sono una zona off-limits, immune dal giudizio altrui: “fra moglie e marito non mettere il dito”, “i panni sporchi si lavano in casa” recitano motti e detti popolari sin troppo rispettati. Giudicare la qualità di un rapporto, dentro una famiglia, è un tabù anche per gli amici più intimi e onesti. Poi, quando scoppia la tragedia, la gente preferisce fare turismo lugubre ad Avetrana. Ma non si chiede nemmeno cosa abbia causato l’episodio oggetto della loro curiosità.

 


Tag:  Sara Scazzi, Avetrana, famiglia, violenze sui minori, quoziente familiare

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