Libera mercificazione di liberi corpi

Perché è un errore scambiare la prostituzione con la schiavitù

di Stefano Magni

Pubblicato lunedi, 14 giugno 2010

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Il corpo è mio e me lo gestisco io. Questa sacrosanta massima femminista viene ricordata in ogni occasione in cui il corpo della donna è vittima di una violenza. Oppure si invoca in difesa del diritto di abortire. Ma viene improvvisamente dimenticata quando la proprietaria del corpo decide di vendere una sua prestazione fisica in cambio di denaro. Inutile girare attorno alle parole: quando una donna si prostituisce. Meglio fare un distinguo: non stiamo parlando di riduzione in schiavitù, ma della prostituzione in sé, che non è necessariamente praticata sotto la minaccia delle armi. Per la prostituzione il corpo cessa di “essere mio” e anche la femminista più progressista tende a invocare il potere coercitivo dello Stato. In realtà, a voler essere veramente coerenti con la massima “il corpo è mio e me lo gestisco io”, la donna o l’uomo dovrebbero essere perfettamente liberi di fare del loro corpo quel che vogliono, anche vendere liberamente prestazioni fisiche in cambio di denaro.

Perché la cosa crea scandalo? Nella maggior parte dei casi per motivi religiosi, certamente. Ma anche per la confusione che si fa fra due fenomeni completamente differenti, quali la schiavitù e la prostituzione. Si condanna certamente e giustamente lo sfruttamento della prostituzione e si finisce per condannare tutta la mercificazione del corpo. La distinzione viene invece sottolineata dall’economista Walter Block nel suo provocatorio studio “Difendere l’indifendibile” (Liberilibri 2000), una vera Bibbia sul comodino di ogni libertario che si rispetti. L’atto della prostituzione in sé non comporta alcuna violenza, né alcun obbligo, se non quello di rispettare i patti una volta che la transazione è avvenuta: come avviene con qualsiasi contratto stipulato tra adulti consenzienti. Sia il cliente che la prostituta possono ritenersi insoddisfatti a prestazione avvenuta (il prezzo è troppo basso, la prestazione sessuale è al di sotto delle aspettative, ecc…), come avviene in qualsiasi azione di compravendita, ma di insoddisfazione si tratta, non di sfruttamento, perché trattandosi di uno scambio nessuno sta imponendo le proprie condizioni.

Può essere moralmente condannato lo scambio di sesso con denaro? Eppure tutti i rapporti sessuali sono basati su scambi, come nota sempre Block. Persino nella forma più pura dell’amor cortese, i due amanti si scambiano sentimenti e gentilezza. Nei rapporti di convenienza si scambia stabilità economica con fedeltà coniugale. Nella prostituzione non si fa altro che monetizzare un rapporto di scambio, limitato nel tempo. Non c’è alcuna differenza sostanziale: sempre di libero scambio si tratta. Semmai se oppressione c’è, questa è la mano dello Stato che proibisce la prostituzione (direttamente o con tanti giri di parole) e in questo modo ci rende ancora tutti un po’ schiavi. E come in tutte le forme di proibizionismo, relega la prostituzione nel sottobosco della società, regalando un monopolio insperato alla malavita che la gestisce nel modo più inumano possibile. E lì sì, allora, che entrano in scena le schiave e gli schiavisti. Quelli veri. 
Tag:  mercificazione, prostituzione, Walter Block, libero scambio, schiavismo

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