Libia, non è una rivoluzione per donne

E non la è nemmeno in Egitto, Tunisia, Yemen, Arabia Saudita, Bahrein…

di Stefano Magni

Pubblicato martedi, 29 marzo 2011

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Giovani donne manifestano a Bengasi contro Gheddafi
Libia, seconda settimana di intervento militare umanitario. Si può dire che la guerra sia fatta per motivi politici. Si può dire che sia iniziata per fermare una repressione. Si può sospettare (è lecito anche questo) che vi siano dietro ben altri interessi petroliferi. Una sola cosa non si può dire: che sia stata lanciata per difendere i diritti delle donne. Non se ne parla mai. Come abbiamo visto su queste stesse pagine, Gheddafi ha una ben strana idea sul ruolo della donna. La dolce metà non ha pari diritti (se non solo sulla carta) e non deve fare gli stessi mestieri dei maschi. Ma tutto si può dire meno che la Libia sia il Paese arabo musulmano in cui le donne sono trattate peggio. Gheddafi, per lo meno, ha provato ad emanciparle in 42 anni. E non è un caso che si sia circondato di Amazzoni nei suoi palazzi, di hostess nelle sue visite a Roma e che nelle manifestazioni pro-regime si vedano tante tantissime donne, sia arabe che africane. Nessuno sa che cosa succederà alle donne, se la vittoria dovesse arridere ai ribelli del Consiglio Nazionale di Transizione. Ma una cosa è certa: nelle immagini da Bengasi si vedono ben poche donne. Non è detto che la loro condizione peggiori. Non è detto che migliori. Probabilmente resterà la stessa. Semplicemente: non è una rivoluzione di donne e per donne. Sono i maschi che combattono e governano, le donne contribuiscono a sostituirli nei lavori civili.

E’ questa la grande incognita delle rivoluzioni del Maghreb: il futuro delle donne. In Tunisia, il dittatore Ben Alì le aveva emancipate. Al punto che il velo era più raro, dalle parti di Tunisi, che non nelle comunità musulmane in Europa. Partito Ben Alì (dopo una rivoluzione in cui le giovani e le studentesse hanno giocato un ruolo importante) non è dato sapere quale sia il futuro dei diritti femminili. Pessimo, se dovesse vincere Ghannouchi, leader islamico. Quando era tornato in patria, dopo decenni di esilio, un gruppone di sue conterranee aveva pensato di prendere il coraggio a due mani e accoglierlo all’aeroporto. Tutte, rigorosamente, in bikini. Giusto per rimarcare che nessuna di loro aveva intenzione di perdere il diritto alla libertà di costume. Poi non se ne era fatto nulla. La Tunisia è laica, d’accordo. Ma un rischio di rigurgito di Medioevo c’è anche lì.
 
Anche l’Egitto era considerato un Paese laico e non sessuofobo, sino agli anni ’70. Poi si è imposta la legge religiosa, con la Costituzione del 1980 ed è cambiato tutto. Le donne hanno sperato di migliorare la loro condizione con questa rivoluzione. Ma forse hanno scambiato la legge e le consuetudini sociali con il governo. Hanno contribuito a scacciare Mubarak, non rendendosi conto che era uno degli elementi più laici (relativamente laici) di tutta la struttura istituzionale egiziana. E adesso che cosa toccherà loro?  Il 9 marzo, dopo aver disperso con la violenza una manifestazione in piazza Tahrir, i militari hanno arrestato almeno 18 donne. Queste hanno poi riferito ad Amnesty International di essere state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi mentre i soldati le fotografavano e infine costrette a subire un “test di verginità”, sotto la minaccia di essere incriminate per prostituzione. Può essere solo un piccolo assaggio del nuovo Egitto post-rivoluzionario. Il 77% dei cittadini, la settimana scorsa, si è espresso per mantenere la shariah (legge coranica) quale norma suprema. Le donne, ancora una volta, non saranno uguali di fronte alle leggi.
 
Se questo è quel che avviene nei Paesi che si sono ribellati ai loro tiranni, cosa succede in quelli che non lo hanno fatto? Un paradosso di queste ribellioni, che sollevano così tanto entusiasmo nelle opinioni pubbliche occidentali, è che a cadere sono i dittatori relativamente più rispettosi dei diritti delle donne. Fa eccezione il “laico” Bashar al Assad: usa il pugno duro contro i manifestanti, ma tutti (tutti: anche i suoi nemici dichiarati israeliani) si sono affrettati a dire che, per carità, deve restare al potere.
 
I più violenti distruttori dei diritti delle donne, a partire dall’Iran, reggono alle contestazioni con il pugno di ferro. E nei loro confronti l’Occidente volta lo sguardo. L’Arabia Saudita, una vera gabbia d’acciaio per tutte le donne, il Paese che più reprime i loro diritti, è “stabile”. C’è stata solo una protesta. Poi sono bastati un paio di intimidazioni e la concessione di fiumi di sussidi statali per placare il tutto. A noi interessa che resti stabile, in effetti: gran parte del petrolio vien da lì, se si ribellano gli arabi e le arabe saudite per noi sarebbero dolori. In Bahrein, altra prigione a cielo aperto per le donne, la rivolta è stata più tenace, la repressione ancor più dura. I poliziotti sono addirittura entrati negli ospedali a malmenare medici e feriti. Da parte dei governi occidentali si è levata solo qualche protesta morale. Anche lì: se salta il Bahrein si destabilizza il Golfo. Se si destabilizza il Golfo, da dove passa il petrolio kuwaitiano e saudita? Lo Yemen, altro Paese in cui le donne non hanno alcun diritto, siamo sull’orlo di una guerra civile. I cecchini hanno sparato sulla folla, facendo 50 morti, e sembra che sia stato lo stesso presidente Saleh a mandarceli. Ma l’unica parola che è arrivata dagli Usa è un invito a permettere libere manifestazioni. Poi ci ha pensato il segretario alla Difesa Robert Gates a dichiarare che il principale interesse degli Stati Uniti è che le ribellioni “non distraggano” troppo l’esercito dalla sua guerra contro Al Qaeda. Anche lo Yemen deve rimanere stabile.
Eppure fino a pochissimi anni fa, quando ci si riempiva la bocca di guerra alla cultura del terrorismo jihadista, le donne parevano segnare il confine della civiltà. Essere civili voleva dire rispettare i loro diritti e considerarle uguali agli uomini di fronte alla legge, altrimenti era barbarie. Quale migliore occasione storica, per non dire unica, di una rivoluzione globale in tutto il Medio Oriente? C’era qualche coraggioso che, nei primi anni 2000, aveva proposto di applicare all’Arabia Saudita e all’Iran la stessa politica di ostracismo culturale che era stata praticata con successo per il Sud Africa dell’apartheid. Un apartheid nei confronti delle donne non è da meno di uno nei confronti dei neri. Quale miglior momento per far saltare questi regimi discriminatori? Senza dover aspettare decenni di evoluzione? Per far sapere, almeno, che tipo di società ci piacerebbe (non dico: “vorremmo”, perché sarebbe colonialista) veder sorgere dopo aver buttato via quella vecchia? Eppure, ci si scalda, ci si indigna, ma raramente si parla di valori, tantomeno di diritti delle donne. Raramente queste rivoluzioni li miglioreranno. Più facilmente li rispetteranno. E il tutto avverrà nel silenzio totale delle nostre società. 
Tag:  Libia, Egitto, Tunisia, Yemen, Arabia Saudita, Bahrein, Siria, Gheddafi, Ben Alì, Mubarak, Saleh, Assad, 9 marzo

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