Nel mio giardino zen coltivo solo geishe

Il Giappone, nostro dirimpettaio

di Bruno Raco

Pubblicato giovedì, 15 settembre 2011

Rating: 3.7 Voti: 15
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci
Primo, il Giappone non è un’isola ma un arcipelago; secondo, le geishe non rappresentano quel genere di donne che, nell’immaginario collettivo, con una traslitterazione gergale arbitraria, definiamo… prostitute, per non cadere in volgarità!
 
Obtorto collo ho dovuto ricredermi su questi due supposti dogmi mentre mi involavo verso Kioto in un assolato aprile.
Nonostante andassi nella “solidarnosh” più estrema ( Giappone letteralmente significa “alle radici del sole“) a manifestare contro i poteri forti dell’industria mondiale - che notoriamente contribuisce all’avvelenamento del pianeta e quindi a renderci mondo di contemporanei, di senza futuro - non avrei rinunciato a conoscere storia e costumi di questa terra. Non avrei rinunciato a quella sana dottrina del dubbio secondo cui bisogna provare per approvare. Non mi sarei perso, insomma, l’occasione di conversare amabilmente con una geisha.
 
Già! “Signore delle arti“ insuperabili nella conversazione, che spendevano (almeno fino alla metà del secolo scorso ) l’intera vita a perfezionare quest’arte. Interessato a incontrarle, o anche solo a vederle, al netto dei miei preconcetti, il destino mi fornì il destro: all’imbrunire, un vicolo, che di giorno mi aveva disvelato tutto il suo squallore, si animò di tonde lanterne bianche accese e, come nel più banale gioco da settimana enigmistica, vidi queste sagome doppiare frettolosamente la serie di puntini luminosi. Finalmente osservavo queste leggendarie donne, fasciate in leggiadri kimono come avvolte in auree tele di Klimt: le vedevo vacillare su zoccoli incomprensibilmente alti (per intenderci, molto meno agevoli, almeno mi parve, di un paio di Jimmy Choo tacco 15) e questo loro fluttuare faceva tintinnare i campanellini che addobbavano la loro folta capigliatura. Ero in un non-luogo, in un’altra epoca, ma con in mano una digitale Sony nella quale dovevo assolutamente fermare quei volti di porcellana, nonostante si confondessero tra il lucido delle loro capigliature ed il brillio di placche argentate di cui le acconciature erano frammiste.
 
In uno dei distretti di Kioto, Gion, incontrai una maiko, una giovane conversatrice, anche danzatrice,  che non aveva ancora ricevuto l’investitura di geisha ma che mostrava  di aver appreso benissimo i primi rudimenti delle loro arti: si muoveva con leggiadria nell’offrirmi una tazza di tè.
Quante volte aveva ripetuto il gesto di porgere quella tazza? Ma anche con me, in questa liturgia, mostrava di voler tendere alla perfezione. Nel gesto avrebbe messo sempre la massima precisione, come davanti a un regista mai pago dei suoi ciak.
 
Portai dei pasticcini, cadeaux normalmente usato in occidente, ma che dovetti scegliere nella migliore pasticceria di Kioto, dove vollero sapere il nome della maiko, nome de plume, s’intende, pseudonimo.  Di forma assolutamente regolare la confezione, sobria, ma ricercato il motivo dell’incarto, era ornata agli angoli con quattro origami riproducenti il fiore del loto. Paradossalmente i dolci potevano essere stantii, ma la forma contava molto: tutto ciò che veniva assemblato con le mani doveva essere in equilibrio con le forme della natura. Quindi anche i gesti, nel più profondo credo scintoista.
 
La conversazione, che non durò tanto, mi lasciò soddisfatto.
La sensazione che trassi fu che, nell’impossibilità di sovrastarne il pensiero, l’uomo ne subisce il fascino.
Mi raccomandò di approfittare della fioritura dei ciliegi andando a passeggiare lungo i viali e arrestandomi ad ogni folata di vento affinché quei petali, tenuemente bordati di rosa, mi piovessero addosso: la sensazione sarebbe stata piacevole ed avrei stabilito una forma di dialogo con il creato.
 
Vagando nei giorni successivi per un altro quartiere pensai di andare ad assistere  ad uno spettacolo del teatro : un tipo di teatro d’élite dove il dramma raggiunge il suo climax, cioè il punto di più alta drammaticità, proprio  nell’intervallo.
E’ un teatro altamente simbolico dove il testo passa in secondo piano rispetto all’immagine e nello spazio-temporale dell’intervallo, quando il palco si svuota, si genera smarrimento: si è costretti all’ascolto dell’io, principio zen essenziale!
L’opera riguardava una delle più famose geishe della storia (il mio spirito era in esaltazione, l’iniziale interesse verso queste artiste/ballerine/conversatrici si amplificava), una Komaki bellissima e ricca,  in quanto prescelta  per la corte imperiale, la quale, non corrispondendo la passione di un ufficiale dell’imperatore e mettendo alla prova la di lui perseveranza, lo portò alla morte. A causa di questa durezza venne cacciata e vagò mendicando fino alla morte.
L’attrice che la impersonava, nonostante i pesanti abiti di scena , aveva la stessa carica sensuale di una figura femminile che avevo avuto modo di ammirare in una tavola xilografica del 1700: “ Il canto del guanciale“ di Utamaro, dove in una rappresentazione erotica trova spazio anche la componente sensuale (si nota tra i due amanti che l’occhio di lui finisce, senza soluzione di continuità, nei capelli di lei e la spalla di lei, sapientemente lasciata scoperta, con la mano di  lui che vi preme sopra malcela, ammetto, un’emozione).
 
Ricordo che assistetti allo spettacolo rigustando mizu-yokan (gelatina di fagioli rossi ), lo stesso dolce che portai alla maiko ma che mangiai io! Era il suo dolce preferito ma il loro nutrimento vien dagli occhi (come una regola stilnovista!); così il tè, che io bevvi e che lei si premurò di porgermi con infinita grazia, assicurandosi dallo sguardo che il mio gradimento fosse massimo: la sua gratificazione passava per il mio godimento papillare piuttosto che dalle misurate parole che mi somministrava.
 
In Giappone vi andai in primavera ma già si avvertivano i prodromi dell’estate; la loro estate. Naturalmente piovosa, dove anche la pioggia sottostà alla regola confuciana del non disturbare, dell’essere presente senza essere vista, percepita perché permeata anch’essa dal ki, lo spirito delle cose.
Secondo questo principio, il Ki, loro vivono: così ci fanno apprezzare l’ikebana, la valenza del singolo fiore alla numeralità del mazzo in un equilibrio euritmico, armonico; gli stessi ingredienti del cibo che noi mischiamo, loro li tengono dissociati perché devono essere “ascoltati“ con piccoli bocconi!
 
Dimenticai, in quei giorni, il carattere arrogante dei giapponesi, quel loro celeberrimo abitus proditorio che continua a dar la caccia alle balene; che hanno nei cromosomi velleità espansionistiche verso la Cina; che si considerano depredati della Manciuria; che con Pearl Harbour si bevvero il calice della sciagura; che in piena espansione economica, negli anni ’90, si imbatterono nell’hikikomari, cioè nel ritiro dalla vita sociale di molti giovani che, abitati dal mal di vivere, si suicidavano.
Forse non sempre i mandala sono propizi.
Tag:  Giappone, geishe, Kioto, maiko, conversazione, ciliegi

Commenti

15-09-2011 - 09:21:18 - nic
Complimenti..
15-09-2011 - 21:49:15 - Bruno Raco
Grazie!
Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni