Azar Nafisi

La scrittrice che non ha più sopportato la vita, la morte e la repressione sotto il regime degli Ayatollah

di Anna Bono

Pubblicato martedi, 14 dicembre 2010

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Leggere Lolita a Teheran è il libro che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo come scrittrice. Pubblicato negli Stati Uniti da Random House nel 2003, con il titolo Reading Lolita in Teheran, è uscito nella traduzione italiana l’anno successivo, edito da Adelphi. Nafisi è inoltre autrice di numerose opere di critica letteraria e di analisi della situazione politica e femminile in Iran. Soltanto una di queste opere per il momento è disponibile in italiano: Le cose che non ho detto (titolo originale Things I’ve been silent about, Random House, 2008) pubblicato da Adelphi nel 2009.

Azar Nafisi è nata in Iran nel 1955. Suo padre, Ahmad Nafisi, è stato sindaco di Teheran. Sua madre, Nezhat Nafisi, fu la prima donna a essere eletta membro del parlamento iraniano.
A 13 anni i genitori la mandano a studiare prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti dove Azar si laurea in letteratura inglese e americana alla University of Oklahoma.
Tornata in patria, diventa docente di Letteratura inglese presso l’università Allameh Tabatabai della capitale. Ma intanto, siamo nel 1979, l’ayatollah Khomeini tornato in Iran dall’esilio parigino realizza la rivoluzione islamica.

È l’inizio del regime degli ayatollah. Nel 1981 Azar viene espulsa dall’accademia per aver violato le rigide norme islamiche in fatto di abbigliamento: in sostanza, per aver rifiutato di indossare il velo tradizionale. Riammessa nel 1987, lascia l’incarico otto anni dopo, nel 1995, non riuscendo più a sopportare le ingerenze delle autorità accademiche che contestano i suoi programmi d’insegnamento.
È allora che invita sette delle sue migliori allieve a seguire in segreto un seminario a casa sua. Per alcuni anni le otto donne si riuniscono ogni giovedì mattina clandestinamente, alcune persino all’insaputa dei familiari, per leggere opere letterarie censurate dal regime e discuterne, lontano da orecchie indiscrete. Tra i libri scelti, vi sono Madame Bovary, Il grande Gatsby e Lolita, il romanzo che ispira il titolo del libro scritto durante l’esilio americano.

Il punto di non ritorno nella sua vita è il 1997, anno in cui, come molti amici e conoscenti prima di lei, decide di lasciare l’Iran, incapace di tollerare oltre, per se stessa e per i propri familiari, i limiti alla libertà patiti nella vita quotidiana. “Quando avevo la sua età – le domanda un giorno sua figlia – mi punivano perché avevo i lacci delle scarpe colorati, perché correvo nel cortile della scuola, o leccavo il gelato in pubblico?”
 
Un episodio in particolare ha contribuito a darle la misura della propria mortificazione personale e a indurla ad andarsene.

Un giorno un amico, da lei soprannominato il Mago in Leggere Lolita a Teheran - per non rivelarne l’identità poiché tuttora risiede in Iran - le aveva dato appuntamento in un noto caffè di Teheran per regalarle un’edizione inglese delle Mille e una notte, un testo che lei cercava da tempo. Si erano seduti a un tavolino, stavano bevendo un caffè e mangiando dei millefoglie, i dolci per cui il locale era famoso, quando sentirono un gran chiasso alle loro spalle. “Il cameriere – racconta Azar in Leggere Lolita a Teheran – ci spiegò che c’era una retata. I guardiani della rivoluzione avevano bloccato la porta e controllavano tutti quelli che ne uscivano. Poi ci disse, con discrezione che, se non eravamo parenti, il signore – cioè il Mago – avrebbe fatto meglio a cambiare tavolo; e nel caso mi avessero domandato perché ero lì, potevo dire che avevo ordinato dei dolci e stavo aspettando il pacchetto. Gli risposi che non stavamo facendo niente di male e che non intendevo spostarmi. Poi, rivolta al mio Mago, aggiunsi: ‘E nemmeno tu’. ‘Non essere stupida’ disse lui. ‘Telefono subito a Bijan’ replicai (suo marito, n.d.a.). ‘E a che scopo? – domandò lui – credi davvero che lo staranno a sentire, uno che non riesce nemmeno a tenere in casa la moglie?’ Si alzò con la tazza di caffè in mano. (...) Alla fine andò a sedersi a un tavolino lontano e io rimasi da sola a cercare di mangiare il mio millefoglie, scorrendo con rabbia le pagine di Ne muoiono più di crepacuore come se dovessi ripassare per un esame del giorno dopo. Entrati nel caffè, i guardiani della rivoluzione passarono in rassegna i tavoli. Qualche avventore era riuscito ad andarsene in tempo; altri non furono così fortunati. Dentro, oltre a me e al Mago, era rimasta una famiglia di quattro persone, più due donne sulla cinquantina e tre ragazzi. Quando mi portarono il pacchetto con i dolci mi alzai, diedi una mancia esagerata al cameriere, feci cadere il mio pacco di libri, aspettai che il cameriere mi portasse un sacchetto di plastica e me ne andai senza degnare il Mago di uno sguardo. In taxi mi sentivo confusa, arrabbiata e anche un po’ pentita. Me ne vado, dissi rivolta a me stessa. Non ce la faccio più. Ogni volta che succedeva un fatto del genere, in tanti reagivamo pensando alla fuga, a qualche posto dove la vita quotidiana non fosse un campo di battaglia. (...) Quando arrivai a casa (...) aprii il congelatore e mi preparai una grossa ciotola di gelato, ci versai sopra il caffè e le mandorle e quando Bijan e i ragazzi rientrarono ero già in bagno che vomitavo. Vomitai per tutta la notte (...) e la mattina dopo (...) vomitai di nuovo, stavolta solo bile. Rimasi per tutto il giorno a letto; bastava il contatto con le lenzuola a farmi accapponare la pelle”.

Poco tempo dopo, con il marito e i loro due figli, Azar emigra negli Stati Uniti e inizia una nuova carriera universitaria, sempre come docente di Letteratura inglese, alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University di Washington D.C. dove collabora con il Foreign Policy Institute e dirige il Dialogue Project, un sito web creato per promuovere la democrazia e i diritti umani nel mondo islamico attraverso l’incontro e il confronto intellettuale.
 
Ai diritti umani, universali e inalienabili – sostiene Azar Nafisi – si dovrebbe aggiungere quello “all’immaginazione”.
Tag:  Azar Nafisi, Iran, Islam, Leggere Lolita a Teheran, Le cose che non ho detto, Khomeini, rivoluzione, velo

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