Kirsten Dunst

Una palma d'oro a sorpresa e le sette vite di una diva data troppe volte per "finita"

di Stefano Magni

Pubblicato sabato, 28 maggio 2011

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Momento di sorpresa al festival di Cannes. Quando Robert De Niro (presidente della giuria) legge il nome della miglior interpretazione femminile, non ci crede nessuno. Nemmeno lei: Kirsten Dunst. Palesemente emozionata, impreparata ad un momento del genere, dice qualcosina al microfono (“Wow… che settimana…”) scoppiando di felicità come un’adolescente che vince X-Factor. Eppure non stiamo parlando di una dilettante, bensì di un’attrice professionista veterana, con 17 anni di carriera e una sessantina di film alle spalle, 2 cortometraggi e un documentario diretti e prodotti da lei, due lungometraggi in post-produzione. Possibile che nessuno se lo aspettasse? Sì, possibile, anzi…

Prima di tutto perché “Melancholia” è un film nato sul piede sbagliato. C’è chi lo trova una dura prova per la pazienza degli spettatori, chi se ne entusiasma al punto da non voler più uscire dalla sala. Tutti, però, si sono compattati contro il regista, il danese Lars von Trier, che, per amor di provocazione, alla conferenza stampa di presentazione, di fronte ai microfoni di tutto il mondo, ha espresso comprensione per Hitler e definito Israele “un dito nel cu*o”, provocando un incidente diplomatico. Von Trier è stato espulso da Cannes. Il suo film e tutto il suo cast parevano sepolti sotto un mare di infamia, ma la giuria ha deciso di distinguere l’opera d’arte e gli artisti dal provocatore. Ed hanno premiato Kirsten, a sorpresa.

E’ una sorpresa doppia, a dire il vero. Non era la sola maledizione di “Melancholia” a giocare contro, ma anche la stessa carriera della Dunst. Il suo destino pareva già scritto: ex bambina prodigio, da rottamare appena giunta all’età matura. Nata a Point Pleasant, una cittadina marittima del New Jersey, il 30 aprile del 1982, da madre svedese e padre tedesco, Kirsten viene portata di fronte alle telecamere sin dall’età di 3 anni, per qualche pubblicità. A 12 anni, per poco non vince il primo Golden Globe, per la sua incredibile interpretazione della bambina-vampiro Claudia in “Intervista col vampiro”, al fianco di Brad Pitt e Tom Cruise. La sua carriera, però, prende una strada più stucchevole, con una serie di ruoli prima infantili e poi adolescenziali che hanno lasciato poca traccia.


Storia già scritta? Carriera finita non appena raggiunta la maggiore età? Neanche per idea. Kirsten Dunst riemerge fra il 1999 e il 2001 con una tripletta di ottime interpretazioni: “Virgin Suicides” di Sofia Coppola, “The Cat’s Meow” di Peter Bogdanovich e “Crazy Beautiful” di John Stockwell, fanno capire che è ancora artisticamente viva, matura e pronta a sostenere qualsiasi tipo di ruolo. E allora, lancio di una nuova diva? Nemmeno, perché, nonostante tutti, nel 2001, prevedessero il suo exploit verso l’Oscar, quel che sembrava un miracolo si rivela il suo più grande limite: viene scelta per interpretare Mary Jane nella serie “Spiderman”. E cosa c’è di male? C’è eccome: legata per ben cinque anni (dal 2002 al 2007), a un personaggio di fumetti che non ha mai letto (come ha confessato in più di un’intervista), è odiata dai geek amanti della Marvel, detestata dalla stampa gossippara, spiata nella sua vita privata. A questo si aggiunge la sfortuna di interpretare piccole parti in film di successo (come “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”), o ruoli da protagonista in film-flop (“Elizabethtown”). Il film che avrebbe dovuto consacrarla, “Maria Antonietta” (la sua seconda esperienza con la regista e amica Sofia Coppola) viene demolito a Cannes nel 2006. Quei fischi peseranno come un macigno sulla carriera di Kirsten e sulla sua stessa autostima negli anni a venire.

Giunti all’alba del 2007, uscito il terzo “Spiderman”, il meno riuscito dei tre, questa ragazza “europea” è ormai odiata dagli americani. Soprattutto dalle ragazzine americane, che vedono in lei una “bad loser”. Detestano il fatto che rifiuti caparbiamente interventi estetici (migliaia di persone le hanno consigliato, ogni giorno, di farsi raddrizzare i denti), la additano a cattivo esempio perché fuma, le rimproverano persino di non portare il reggiseno, la considerano “arrogante” perché sceglie da sola i suoi vestiti senza consultare una stylist, la insultano a milioni quando esprime pareri libertari sull’uso di droghe leggere e il matrimonio gay. Nel 2008 Kirsten finisce ricoverata per depressione. I siti di gossip ingaggiano una vera e propria campagna di disinformazione per far credere che sia ricoverata per alcolismo. Le grandi riviste, a dire il vero, l’hanno sempre protetta. Ma Internet “è l’arma più forte” e gioca contro di lei. Si fa avanti la solita vecchia storia: “Ecco, signora mia, troppo successo e troppo in fretta, come tutte le bambine prodigio finisce alcolizzata e fuma sigarette di droga, come Britney Spears e Lindsay Lohan”. Finale già scritto.

E’ così? Neanche per idea: nessuno, fra gli appassionati di cinema e gossip, si sarebbe mai aspettato che gli anni del silenzio, quelli dal 2008 al 2011, erano in realtà quelli della controffensiva. Kirsten Dunst, dimenticata dal grande circuito del glamour, inizia a muoversi indipendentemente da esso. Si auto-produce, gira cortometraggi (“Welcome” e “Bastard”), partecipa a singolari esperimenti visivi (come l’installazione “Akihabara Majokko Princess” di Takashi Murakami, esposto alla Tate Modern di Londra) e in “All good things” lascia un’altra perla di recitazione che però pochi, per motivi di distribuzione, riescono a vedere al cinema. Infine: l’incontro con Lars von Trier, casuale (il regista avrebbe voluto… Penelope Cruz) e la vittoria della palma d’oro, nonostante le battute nazi del maestro danese. Il finale non era affatto “già scritto”.

 
Tag:  Kirsten Dunst, Lars von Trier, Melancholia, Maria Antonietta, Spiderman, Virgin Suicides, Crazy Beautiful, The Cat's Meow, Intervista col Vampiro

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