Rebiya Kadeer

Una dissidente che Pechino non è riuscita a spezzare e continua a battersi per il suo popolo uighuro

di Stefano Magni

Pubblicato lunedi, 5 luglio 2010

Rating: 0.0 Voti: 0
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci
Un anno fa, un’etnia minoritaria in Cina, quasi mai sentita in Europa, quella degli uighuri, si ribellava al regime di Pechino. Oggi nella loro capitale, Urumqi, regna una calma apparente. Una calma ottenuta con la dura repressione: 200 morti, migliaia di feriti e (stando a fonti vicine ai dissidenti) decine di migliaia di arresti e deportazioni nei campi di concentramento. Gli uighuri abitano in una regione che il regime di Pechino chiama Xinjang, ma che i locali chiamano ancora col nome autoctono: Turkestan orientale. Come il Tibet ha il Dalai Lama, anche il Turkestan ha il suo personaggio-simbolo della resistenza. Una donna: Rebiya Kadeer.

Musulmana, laica, dinamica e idealista, sembra l’opposto della spiritualità del leader buddista tibetano. E lo dice: “Non sono il Dalai Lama, non intendo aspettare 50 anni” prima di denunciare a gran voce i crimini del regime cinese contro il suo popolo. Anche per questo è in esilio e ora parla dagli Stati Uniti. E la sua sorte avrebbe potuto essere anche molto peggiore.

Nata nel Turkestan orientale nel 1947, aveva due anni quando si instaurò a Pechino il regime comunista di Mao Tse-tung. Sotto il quale rischiò di morire per la prima volta quando aveva vent’anni: all’inizio della Rivoluzione Culturale, il periodo più cruento del regime di Mao Tse-tung, fu accusata di “speculazione”, in quanto gestrice di una lavanderia assieme al marito. La Rivoluzione Culturale, pilotata da Mao Tse-tung per eliminare ogni opposizione, mirava a sradicare completamente ogni uso giudicato “borghese” e ogni forma di proprietà individuale. Lei, nata povera, rischiò ugualmente di passare per “sfruttatrice”. Ma fu risparmiata.
In compenso ebbe un lungo momento di gloria a partire dal decennio successivo. Dopo la morte di Mao e le prime riforme capitaliste del successore Deng Xiao-ping, la sua attività fu fonte di ricchezza e prestigio politico. Avviò una catena di lavanderie automatiche che ben presto divenne un impero miliardario. Invece di accusarla di “speculazione”, il nuovo regime di Deng la portò in palmo di mano: lei, donna, musulmana, appartenente alla minoranza degli uighuri, era la dimostrazione vivente che obbedendo a Pechino si sarebbe trovata la via del successo e del benessere. Nel 1993 entrò nell’élite della Conferenza Consultiva del Popolo, del Congresso Nazionale del Popolo e andò a rappresentare la Cina presso nel Nazioni Unite in occasione del Quarto Congresso Mondiale sulle Donne che si tenne a Pechino nel 1995.

Fino al 1997 fu una cinese modello. Ma era uighura e questa appartenenza etnica iniziò a crearle problemi. Quell’anno, infatti, una ribellione della minoranza nel Turkestan fu domata con la forza delle armi, 30 ribelli furono giustiziati. Rebiya Kadeer ebbe il coraggio di protestare pubblicamente e fu espulsa immediatamente dal Congresso Nazionale del Popolo. Da quel momento il regime non le staccò più gli occhi di dosso. Finché non riuscì ad accusarla di passare informazioni segrete all’estero (ritagli di giornale al marito esule negli Usa) e a condannarla a 8 anni di carcere. In galera i suoi aguzzini la isolarono dal resto del mondo (nel 2001 non seppe nemmeno dell’11 settembre) e cercarono in tutti i modi di spezzarla psicologicamente. Fu però liberata nel 2005 su pressione dell’amministrazione Bush, nei giorni della visita dell’allora segretario di Stato Condoleezza Rice in Cina.

Da allora, nel suo esilio volontario negli Stati Uniti, Rebiya Kadeer continua a diffondere l’informazione sul Turkestan e a battersi per la difesa dei diritti del suo popolo, per il quale chiede l’autonomia. Pechino l’accusa di terrorismo e di separatismo. E le mette contro i suoi stessi figli, Alim e Roxingul, che appaiono in televisione o scrivono lettere aperte sui giornali lanciando accuse contro di lei. “Quella operata dal governo cinese contro i miei figli, è forse il peggior tipo di violenza” - commenta lei - “Li sta forzando a parlare contro di me. Io penso che questa sia una forma di dittatura imposta su di loro personalmente. E’ difficile per me immaginare che tipo di tortura psicologica essi stanno attraversando in questo momento. Quando sono stata in prigione, anch’io sono stata costretta a dire cose contro la mia volontà”.

L’anno scorso, ospitata a Melbourne per il Festival del cinema internazionale in cui si presentava un documentario sulla sua vita, ha provocato un incidente diplomatico. La Cina ha prima cercato di cambiare il programma del festival, poi, per protesta, ha ritirato tutte le pellicole cinesi in concorso e fuori concorso. Anche il Giappone ha subito pressioni politiche da Pechino solo per averle dato un visto di ingresso. Da qui si capisce quanto il regime cinese la tema e l’accusi di essere “un diavolo travestito da angelo”, “un lupo famelico nelle vesti di agnello”. Lei non si spiega tanto terrore, se non “perché li conosco, perché so quando mentono. E’ per questo che hanno paura di me”.
 
Tag:  Rebiya Kadeer, Xinjiang, Turkestan orientale, Cina, diritti umani

Commenti

21-09-2011 - 18:55:59 - anonimo
SE IL MONDO AVESSE PIU' REBIYA KADEER E PIU' STEFANO MAGNI A RACCONTARE LE VICENDE DELLA REPRESSIONE CINESE, LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE AVREBBE VITA DURA E SUSCITEREBBE MENO AMMIRAZIONE FRA GLI IGNORANTI E GLI INGENUI, MANTENUTI TALI DALL'INFORMAZIONE CORROTTA. MARIA VITTORIA CATTANIA
Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni