Tre Nobel in rosa

Un premio al coraggio e all'esempio a tre donne straordinarie: Ellen Johnson-Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Karman

di Stefano Magni

Pubblicato sabato, 8 ottobre 2011

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Tre Nobel per la Pace assegnati a tre donne dissidenti. Un caso più unico che raro. Un segnale più forte che mai. Le vincitrici sono Ellen Johnson-Sirleaf, dissidente, politica, attuale presidente della Liberia; la sua connazionale Leymah Gbowee, attivista pacifista, fondatrice del movimento Liberian Mass Action for Peace; infine, la più coraggiosa di tutte, Tawakkul Karman, attivista democratica e femminista dello Yemen. Mai Nobel per la Pace è stato più pertinente con i tempi di cambiamento in cui viviamo.

 


Ellen Johnson-Sirleaf
 

Il nome della 72enne Ellen Johnson-Sirleaf può far sollevare più di un sopracciglio. E’ soprannominata “dama di ferro”, per il polso duro con cui governa il suo difficile Paese africano. E anche perché è diventata celebre e popolare per aver rinegoziato (ottenendo condizioni più favorevoli per la Liberia) un contratto da 1 miliardo di dollari con la Arcelor Mittal, la più grande compagnia dell’acciaio del mondo. E, sempre per una questione di ferro, per aver stipulato con la Cina un nuovo contratto di concessioni da 2,6 miliardi di dollari. Il polso duro amministrativo della Johnson-Sirleaf si è abbattuto prima di tutto sui funzionari del ministero delle Finanze. Siccome in Liberia la corruzione è diffusa in modo endemico, a tutti i livelli dello Stato (ma in particolare in quei ministeri che gestiscono direttamente il denaro pubblico), lei ha licenziato tutti i funzionari preventivamente. Poi ha permesso loro di ripresentare la loro domanda di assunzione, ma solo portando un curriculum “immacolato”, privo di tracce di corruzione e clientelismo. Può sollevare dubbi il suo passato di sostenitrice della rivoluzione del signore della guerra, poi dittatore, Charles Taylor, attualmente alla sbarra per crimini di guerra. Allora, negli anni ‘80, la Sirleaf era un’attivista politica perseguitata dal dittatore Samuel Doe. La sua scelta di pendere dalla parte di Taylor era dettata dalle circostanze, dunque. E pagò anche cara questa sua scelta: Taylor la sconfisse nelle elezioni del 1997 e la costrinse di nuovo all’esilio politico, con l’accusa di tradimento. Divenuta sua nemica, la Sirleaf sostenne l’esilio del nuovo presidente, subito trasformatosi in un feroce dittatore e trafficante d’armi (è accusato per crimini di guerra anche nella vicina Sierra Leone, per l’appoggio dato alle milizie rivoluzionarie locali) e contribuì alla sua cacciata dal potere nel 2003. Nel 2005 poté vincere le elezioni in un Paese ridotto ad un cumulo di macerie da 14 anni di dittature e guerra civile. E’ la prima donna africana presidente. La settimana prossima proverà ad affrontare di nuovo le urne. Forte della sua esperienza potrebbe vincere il suo secondo mandato. E questo è l’altro motivo di dubbio: nel 2005 aveva dichiarato di correre per un solo mandato. Oggi dichiara che “un aereo in volo non deve cambiare pilota”. Ignorando anche il parere della locale Commissione per la Verità e per la Riconciliazione, che suggeriva il suo allontanamento dalla carica di presidente per il suo passato appoggio dato a Taylor. Il comitato del Nobel di Oslo ha comunque riconosciuto il suo ruolo di donna nonviolenta: il suo mandato presidenziale è un’oasi di pace nella tormentata storia liberiana e dell’Africa occidentale in genere. E di esempio per il Continente Nero, dove i diritti femminili sono repressi da un capo all’altro dell’Africa, con pochissime eccezioni.



Leymah Gbowee
 

Attivista pacifista, nel 2003 Leymah Gbowee ha compiuto ben tre miracoli in uno, con la fondazione del suo movimento Mass Action for Peace: è riuscita a mobilitare in massa le donne in un Paese africano dilaniato dalla guerra, a creare un movimento che trascendeva i confini delle numerose etnie liberiane nel nome di un unico obiettivo universale (la pace) e a contribuire in modo decisivo alla fine del conflitto civile con metodi nonviolenti. “Nel 2003 era molto difficile passare all’azione” - racconta del suo passato la Gbowee - “Stavamo vivendo in mezzo a una guerra che durava da 14 anni. Nonostante tutto, con un gruppo di donne, abbiamo deciso di scendere in campo con manifestazioni, picchetti e preghiere di gruppo”. Per riportare gli uomini liberiani alla ragione, la Gbowee aveva anche indetto un singolare sciopero del sesso, forte della sua esperienza di assistente per le donne che avevano subito il trauma della violenza carnale. Nata nel 1972, la Gbowee ha praticamente vissuto in guerra tutta la sua vita adulta. Finché non ha contribuito a ripristinare una normale vita civile nel Paese: portando in piazza decine di migliaia di donne, tutte vestite di bianco, nella capitale Monrovia, diede una forte spallata al regime di Charles Taylor. Premuto dall’estero e dall’interno, il dittatore si convinse a lasciare il potere. Quando Taylor si recò ad Accra, Ghana, per i colloqui di pace, le donne biancovestite della Gbowee lo seguirono in massa, con altre manifestazioni imponenti. Finché un accordo non fu raggiunto realmente, le manifestazioni proseguirono in patria e all’estero.



Tawakkul Karman

Probabilmente la più coraggiosa fra le tre vincitrici del Premio Nobel per la Pace, Tawakkul Karman, 32 anni, è una giornalista donna in un Paese arabo, lo Yemen, in cui i diritti delle donne e quelli della libertà di espressione sono completamente negati. Lo Yemen, tanto per capirci, è la patria di origine della famiglia Bin Laden, è il Paese con la più forte penetrazione di Al Qaeda ed è retto, dal 1978, dalla dittatura militare di Alì Abdullah Saleh. Tawakkul Karman si è trovata a dover combattere, con metodi assolutamente pacifici, una guerra personale su tre fronti: contro la dittatura, contro il terrorismo di Al Qaeda e contro un tradizionalismo patriarcale che nega alle donne ogni diritto civile. Nel 2005 fondò l’associazione Donne Giornaliste Senza Catene. E fu lei a promuovere la prima insurrezione nonviolenta contro il regime di Saleh il 3 febbraio scorso. La sua azione politica la riassume così: “La nonviolenza dei giovani è la sola arma contro il terrorismo. Noi rifiutiamo i movimenti estremisti, i gruppi come Al Qaeda perché non hanno altro obiettivo che il sangue. Se la nostra rivoluzione avrà successo, tutto il mondo allora sarà più sicuro”. Anche per questo è stata più volte incarcerata. Ed è tuttora minacciata di morte. Nell’aprile scorso, guidando una manifestazione in cui erano presenti anche centinaia di donne e ragazze di tutte le età, aveva dichiarato con orgoglio alla Bbc: “Non avrei mai immaginato nulla di simile. Nello Yemen, alle donne non è permesso neppure uscire di casa dopo le 7 di sera. Ora stanno dormendo qui, in piazza. Questo va ben oltre ogni sogno abbia mai fatto. Sono così orgogliosa delle nostre donne!”
 

 

Tag:  Nobel, Liberia, Yemen, Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee, Tawakkul Karman

Commenti

29-10-2011 - 00:06:00 - paterò
non una ma ben tre! a testimoniare che le donne che meritano il premio sono sempre di più!
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