Lavoro sì, carriera no

La class action contro la Wal-Mart in USA all'insegna del motto: l'unione (tra donne) fa la forza

di Valentina Paternoster

Pubblicato lunedi, 17 maggio 2010

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"Dukes vs. Wal-Mart Stores Inc.", questa la prima causa intentata da una donna che ha accusato il colosso statunitense, sinonimo di ottimo rapporto qualità/prezzo, di discriminazione.

Donnone, cinquantenne, capelli cortissimi, occhiali spessi, attivista della comunità afroamericana, entrò in azienda nel 1994 con grandi aspettative: tanta esperienza nel commercio al dettaglio e tanto impegno in un'azienda così grande possono portare solo ad avanzamenti di carriera costanti. O no?
No. Per lei non c'era spazio nei corsi di specializzazione interni, per lei non erano previsti aumenti di stipendio, ma solo umiliazioni e battute sessiste di pessimo gusto. Nel 2000 presentò un ricorso contro l'azienda per discriminazione razziale, l'anno dopo per discriminazione sessuale.

Dal 2001 a lei si sono unite decine di migliaia di donne lavoratrici della Wal-Mart Stores Inc. discriminate a parole e non solo: nessun avanzamento di carriera se non si è almeno carine, avvenenti e disponibili, salari più bassi a parità di grado e di anzianità rispetto ai colleghi uomini, possibilità infinitesimali di partecipare a corsi interni per posizioni dirigenziali.

Alla Wal-Mart il 65% dei dipendenti è donna, ma di queste solo il 33% diventa dirigente e il 14% direttore di negozio; una cassiera guadagna 1100 dollari all'anno in meno rispetto a un collega uomo. Numeri che fanno capire lo spirito maschilista che pervade l'intero ambiente lavorativo.

Betty Dukes è, insieme ad altre cinque "paladine" - anch'esse dipendenti della più grande azienda su territorio statunitense - un moderno Davide, in gonnella, contro Golia, colei che ha scatenato e ha dato il via alla più vasta class action nella storia americana. Dopo di lei infatti le donne Wal-Mart hanno cominciato a organizzarsi e hanno creato un sito, www.walmartclass.com, dove è possibile leggere i resoconti scritti di cento donne che esplicano chiaramente i soprusi e le ingiustizie di cui sono state vittime, e costuitesi in associazione: moderne Cenerentole pronte a combattere la matrigna cattiva e le sorellastre.

Denise Mott ha dichiarato: "MI sono laureata con successo in finanza alla Troy State University mentre lavoravo da  Wal-Mart. Durante la mia carriera in Wal-Mart, ho manifestato il mio interesse a più manager per il Management Training Program, ho anche cambiato casa dopo che avevo parlato delle possibilità di carriera per partecipare a questo programma interno di formazione. Alla fine, non sono mai passata di grado. Mi hanno sempre parlato di mancanza di requisiti, mancanza mai applicata agli uomini"; Jenny, dipendente Wal-Mart in Florida, scoprì di essere sottopagata: "Ho saputo che un mio collega maschio aveva uno stipendio maggiore del mio e che durante il periodo natalizio aveva avuto pagati gli straordinari regolamente. Il suo nome era Shawn Quail. [...] Shawn mi disse che era pagato $6.50 o $7.00 all'ora. [...] Era poco prima di maggio 1996, quando alla fine del mio primo anno di lavoro ho ricevuto un aumento di 35 cent all'ora, raggiungendo una paga oraria di $5.50".

Non solo le donne contro Wal-Mart, ma anche una giornalista, Liza Featherstone, che ha descritto il metodo Wal-Mart in un libro, intitolato, non a caso, Selling women short.

Alla faccia della copertina dell'Economist che titolava "Wal-Mart, learning to love it".

Dati tratti dal libro Ma le donne no di Caterina Soffici, Feltrinelli


Tag:  Wal-Mart, USA, Betty Dukes, class action, discriminazione

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