L’ambigua storia di un bicchiere di merlot

Una commedia neo pirandelliana... Alla ricerca dell’impossibile verità sulla fine di un amore

di Sabrina Minetti

Pubblicato giovedì, 19 dicembre 2013

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L’ambigua storia di un bicchiere di merlot è l’ottima prova autorale in drammaturgia dello scrittore Fernando Coratelli. Lo spettacolo è stato rappresentato per la prima volta alle Macchinazioni teatrali di Milano, il 12, 13 e 14 dicembre, ed è stato prodotto da Comune di Milano, Fabbrica del vapore con Macchinazioni teatrali, Macchiaumana e Azienda Agricola Foffani. Il successo di critica e pubblico riscosso durante le tre serate del debutto ha mosso l’interesse di altri teatri italiani per avere L’ambigua storia in cartellone.

Come recita il titolo della commedia è l’ambiguità il tema di fondo della storia. Ambiguità che permea ogni rapporto sentimentale, di cui, come per il domani, mai v’è certezza. Soprattutto quando l’amore, per un motivo o per l’altro, finisce. Ambiguità che corre attraverso l’intera rappresentazione, complice in primis l’astuto gioco di assonanze fra merlo, l’insolito animale di casa di una coppia che scoppia, e merlot, un raro vino bianco, cimelio domestico dei due, corpo e spirito dell’unione fra i coniugi prima che tutto andasse a rotoli durante una fatidica (ultima) cena a quattro, dove non mancano i Giuda.

La commedia di Coratelli potrebbe dirsi pirandelliana - vortica attorno alla ricerca e all’impossibilità di affermare la verità in una vicenda squisitamente universale, il naufragio di un matrimonio - ed è attraversata da due surreali personaggi allegorici: uno è L’ubriaca, simbolo dell’anima convulsa e disperata di Fabrizio, il protagonista, abbandonato durante quell’ultima cena dalla moglie Nadia per l’amico di famiglia Paolo, esuberante cialtrone, professore di fisica e, prima del disastro, promesso sposo di Fiorella. L’altro è Il merlo indiano femmina Aishwarya detta Aisha, splendida icona della Verità, che tutto ascolta e tutto ripete svelando i piani dei due fedifraghi e non solo.

Luca Busnengo alla regia (all’aiuto regia Margherita Remotti) risolve il collegamento fra flashback del passato e tempo presente della storia con un’originale messa in scena multipla su palchi/palcoscenici sfalsati, che mette letteralmente in croce il protagonista Fabrizio: a destra l’oggi, il minimalista ufficio di Giulia, l’amica avvocato, e della sua praticante Adele, cui l’abbandonato si rivolge in cerca di conforto e di assistenza per la sua causa di separazione. Giulia soffre di vuoti di memoria, esilarante pretesto per la gustosa parte farsesca della commedia. A sinistra il passato, la sala da pranzo imbandita per la cena dello scandalo. Sotto, quasi in mezzo al pubblico, contagiosa, la coscienza inquieta e offuscata del protagonista, incarnata dall’Ubriaca. Sopra, sospesa al graticcio, Aisha il merlo, la svolazzante e mobile verità. Giochi di luce segnano i passaggi fra i diversi piani temporali, che solo a Fabrizio è dato di attraversare, per raccontare al suo avvocato, e a se stesso, come siano andate le cose. Come stessero realmente le cose. Perché se è vero che Nadia lo ha abbandonato, portandosi via merlot e merlo - la sua anima e la verità -, anche su di sé Fabrizio ha qualcosa da recriminare. Non era forse stato anche lui colto da turbamento per la bellissima e malinconica Fiorella? Non stava pure lui per cedere alla lusinga di un aperitivo con lei, loro due soli? Era già colpa, tutto ciò, o naturale conseguenza dell’acido snobismo di Nadia, dei suoi seduttivi ammiccamenti ad altri uomini, di un allontanamento sentimentale in fieri che già serpeggiava nel loro menage coniugale?

In scena, oltre allo stesso Busnengo, perfettamente a suo agio e interprete di piglio nei panni di Fabrizio, la densa e sinuosa Alessia Pratolongo (la moglie Nadia), il super brillante Francesco Gargiulo (il rivale Paolo), la statuaria e intensa Margherita Remotti (la fidanzata di Paolo, Fiorella), l’auto ironica e divertentissima Sara Paganelli (Giulia, l’avvocato), la strepitosa Alessandra Piacente (l’Ubriaca), la generosamente simpatica Laura Belli (Adele, la praticante), l’incantevole, deliziosa, sorprendente Lara Quaglia, che interpreta il ruolo del merlo - una delle trovate più geniali dell’ambigua storia - non solo recitando, ma anche compiendo acrobatiche, mozzafiato, evoluzioni aeree, così belle che commuovono. Sensazionali in apertura, gemellate con la danza tarantolata dell’Ubriaca. Oniriche e lancinanti negli intermezzi introspettivi in cui Fabrizio è solo con il suo dolore. Stupefacenti, come quando Aisha si tende, si fa immobile, e diventa un Cristo nel buio. Ma anche buffe, tenere, quando il merlo dondola nella sua gabbia invisibile nel salotto tragicomico in cui tutto accadde, petulante e innocente testimone, struggente complice di Fabrizio, che di lei, della Verità, come della moglie, ancora è innamorato, senza poter più avere né l’una né l’altra.

Perché alla fine Nadia non torna e la verità non trionfa, tutt’altro. L’avvocatessa smemorata consiglia la strada del buon (?) senso: meglio il compromesso, meglio non scoprire gli altarini. A Fabrizio non resta che abbozzare, fare buon viso a cattivo gioco, accettare il concorso di colpa, se non la colpa tutta intera, del fallimento del suo matrimonio.

Sghignazzano amarissimi i quattro componenti delle coppie incrociate, infine, fuori dai ruoli, schierati sul palco. E in una spaventosa, oscura, stroboscopia, musica electronic techno a palla, scena forte come una scarica di pugni al cuore, zittiscono per sempre la Verità, si accaniscono ferocissimi su Aisha, vittima sacrificale del perbenismo, del comme il faut, e della rinuncia di un Fabrizio smarrito e ancora troppo addolorato per trovare la forza di gridare al mondo l’inganno subito.

Perché l’amore è una cosa ambigua in assoluto, e quando finisce lo è ancora di più.
Perché così è, anche se a volte non ci pare.
Tag:  L’ambigua storia di un bicchiere di merlot, Fernando Coratelli, Luca Busnengo, Margherita Remotti, Fabbrica del vapore, merlo parlante, Aisha, coppia, fine di un matrimonio, verità

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