Donna di ricerca

Marisa Roberto, studiosa di neuroscienze, ha ricevuto recentemente dalle mani del presidente Obama il premio come promessa della ricerca ed è stata nominata Cavaliere per Merito della Repubblica Italiana. Un’italiana d’eccellenza emigrata negli Stati Uniti, paese che ama la sapienza e la creatività tutta nostrana e che le ha dato l’opportunità di fare ricerca.

di Valentina Paternoster

Pubblicato sabato, 1 maggio 2010

Rating: 4.2 Voti: 6
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci
Courtesy of Marisa Roberto

Donna, giovane, intelligente, capace: una vera donna RosaShokking. Perché emigrare?
Le opportunità vanno prese al volo ed anni fa quando ho avuto l’offerta di trascorrere un po’ di tempo negli Stati Uniti ho accettato con entusiasmo. A volte emigrare può essere una “scelta” obbligatoria se si vuole perseguire i propri obiettivi soprattutto quando si parla di ricerca!
In un articolo di inizio anno, l’Economist annunciava il sorpasso delle donne sugli uomini in quanto a forza lavoro. Questa forma di emancipazione quantitativa, secondo lei, ha un corrispettivo qualitativo nella realtà americana? Cioè, c’è parità di salario (anche grazie alla prima legge firmata dal presidente Obama proprio sulla discriminazione economica), oppure si percepisce ancora che le lavoratrici sono di serie B e i lavoratori di serie A?
Non c’è dubbio che il numero di donne che lavorano sia aumentato così come il numero di donne che occupano posizioni importanti. Nella mia esperienza vedo che le donne che sono al top dello posizione nel loro settore percepiscono parità di salario, questo è un traguardo molto positivo. Purtroppo in molti settori noi donne siamo ancora in numero inferiore mentre prevaliamo in altri. Per esempio guardiamo al caso specifico del Premio Presidenziale che ho appena ricevuto: tra i 100 premiati solo 23 erano le donne in carriera! Sebbene più numerose degli anni precedenti purtroppo siamo ancora in minoranza!
Il premio Nobel per la medicina 2009 ha visto protagoniste due donne americane, Elisabeth H.Blackburn e la sua allieva, Carol W. Greider. Quest’ultima ha, con un certo candore, dichiarato: quando mi hanno chiamato per annunciarmi l’assegnazione del Nobel stavo stendendo i panni. Secondo lei donna-mamma-scienziata è una triade possibile? La ricerca negli Stati Uniti permette anche la conciliazione dei tempi? In che modo?
Tutto è possibile, anche la triade donna-mamma-scienziata, ma credo che sia molto difficile dovunque. Non sono madre per cui non posso parlare in prima persona. Alcune colleghe che hanno figli si lamentano che non li vedono mai e ci passono solo poco tempo la sera. È normale che l’emancipazione che abbiamo ottenuto sia affiancata da sacrifici come quello di avere meno tempo per la famiglia. La situazione ideale è quella di poter conciliare tutto: la scienza non dovrebbe precludere la famiglia. Ecco perché spesso oggi molte donne in carriera ritardano a creare una famiglia e diventano madri quando non sono giovannissime. Un fatto interessante è che molti uomini americani “scelgono” di stare a casa ed essere un “stay home dad”. Questa è una situazione ampiamente accettata nella società americana moderna.
Secondo dati non ufficiali, formare un ricercatore costa allo stato italiano in media duecentomila euro, dall’asilo fino al post dottorato. Detto così sembra un onore poter studiare in Italia, poi però i retroscena sono precarietà e incertezza. Quale sarebbe secondo lei il passo necessario affinché i ricercatori rimangano in Italia e si spendano per la ricerca italiana?
Questa è una domanda difficile! È un peccato che molti ricercatori italiani non abbiano la possibilità di ripagare/restituire quanto sia stato speso per la loro formazione. Personalmente se avessi avuto l’opportunità di fare ricerca in Italia non sarei partita. Non voglio generalizzare su questo punto molto delicato, ma a volte la meritocrazia e la voglia di fare ottima ricerca non vengono proprio ascoltate nel nostro paese e questo è un peccato.
Tra i cervelli c’è chi va e chi viene. Ignazio Marino è solo l’ultimo cas célèbre: rinunciano a compensi milionari e a team di ricerca invidiabili per rientrare in patria e… lei ci pensa?
Certo che ci penso anzi c’ho sempre pensato. Mi creda, lasciare la mia famiglia, gli amici, la mia adorata Volterra non è stata, e ancora non è, una scelta facile. Quando si lavora all'estero si paga un prezzo emotivo notevole. Sono venuta negli Stati Uniti con l’intenzione di rimanere il minimo indispensabile per imparare nuove tecniche, fare un’esperienza di lavoro costruttiva e poi ritornare. Purtroppo spesso in Italia l'esperienza e l'arricchimento professionale acquisiti all’estero vengono trascurati, non vengono riconosciuti, a parte casi eccezionali come quello di Ignazio Marino. Credo che quando si lavora in un paese straniero per vari anni, invece di essere premiati si venga penalizzati con la perdita del posto nella lista d'attesa che spesso regola il nostro sistema universitario. Questo rende il rientro in Italia più difficile.
Figli e famiglia: meglio in Italia o negli Stati Uniti?
Direi l’Italia... anche se forse una via di mezzo sarebbe meglio e spiego perché. In Italia il concetto di famiglia è molto profondo e solido, ed è tipico che molti figli restano con i genitori. È difficile generalizzare ma qui negli Stati Uniti tutto è improntato sull’indipendenza per cui appena si arriva a 18 anni i figli vanno via di casa e spesso si perdono un po’ di vista! Siamo quasi a due estremi per cui una via di mezzo sarebbe l’ideale.
Com’è l’Italia vista da fuori? Qual è la percezione dall’esterno della nostra situazione politica, economica e sociale?
C’è un grande rispetto per l’Italia, per la nostra cultura, la nostra classe ed ovviamente la nostra cucina. In altre parole, la percezione dell’Italia nel mio ambiente è molto positiva e questo mi fa molto piacere.
Ci racconta in poche frasi di che cosa si occupa e perché ciò che fa è meglio farlo negli Stati Uniti?
L'alcolismo è una piaga sociale mondiale che costa alla sanità miliardi di dollari non solo per gli effetti diretti (per esempi danni epatici, etc) ma anche quelli indiretti (incidenti stradali, infortuni, etc) e nonostante tutto questo è un problema spesso sottovalutato. Il tema principale dei miei studi è capire i danni dell’abuso di alcohol sul cervello. I miei progetti, tutti finanziati dal NIH (National Institute of Health), studiano gli effetti cellulari dell'alcohol sull'amigdala una regione cerebrale che è implicata profondamente dello sviluppo delle dipendenza e regola molti comportamenti ed emozioni. Fui la prima a caratterizzare gli effetti dell'alcohol sui neuroni (le cellule nervose) nell’amigdala e dopo circa 10 anni ancora studio questa regione del cervello perché ogni giorno scopriamo qualcosa di nuovo. Io sono un elettrofisiologa cioè misuro l'attività elettrica dei neuroni. In particolare studio i cambiamenti nelle proprietà dei neuroni e nella comunicazione neuronale indotti dall’uso e abuso continuo di alcohol. Per esempio, capire come l’alcohol agisce sui neuroni è importante per capire e testare molecole e nuove medicine per alleviare i danni indotti dall’alcolismo. Comunque non voglio penalizzare l'effetto benefico del bicchiere di vino rosso con i pasti... qui si parla di parecchi bicchieri e di un consumo eccessivo di alcohol! Nel mio laboratorio abbiamo caratterizzato gli effetti dell’alcohol sul sistema GABAergico e glutammatergico nell’amigdala. Quando una persona beve eccessivamente questa parte del cervello non funziona come prima, cambiano drammaticamente alcuni elementi cellulari e si diventa ansiosi, si cerca l’alcohol sempre di più per alleviare il senso di sconforto. Proprio il mese scorso abbiamo pubblicato un lavoro molto importante che correla stress e alcoholismo a livello cellulare. La notizia è andata su molti quotidiani americani come per esempio USA Today. Oltre agli effetti cellulari dell’alcohol studiamo anche gli effetti di altre sostanze d’abuso come mariujana, oppioidi e nicotina.
Tra le altre cose io non bevo alcohol perché non mi piace il sapore, pur essendo Toscana dove i nostri vini sono tra i migliori!
Un’ultima domanda: lei ha ricevuto il premio come giovane ricercatrice per i propri studi dalle mani del presidente Obama. Com’è l’uomo più potente del mondo visto da vicino?
Ricevere il Presidential Early Career Award for Scientists and Engineers (Pecase) è stata veramente un’emozione forte. Stringere la mano del Presidente degli Stati Uniti è una cosa che non avrei mai immaginato potesse accadere. Mister Obama e’ stato molto cordiale, sorridente e dinamico. Ricevere i suoi complimenti è stato un vero onore.


Tag:  Donna, ricerca, Obama, Stati Uniti, alcol

Commenti

Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni