Il complicato rapporto tra donne e... lavoro

Intervista a Luisa Pogliana, autrice di "Donne senza guscio: Percorsi femminili in azienda"

di Claudia Clerici

Pubblicato lunedi, 10 maggio 2010

Rating: 4.0 Voti: 7
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci
Courtesy of Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA

Luisa Pogliana, donna dal profilo professionale poliedrico, oggi si occupa principalmente di ricerche e attività formative nel campo del management femminile. Ha collaborato con la European Commission per due studi strategici sulla Content Industry ed è membro del Research Committee della Federazione Internazionale degli Editori di Periodici.
"Donne senza guscio. Percorsi femminili in azienda" (Guerini e Associati, collana AIDP, settembre 2009) si basa su una sua ricerca volta ad indagare le specificità delle carriere femminili in azienda.
Grazie ad interviste rivolte a trenta donne manager e all’esperienza personale dell’autrice, nel libro emergono i mille volti che costituiscono il quotidiano aziendale. E traspaiono così rabbia, ostacoli e barriere più o meno occulte, ma ciò che colpisce è soprattutto la voglia di crescere e di individuare soluzioni personali a contesti ingiusti e ostili.
Il lavoro può non essere solo lotta per la carriera, ma offre l’occasione si mettersi in gioco in un percorso!

Un titolo molto accattivante. Ci spiega che cosa intende per donne senza guscio?
Scrivendo di queste cose, mi è tornata in mente la metafora usata dalla lingua degli Yamana, indios della Terra del Fuoco, per indicare la 'depressione': la stessa parola che indica lo stato vulnerabile del granchio quando ha perso il vecchio guscio e aspetta che cresca quello nuovo. Se si riesce a superare la fase 'molle', il nuovo guscio sarà più adatto alla crescita avvenuta e permetterà di vivere meglio. Senza guscio, dunque per vari motivi. Perché le donne entrano in azienda senza la protezione di un'appartenenza consolidata a questo mondo. Perché si espongono come persone senza difendersi dentro corazze di ruolo predefinite. E perché accettano il rischio implicito nell'abbandonare gusci a loro inadatti, per far crescere un guscio nuovo che permetta, anche nel lavoro, una vita a loro misura.

Fin dalle prime pagine del suo libro si evince quanto le donne siano preparate e quanto abbiano studiato e continuino ad imparare. Se le donne sono ad oggi le più istruite e preparate, perché il dibattito è sempre così forte intorno alle quote rosa o alla questione della parità nei posti di comando imposta per legge? Non si tratta, alla fine, di imporre il meglio?
Certo, ma le organizzazioni in realtà non funzionano in modo meritocratico, e non funzionano in modo trasparente. E dato che le donne non ci sono nei luoghi del potere, in questo modo prospera la cultura delle cooptazioni tra uomini, dei favoritismi, dei pregiudizi e dell'arbitrio. Le sorti professionali delle donne si decidono in quei luoghi di potere, formali o informali, dove le donne, in genere, non sono presenti. Quindi, non possono incidere sulle decisioni, far valere le proprie ragioni, sapere come e su che cosa o su chi poter agire per sostenere le proprie ragioni, le proprie richieste. Non possono conoscere e attivarsi verso ciò che in quei luoghi accade. L'appartenenza, con i suoi meccanismi di inclusione ed esclusione, gioca un ruolo fondamentale, che prescinde dalla valutazione professionale.

Anche nella paritaria e democratica Norvegia, per aumentare la presenza di donne nei posti di comando, si è usata l’imposizione per legge. Commenti tutti positivi, anche e soprattutto da parte di uomini (tra i primi proprio il professor Norman, che lei cita), ma di fatto un obbligo. Perché secondo lei il rinnovamento non è spontaneamente femminile? Cosa impedisce all’uomo uscente di scegliere una donna?
Il gruppo che esercita il potere nel mondo del lavoro, è storicamente maschile. I luoghi del potere aziendale restano maschili. Perché mai dovrebbe aprirsi alle donne, estendere la concorrenza ai posti privilegiati? O confrontarsi con visioni e comportamenti diversi?
Così anche i modelli manageriali rispetto ai quali si esprimono i giudizi, si valuta e si ragiona, sono stati definiti da uomini. Se il modello è maschile, le donne saranno ritenute inadeguate per definizione. Anche là dove ci sono più espliciti e definiti sistemi premianti, le valutazioni vengono date da superiori che in grande prevalenza sono uomini, e il loro giudizio comprende, magari anche inconsapevolmente, i pregiudizi sociali verso le donne.

La domanda è un po’ provocatoria: leggendo le sue riflessioni sulla creatività in senso allargato, come veicolo per poter esprimere se stesse e le proprie capacità, “comportandosi secondo il proprio carattere e le proprie idee”, mi chiedo quanto sia realmente possibile un tale modo di vivere in una grande azienda e quanto rimanga solo inchiostro sulla carta.
Leggendo le sue parole sembra facile, avendo ben chiaro l’obiettivo di non tradire se stesse, ma è davvero così facile? Che consiglio darebbe alle donne che hanno chiaro l’obiettivo, ma non riescono a saper guardare oltre le regole proprie dell’azienda?

Non c'è proprio niente di facile, e non ci sono consigli e soluzioni belle pronte. Con la realtà aziendale e le sue regole ci si deve per forza confrontare e scontrare, a volte anche molto dolorosamente. Soprattutto oggi, in questa crisi che ha reso il clima aziendale spesso durissimo. Si deve continuamente mediare e accettare di non riuscire a raggiungere quello che si desidera. Ma questo non vuol dire che non ci si deve muovere in base a quello che si è e che si vuole. Nel mio lavoro con le altre donne, che sta alla base del libro, la cosa importante che ho trovato è stata la loro ricerca di un personale modo di realizzarsi nel lavoro senza appiattirsi su modelli dominanti, che sono modelli maschili, definiti e consolidati quando in azienda c'erano solo uomini. Sono donne che una via se la sono trovata, stando nella situazione data, lavorando sul qui ed ora, senza deleghe e senza alibi. Senza atteggiamenti vittimisti, di recriminazioni. Ognuna ha cominciato a mettere in atto tentativi di rottura delle regole aziendali che ostacolano le loro potenzialità, ad agire il ruolo manageriale in un modo più adatto a sé. E non vuol dire che siano arrivate a “farcela”, come si ama dire, ad arrivare chissà dove. Ma muoversi rispettando se stesse è già un modo di lavorare per sé, per stare meglio nel lavoro. Lo stile femminile nel management forse sta semplicemente in questo: nell'essere se stesse nel ruolo, nel non assumere atteggiamenti finti e forzati.
Io ho fatto questo libro anche per mettere in circolo queste pratiche, queste visioni ed esperienze, cosa che ci permette di sentirci meno sole, di trovare nelle altre ciò che apre a possibilità di risposte non individuali e non isolate. Rafforzandoci nella fiducia di poter trovare percorsi praticabili nonostante i contesti sfavorevoli e ingiusti.


Tag:  Donne senza guscio, Luisa Pogliana, lavoro, Guerini e associati, donne

Commenti

12-05-2010 - 19:48:00 - anonimo
Libro molto interessante. Lo consiglio a tutte le donne che lavorano
Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni