Le donne arbitro: una professione specchio di una società

Un lavoro considerato prettamente maschile ma in cui le donne sono riuscite piano piano ad inserirsi

di Silvia Menini

Pubblicato giovedì, 5 agosto 2010

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Ogni anno gli arbitri donna dirigono circa duecento partite solamente nella provincia di Milano, a testimonianza del fatto che il periodo in cui si faceva ironia sul ruolo della donna nel mondo arbitrale è finito.. o così dovrebbe essere. Da oltre 20 anni numerose ragazze hanno affrontato egregiamente questo percorso e si sono imposte in una professione che le escludeva a priori, ma nonostante dimostrino quotidianamente la loro professionalità, si sentono ancora dire che non hanno abbastanza polso per dirigere gli incontri di calcio maschile. Come se il “polso” fosse stato geneticamente provvisto solamente agli uomini, mentre, in realtà, la presenza di donne ai vertici aziendali e a capo della famiglia, provano come possiedano tutte le caratteristiche richieste per diventare ottimi arbitri.
Grande caparbietà, dedizione, allenamento, passione, capacità di mettersi in discussione, personalità sono alcune delle caratteristiche che accomunano le donne che sono riuscite a "intrufolarsi" in questa professione.

Cristiana Cini, ad esempio, è stata la prima donna-assistente che ha raggiunto la serie A di calcio, e ora lo è anche a livello internazionale. Silvia Tea Spinelli è arbitro internazionale a 11 e vincitrice del “Galletto d’argento” nella stagione 2007. Francesca Muccardo e Maria Luisa Fecola sono anche loro arbitri internazionali a 5.
Renata Bucchi e Chiara Tomaz, entrambe stregate delle dinamiche del gioco, decise ma sensibili, sono riuscite a farsi rispettare, diventando arbitri di football e dimostrando grande bravura e professionalità tanto da aver arbitrato anche importanti match del campionato maschile di serie A, la Ifl, com altre categorie della Fidaf, fino ad arrivare alla convocazione ai mondiali in Svezia. Sono soddisfatte di aver vinto una sfida e sconfitto lo scetticismo altrui, dimostrando grande forza d’animo nel perseguire i propri sogni.

Tutto questo sembra il raggiungimento di un traguardo importante. E lo è. Ma poi capitano fatti come quello di fine 2008 quando un giocatore in seconda categoria nel Lazio è stato espulso per aver toccato il sedere all’arbitro donna. La bella ragazza ventiseienne aveva concesso un calcio di rigore e il capitano della squadra, pensando di congratularsi in maniera alternativa, le ha dato un colpetto con la mano sul sedere. Cartellino rosso, sberla dall’arbitro e due mesi di interdizione dai campi da parte del giudice sportivo regionale, sono state le risposte per l’allegro giocatore. Ma questo fatto fa sorgere ovviamente molti dubbi su quanto il mondo dello sport sia effettivamente aperto all’introduzione delle donne.

Sonia Baggini, assistente arbitrale internazionale, a trent’anni è già assistente arbitrale affiliata alla C.A.N. di serie D, campionato primavera maschili e serie A femminile. È una di quelle che, quando si tratta di competizioni fra squadre di club o nazionali femminili, va in giro per il mondo ad arbitrare le partite più importanti. In Italia sono solo 4 arbitri e 4 assistenti donna a poter vantare questo status.
Ha però raccontato come l’approccio alla professione di guardalinee sia stato molto difficoltoso a causa degli spogliatoi senza chiavi, minacce e avances subite. Non è quindi difficile capire il perchè, per avere un arbitro in serie A, sia ancora troppo presto.
Parliamo di calcio, ma in un'ottica generale altro non è che lo specchio della società: il mondo arbitrale è stato aperto alle donne solamente nel 1990 e da allora si sono raggiunti buoni risultati, anche se lentamente e con molte riserve.


Tag:  donne, calcio, arbitro, Sonia Baggini, serie A

Commenti

28-12-2012 - 15:26:03 - Antonella
Ho bisogno di aiuto per la tesi: Arbitraggio e femminilità nuove sprospettive educative. Avete un idea? Grazie
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