A tu per tu con Alessandra Selmi

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alessandra sul suo giallo da poco uscito per Baldini&Castoldi, "La terza ( e ultima) vita di Aiace Pardon", un noir fuori dal coro, unico nel suo genere che ha per protagoniste persone senzatetto e le strade di Milano

di Marta Elena Casanova

Pubblicato venerdì, 3 aprile 2015

Rating: 5.0 Voti: 3
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci
Courtesy of Baldini&Castoldi
Mi sono sempre piaciuti i gialli. I brividi che provi nel leggerne uno ben scritto e ben studiato, l'idea di arrivare alla soluzione prima della fine, non so cosa sia, ma ne divoro non pochi.

Devo ammettere però che questo mi ha lasciato davvero senza parole, nel senso migliore del termine. Si tratta de La terza ( e ultima) vita di Aiace Pardon di Alessandra Selmi, pubblicato da Baldini&Castoldi. Un senzatetto che sparisce nel nulla, una barbona che sfodera una grande cultura quando, in maniera forse superficiale, nessuno si aspetterebbe qualcosa del genere da chi non ha un tetto sulla testa, un poliziotto che forse vuole apparire più cinico di quanto non sia realmente. E Milano, che non fa da sfondo ma da teatro per un noir fuori dal coro, unico nel suo genere. Alessandra Selmi pensa bene e scrive meglio. E se si può credere che la vita di un clochard passi molto lentamente, le pagine qui scorrono veloci, per portarci verso la soluzione di un omicidio che di banale non ha davvero nulla.

Ho incontrato l'autrice, che mi ha raccontato come è nato il suo romanzo.

Partiamo dai ringraziamenti: citi per prima una senzatetto che ti è passata vicina alla Stazione di Roma Termini, la quale ti ha dato l'ispirazione per creare Bianca, clochard protagonista del tuo libro, donna estremamente colta. Parlaci di lei, e di come la sua figura sia venuta fuori dalla tua penna.
Non so nulla di lei, purtroppo. Fu un incontro casuale, che durò pochi istanti e che non si ripeté più. Non era diversa dai tanti senzatetto che si vedono in giro e non so spiegare come da quel fulmineo pensiero sia nato il romanzo.

Proseguiamo con il tuo romanzo. Partendo da Bianca. Come ha preso forma poi?
La Bianca delle prime stesure era molto più sgradevole di quella che avete conosciuto: era più repellente nell’aspetto e faceva sfoggio della sua immensa cultura più frequentemente e in modo spesso gratuito. Poi un amico e collega mi fece notare che avevo calcato troppo la mano e che questo avrebbe potuto avere un effetto boomerang. Mi disse anche che nella Barbona avevo dipinto la parte peggiore di me, quella affetta da “sindrome della maestrina”. Mi incazzai, ma ci lavorai su: su Bianca e su di me. Mi sforzai di uscire dal personaggio e di analizzarlo con distacco professionale, tagliai senza pietà interi pezzi del romanzo e ne riscrissi altri. Oggi siamo entrambe più simpatiche.

Tra i tuoi protagonisti c'è il giovane sbirro Alex Lotoro, che ha un rapporto fatto di sentimenti contrastati con Bianca, fa il duro ma alla fine è un buono. Come ti sei confrontata con lui e con i pensieri e i comportamenti al maschile?
Il personaggio di Alex mi serviva per due motivi: avevo bisogno di qualcuno che, da un lato, istituzionalizzasse le indagini e, dall’altro, smorzasse gli aspetti più urticanti della Barbona. In questa seconda accezione, Lotoro funge da campanello d’allarme e da estintore: quando Bianca diventa troppo saccente, lui – con la sua superficialità da coatto, le parolacce e l’aria strafottente – la ridimensiona. Alcune lettrici mi hanno detto di averlo trovato antipatico, e un po’ mi dispiace. Alex non è perfetto, tutt’altro: è un maschilista, narcisista, egoista infarcito di stereotipi e con le ragazze si comporta proprio da gran bastardo. Credo che il romanzo dia una visione impietosa e cinica dei meccanismi mentali nascosti dietro a molti comportamenti maschili, almeno secondo il mio punto di vista. Lotoro è l’esatto opposto dei protagonisti dei romanzi rosa (nobili, senza macchia, tutti d’un pezzo... che noia!): talvolta è vile, meschino. E però è umano, autentico, vero. E se lo incontrassi, probabilmente gli cadrei ai piedi e poi passerei notti insonni a domandarmi: «Perché non mi richiama?».

Il tuo è un giallo davvero unico, anche perché parla di persone a cui solitamente in pochi si dedicano. I senzatetto per molti non hanno storie e non ci si preoccupa quando spariscono. Da quando hai pensato di scrivere il libro come è cambiato il tuo modo di rapportarti a loro?
Qualche giorno fa, mentre camminavo su via Vittor Pisani in direzione della Stazione Centrale ho scorto un piede nudo sbucare da sotto una coperta. Tre persone dormivano su materassi buttati a terra, mentre altri piedi attorno a loro marciavano svelti e distratti verso le loro destinazioni, senza degnarli di uno sguardo. Che freddo, ho pensato. Come fanno? Sono rimasta qualche minuto senza riuscire a distogliere lo sguardo da quel calcagno, senza riuscire a muovere un passo. Riprendere la mia vita – fatta di impegni di lavoro, aperitivi con gli amici, Facebook, gioie e seccature varie – mi è costato uno sforzo immane. Non sono colpevole di quello che ho e che mi sono conquistata con sacrificio e fatica, ma come posso continuare a fare la mia vita sapendo che ci sono persone ridotte a dormire in strada? E cosa mi impedisce, un giorno, di fare la stessa fine? Sono sicura, proprio sicura che sia solo una questione di lavoro e sacrificio a fare la differenza? O, forse, si tratta di mera, sfacciata fortuna, distribuita in modo assai poco equo dal destino? Sono sicura di essere tanto diversa da queste persone, che non farò mai la loro fine? Sono sicura che un giorno non mi possa capitare di inciampare in qualche difficoltà e di ritrovarmi anche io, a terra, a dormire su via Vittor Pisani? Quando passiamo accanto a questi “fagotti di stracci” distogliamo rapidi lo sguardo perché la risposta agghiacciante a tutte queste domande è no: nessuno di noi è sicuro, la vita non dà certezze, non siamo diversi né tanto meno migliori di loro. E non solo ora, in tempo di crisi. Tutti noi camminiamo su una corda sospesa sul nulla e guardare giù è pericoloso, destabilizzante. Da quando ho iniziato a lavorare al romanzo, ho imparato a percepire la fragilità della mia fortuna, e anche ad apprezzarla e a godermela di più. Ho aperto gli occhi ed è stato un gran dolore e una grande opportunità di crescita.

Veniamo ad Aiace Pardon. Ti sei affezionata a lui ( e alle sue tre vite)?
Non molto. Sebbene dia il nome al romanzo, Aiace è un personaggio secondario, il cui compito era farsi ammazzare e, di conseguenza, far nascere Bianca. Gli voglio comunque bene, come a tutte le mie creature.

Hai ambientato il romanzo a Milano. Quanto ti hanno aiutato la città, le sue vie, la sua atmosfera nella narrazione?
Tantissimo. Adoro Milano, sebbene io sia brianzola. Mi piace gironzolare per la città guardandomi attorno come una turista, e questo libro mi ha dato l’opportunità di conoscerla meglio. Grazie ad Aiace Pardon ho conosciuto la chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, che è meravigliosa e di cui ignoravo l’esistenza. Il centro è meraviglioso, ma le aree periferiche brulicano di storie e di vita. Mi piace sedermi in un punto e osservare quello che accade: è un lusso che mi concedo ogni tanto e da cui sono nati interi pezzi di romanzo.

Quando ti sei avvicinata all'universo del giallo?
Da ragazzina. Mia madre è sempre stata una grande lettrice: se c’era una mia richiesta a cui non opponeva mai un no erano i libri. Per avvicinarmi alla lettura mi regalò dei romanzi di Agatha Christie, li lessi e, siccome mi erano piaciuti, mi regalò tutta la collezione intera a uscite settimanali. Non facevo in tempo a leggerli tutti, ma lei continuava a comprarmeli. Ho iniziato ad apprezzare il genere giallo con Miss Marple ed Hercule Poirot. All’inizio credevo esistessero solo loro, poi un giorno mia nonna mi regalò Il cane giallo di Georges Simenon, e non sono più riuscita a smettere.

Tu oltre ad essere scrittrice sei editor, sei abituata a leggere, correggere, vedere e rivedere. Questo tuo lavoro, che richiede molta attenzione,  ti ha aiutata nella stesura del tuo romanzo?
Molto. Come scrittrice sono stata avvantaggiata dal mio lavoro di editor perché conoscevo già i meccanismi dell’editoria, cosa che mi ha resa meno impaziente e un po’ più smaliziata. Quanto al lavoro sul testo, credo che il vero vantaggio sia stato aver trovato un team di redazione di eccezionale competenza e professionalità: quando uno scrive cose proprie, non ne scorge i limiti o i difetti, neanche se è un editor molto esperto.

Stai lavorando a qualche nuovo progetto letterario?
Sto lavorando al seguito della Barbona. Mi hanno fatto anche altre proposte, che spero di trovare il tempo e la concentrazione per scrivere. Ho un milione di idee e non so concentrarmi su un solo progetto alla volta.



11 marzo 2015, Baldini & Castoldi
pp. 237
Prezzo di copertina: 16,00 euro
Tag:  Alessandra Selmi, La terza ( e ultima) vita di Aiace Pardon, giallo, noir, la barbona, senzatetto, omicidio

Commenti

Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni