A tu per tu con Cristina Cassar Scalia

Con l'autrice de "Le stanze dello scirocco" abbiamo parlato del suo ultimo bellissimo romanzo ambientato nella Sicilia di fine anni '60, della storia della giovane e fiera Vicki e di alcuni dei tanti personaggi che al suo fianco si rivelano, conquistando la protagonista e il lettore

di Carlotta Pistone

Pubblicato lunedi, 20 luglio 2015

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Cristina Cassar Scalia
Le stanze dello scirocco è un libro intenso e articolato. Racconta la storia di una ricca ragazza di città, emancipata e risoluta nei suoi obbiettivi, Vittoria Saglimbeni, che all’improvviso si ritrova a vivere un periodo di grandi cambiamenti, il ’68, in un contesto sociale mollemente adagiato su tradizioni obsolete che stridono con le idee e gli atteggiamenti moderni a cui lei è abituata. L’altra grande protagonista del romanzo è la Sicilia, la sua – e la tua – terra d’origine, e in particolare la città di Palermo, che a dispetto della mentalità imperante, dal punto di vista storico e architettonico, esercita su di lei un fascino irresistibile. Poi c’è una varietà incredibile di personaggi, molti dei quali assumono in diversi punti della narrazione – a volte anche inaspettatamente – ruoli fondamentali e, soprattutto in relazione e grazie a Vicki, si dimostrano delle vere e proprio rivelazioni per chi legge. Primo fra tutti l’affascinante Diego, un uomo complicato, perseguitato dai fantasmi di un tragedia passata e caratterialmente agli antipodi rispetto alla giovane, per la quale, però, perde la testa. Sentimento tanto ricambiato quando difficile da gestire, per più di un motivo.

Dopo questo preambolo, che riassume solo alcune delle molteplici sfaccettature del romanzo, ecco la mia prima domanda. Quando hai cominciato a pensare concretamente a Le stanze dello Scirocco, avevi già in mente la storia nel suo insieme? Oppure, quali sono state le idee iniziali, le scintille, da cui poi è scaturito tutto il resto?
Avevo in mente un romanzo siciliano, e volevo ambientarlo a Palermo. Ho scritto l’incipit sul traghetto tra Villa San Giovanni e Messina, di getto, a matita (perché l’unica penna che avevo con me non voleva saperne di scrivere) sul mio inseparabile taccuino Moleskine. Il resto è venuto da sé.


Courtesy of Sperling & Kupfer
Un romanzo tanto denso di storia, di ambientazioni, di personaggi equivale anche a un gran lavoro, non solo di scrittura, ma anche di ricerca. In che modo ti sei documentata?
Ho intervistato molte persone che mi sono state di grande aiuto. Architetti palermitani ex sessantottini, un fotografo e uno psichiatra. Ho frugato tra i ricordi, miei e della mia famiglia, ma anche in quelli degli amici più vicini. Le notizie storiche vere e proprie, poi, sono frutto di ricerche condotte sia online che sui libri. Cerco di essere più fedele possibile alla realtà, concedendomi qualche piccola licenza narrativa solo quando proprio non posso farne a meno.

Visto il salto nel passato che hai in questo così come nel precedente romanzo, La seconda estate, cosa ti affascina delle altre epoche rispetto al presente?
Il passato recente mi ha sempre affascinato. Mi piace calare le vicende dei miei personaggi in epoche che hanno lasciato un segno nella storia del nostro paese. Il sessantotto, la seconda guerra mondiale, sono momenti storici importantissimi, e le storie dei miei protagonisti servono anche a raccontarle e a riportarle alla memoria.

Io non conosco molto bene la Sicilia, quindi, mentre leggevo il tuo romanzo, sono andata a cercare Montuoro sul web. Come mai hai scelto di ambientare la storia in primis non direttamente a Palermo, e poi in un paese immaginario?
Ambientare tutto solo a Palermo  non mi avrebbe permesso di ritrarre la società della provincia siciliana alla fine degli anni ’60. Ma soprattutto, avrebbe reso impossibile la costruzione di varie vicende che sono legate proprio a questa distanza tra il paese e la città. Ho scelto un paese immaginario perché quando scrivi di un luogo esistente lo devi descrivere attenendoti alla realtà, come ho cercato di fare per Palermo. Montuoro, invece, è un mixage di immagini che mi hanno colpito, ognuna colta in un diverso paese della Sicilia. Noto, il mio paese, è ampiamente rappresentato.

Credo che sarai molto affezionata a Vicki. Quali sentimenti hai provato mano a mano che la sua storia personale prendeva forma?
Mi sarebbe piaciuto averla come amica!

Vicki, poi, ha un hobby - che vorrebbe diventasse un mestiere - assolutamente congeniale tanto allo sviluppo della trama quanto alla sua personalità. La fotografia è anche una tua passione? Come ti è venuta questa idea?
Non sono mai stata una brava fotografa, ma ho sempre pensato che attraverso l’obiettivo si possano cogliere dettagli altrimenti invisibili. Per Vicki, poi, la macchina fotografica è un simbolo di libertà, in certi momenti assume la funzione dell’arma di difesa.

Nel romanzo dalla storia principale ne emergono delle secondarie e in particolare a una è dedicato addirittura un capitolo a sé stante. Ci vuoi parlare di zia Rosetta e del motivo che ti ha portato a dare tanto rilievo alla sua vicenda?
Rosetta è una vera e propria seconda protagonista. La sua storia mi ha preso talmente tanto che ho voluto svilupparla e darle il risalto che meritava. E’ una donna forte con cui Vicki si raffronta e dalla quale trae insegnamento. Finchè le loro due vicende s’intrecciano inesorabilmente.

In generale quali diverse immagini di figure femminili hai voluto mettere in rilievo, anche contrapponendole, nel libro?
Ho voluto tratteggiare il genere femminile nelle sue tante sfaccettature, in un contesto storico ancora lontano da quello attuale. Ho descritto donne forti, combattive, capaci di salvare la propria famiglia dal declino e di tenerne le redini; donne capaci di amare e di lottare contro ogni ostacolo. Ma ci sono anche personaggi femminili negativi, chiusi, bigotti, persino malevoli.

E ora passiamo a Diego, un personaggio che, dovendo stare al fianco di Vicki, non poteva che essere altrettanto affascinante, passionale, fiero e testardo! Lo definirei l’uomo sbagliato e allo stesso tempo perfetto per lei. Sei d’accordo?
Assolutamente si.

L’ultima domanda in merito al romanzo riguarda proprio il suo titolo. Che cosa sono “le stanze dello scirocco” e qual è il loro significato nel libro?
Le stanze dello scirocco sono degli ambienti che si trovano nei seminterrati delle dimore nobiliari siciliane, specie in quelle del palermitano. Ipogei circondati da corridoi che creavano dei sistemi di ventilazione e sorgenti d’acqua che scorreva attraverso fontane. Un luogo naturalmente climatizzato, insomma, nel quale tutta la famiglia si rifugiava nelle giornate più calde, quando soffia lo scirocco.

C’è qualche presentazione estiva che vorresti segnalare ai nostri lettori?
Il 23 luglio alle 18,30 sarò al MIDA a Mondello, la spiaggia di Palermo. Per un aperitivo con l’autore organizzato da Spazio Cultura. Poi il 7 agosto a Marina di Ragusa, e il 12 agosto a Scicli, per un evento serale dell’associazione culturale Vitaliano Brancati.

Prossimi progetti letterati in cantiere?
Ci sono nuove idee, ma che non hanno ancora preso una forma definita. Quello che posso dirti, però, è che vorrei  continuare a parlare di Sicilia.


di Cristina Cassar Scalia
1 giugno '15, Sperling & Kupfer
pp. 457
prezzo di copertina €19,90 / formato Kindle €9,99
Tag:  Cristina Cassar Scalia, Le stanze dello scirocco, Sperling & Kupfer, intervista, Sicilia, '68, contestazione giovanile, Palermo, amore, fotografia

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