A tu per tu con Marco Cassardo

Abbiamo intervistato l'autore di Un uomo allegro

di Sabrina Minetti

Pubblicato mercoledì, 25 giugno 2014

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Courtesy of Miraviglia
Come e quando è nato il desiderio di scrivere narrativa?
Partendo dalla passione per la lettura, che mi ha fatto venire voglia di scrivere. Da quando ho iniziato a leggere, ho cominciato a pensare che leggere e scrivere siano fra le poche cose per cui valga la pena di vivere. Il mio innamoramento per la letteratura nasce dal mio innamoramento per la lettura. Non sono stato precoce. Il mio primo romanzo è stato “Belli e dannati”, sulla mia passione per il Torino, sul calcio, che ha avuto un grandissimo successo di critica e di pubblico. Scriverlo è stata un vera e propria necessità. L’ho scritto a trentatré anni, sostenuto dalla spinta del bisogno che avevo di raccontare questa passione e tante cose legate alla mia famiglia, ai miei genitori, al quartiere dove sono cresciuto. Questo ha dato il là alla scrittura e da allora ho cominciato a creare delle storie.

C’è un libro che è stato determinante nel farti decidere di iniziare a scrivere? Che ti ha fatto pensare: voglio scrivere qualcosa per produrre nel lettore lo stesso effetto che questo libro ha fatto a me?
Il libro epocale è stato “La recherche” di Proust, a cui ho dedicato un intero anno della mia vita. È stato un innamoramento devastante, mi ha completamente cannibalizzato il cervello: tutto il discorso legato alla nostalgia, al ricordo, alla memoria, al passato, al ritrovare tracce di passato nei profumi, nei suoni. Questo è stato senza dubbio il libro che mi ha fatto pensare che io non potevo non scrivere. Nel mio piccolo devo scrivere, perché è veramente l’unica cosa che mi interessa. Poi ci sono “Lo straniero” di Camus e “La nausea” di Sartre. E aggiungerei un romanzo che ho letto con una passione infinita: “Delitto e castigo”.

Ti attendeva una carriera in campo giuridico e invece...
Ho fatto un sacco di sciocchezze da giovane. Avevo un papà fantastico. La figura più importante della mia vita. Però aveva un’azienda, e negli anni ’70, ‘80 le cose erano molto diverse da adesso, e c’era l’idea che qualsiasi professione umanistica non fosse molto affidabile, questo in particolare era vero agli occhi di un imprenditore.  Era inteso che io dovessi fare qualcosa di utile. E quindi ho iniziato a fare lo scientifico invece del classico, giurisprudenza anziché lettere e filosofia. Non che non sia contento, però ho subito capito che non mi interessava quello che studiavo. Poi ho continuato con i miei errori: ho fatto confusione fra letteratura e giornalismo. Pensavo che per scrivere fosse necessario fare prima il giornalista, non capendo che, invece, non sono affatto professioni amiche. Nel giornalismo contano gli scoop, devi essere invadente, tempestivo. Devi avere delle qualità che io non possiedo.

L’importanza della figura paterna ha qualcosa a che vedere con la tua professione di mental coach?
Credo di sì. Credo che l’importanza della figura di mio padre, molto positiva, molto determinata, abbia qualcosa a che vedere con il fatto che io per lavoro cerco di guidare altri, in particolare sportivi, nel loro percorso di sviluppo.

Il protagonista del tuo ultimo romanzo “Un uomo allegro”, Giorgio Boe, ha un ruolo di padre putativo per suo nipote Dustin…
È vero, e lo dimostra ad esempio durante la loro vacanza al mare, quando lui gli sta vicino in un momento molto particolare per la sua crescita.

Questa sua capacità è quella che è già sviluppata, già risolta prima del suo grande cambiamento, che avverrà nel corso del romanzo. Anche in questo: c’è qualcosa del tuo rapporto con tuo padre?

In realtà a questo non avevo pensato. Spesso è chi legge che trova in un romanzo dei risvolti anche inaspettati per l’autore. Quello su cui invece avevo ragionato è il fatto che, in effetti, Giorgio Boe è uno che ce la fa. Non molla, sembra dimesso, ma è molto determinato, si impegna a fondo, conta sulle proprie possibilità, e una delle grandi regole del coaching è che tutto dipende da te, non devi attribuire le responsabilità all’esterno. E infatti Giorgio otterrà il successo e cambierà la sua vita perché è bravo e perché si impegna. Il colpo di fortuna arriva, come succede a lui. Ma bisogna anche saper essere nel posto giusto al momento giusto.
Una cosa importante del riscatto di Giorgio è la capacità di cambiare tutto a quarant’otto anni. In Italia abbiamo invece la tendenza a pensare che sia meglio lasciare le cose come stanno, non rischiare, tenere ciò che già si ha.

Perché un antieroe come Giorgio Boe?
Perché non saprei scrivere di eroi, non mi interessano. Tutti i miei personaggi, anche negli altri romanzi, sono antieroi.

Però in realtà il comportamento di Giorgio Boe è epico!
Sì, perché a me interessa l’eroismo del quotidiano.

Boe è un uomo qualunque, però è speciale. Siamo tutti così?
Sì, la vita deve essere la ricerca della nostra verità, ma anche di un nostro talento, che sicuramente c’è. Boe ha la fortuna di saper cantare molto bene.

Boe cerca di fare dei provini e ha un repertorio melodico italiano. Piace anche a te questo tipo di musica?
Quando ero ragazzo scrivevo testi musicali, ero paroliere SIAE, lavoravo con un amico musicista melodico, e per un po’ di anni ho girato balere, locali, facendo piano bar. Sono pezzi che mi stanno simpatici, anche se, diversamente da Giorgio Boe, Massimo Ranieri non è il mio idolo.

Giorgio Boe non riesce a esprimere il suo talento di cantante come vorrebbe. Pur essendo bravo, è ormai troppo grande e non ha l’aspetto giusto. Lui incassa, e continua a lavorare come ricercatore di mercato. Ma a un certo punto c’è una situazione spartiacque: l’incontro in chat con una fantomatica e seducente Alice, che gli fa perdere la testa. Di lei poi si scopriranno cose inimmaginabili ed è partendo da lei che per Giorgio tutto cambia. Quando le persone cambiano? Cosa fa scattare il cambiamento?
Il bisogno. Le persone cambiano quando si trovano davanti a un bivio: o cambi o muori.

Non conta ciò che ti succede? Non credi nel destino?
Cambi quando hai gli occhi per poter cambiare. Molte volte uno dice: non riesco a trovare una donna, un uomo, che faccia al caso mio. Però quando c’è una disponibilità interiore sei più attento alle cose. Il bisogno aguzza la vista.
Se il destino esista o meno è una domanda difficile. Qualsiasi altro coach potrebbe considerarla blasfema. Io penso che le cose ce le costruiamo da soli, però molte volte la scintilla è il “colpo di culo”. Siamo assolutamente padroni del nostro destino, non credo alla sfortuna in amore, ad esempio, perché ognuno sceglie di stare con una certa persona, però, soprattutto a livello professionale la fortuna è una cosa che gira, sotto varie forme. Negarlo sarebbe ipocrita. Certo: non bisogna star lì ad aspettare che il colpo di fortuna arrivi. Bisogna mettercela tutta. E compiere degli atti di fiducia, come Boe, che dopo l’incontro con Alice, e dopo tutto quello che ne deriva, decide di cogliere l’opportunità che gli si offre.

Cos’è l’amicizia?
Credo sia un sentimento di gioventù, un mito adolescenziale, che cambia nella vita adulta.

Quindi non esiste?
Esiste, in modalità mitica nell’adolescenza, dopo si trasforma e diventa una faccenda opportunistica, non in senso negativo, ma nel senso che si diventa amici delle persone che sono simili a noi, che ci servono per la nostra evoluzione. Per parlare, perché si diventa compagni di vita. Si diventa un po’ meno gratuiti.

È quello che succede a Boe dopo l’incontro con la misteriosa Alice?
Sì, perché entrambe le figure coinvolte in quel rapporto di amicizia esprimono, l’uno verso l’altro, un bisogno di affettività.

Senza nulla togliere alla purezza del loro rapporto…
Sì, anche se l’amicizia non è gratuita. Si diventa amici perché conviene.

Non è opportunismo, ma opportunità?
In realtà non è amicizia quella che nasce nel romanzo. È il rendersi conto di avere bisogno l’uno dell’altro.

Forse possiamo dire che “servirsi” non è una cosa negativa…
È questo il vero tema: “servirsi” non è una brutta cosa.

Alla storia di Boe fa da sfondo un’epidemia mondiale di influenza … ovina. È una metafora?
Sì: della paura, dell’essere tutti uguali, come le pecore, dell’essere dei senza-palle. È anche una presa in giro dell’ebbrezza tragicomica che si impadronisce nelle masse quando si diffondono notizie allarmistiche su una malattia. L’ovina porta attacchi di panico, dolori ai testicoli, quindi attenta simbolicamente al coraggio delle persone. Ma mi interessava anche innestare il personaggio di Boe, che è un ipocondriaco, su questa situazione, e raccontare di come lui, in realtà, non sia interessato a scoprire se davvero sia affetto o meno dall’ovina, anzi. Il fatto di temere di essere ammalato è proprio lo sprone che lo spinge a tentare il tutto e per tutto.  Dovremmo sempre pensare che il tempo che viviamo sia l’ultimo che ci resta, per non sprecarlo. Bisognerebbe sempre pensare che stiamo giocando la partita più importante. Shakespeare diceva: la vita è questa, non sono prove di scena.

E tu riesci a essere così?
Non sempre, ma mi sembra già importante averlo in mente. È un approccio legato al carpe diem. Non bisogna essere stitici nella vita. Bisogna avere generosità rispetto alla curiosità, e alle emozioni.

Cos’è la malattia per te?
Un vero incubo.

Sei ipocondriaco come Boe?
Diciamo mediamente ipocondriaco. La malattia mi fa molto paura e non sopporto l’idea di una vecchiaia malata, soprattutto per aver visto mio padre in una situazione simile.

Il tuo romanzo, Un uomo allegro (Miriviglia) è molto divertente. Ci sono tante sferzate, al mondo della stampa, e a quello delle ricerche di mercato e del management aziendale. Ti sei tolto qualche sassolino dalle scarpe?
In effetti sono arrabbiato con il mondo del giornalismo. In tanti da ragazzo mi hanno illuso. Volevo fare l’inviato sportivo. Dieci anni di promesse mai mantenute, anche da grandi nomi. E anche tanta ignoranza. Dal 1991, con il primo articolo per la Stampa, fino al 2003. Probabilmente ne scriverò più avanti. Qui ho voluto rappresentare il sensazionalismo con cui i giornalisti si avventano ad esempio sui presunti morti per l’epidemia.
Invece, per quanto riguarda il mondo delle ricerche di mercato, ho soprattutto cercato di cogliere delle cose vere, che succedono davvero e che sono assurde, e quindi comiche. Ore e ore di brainstorming per decidere il nome di un prodotto, che poi magari è orribile, come il Purolat, di cui dovrebbe occuparsi Boe come ricercatore. Il mondo del marketing fa parecchio ridere.

Scrivi in modo molto originale, a mio avviso condensato. È una ricerca di intensità, oppure ti viene così?
È un lavoro di ricerca. È la cosa su cui ho lavorato di più, insieme ai dialoghi. Credo che sia il modo di scrivere più difficile, quello che cerca la semplicità, perché richiede molto lavoro, decine di revisioni. Uso spesso la metafora di Carver, che diceva che teoricamente il romanzo perfetto è quello che non esiste, a furia di tagliare. Non è talento, o intuito, è lavoro. Finché una pagina riesce a dare un’emozione. Tu dici: scrittura condensata. Altri l’hanno definita fotografica. Devi fare un sacco di rinunce. Quasi sempre poi ti rendi conto che meno scrivi più dici.

Tu insegni anche scrittura e fai l’editor. Hai qualche consiglio da dare a chi scrive o vorrebbe scrivere?
In questo sono severissimo. Prima di intasare la posta delle case editrici con delle porcherie bisognerebbe aver letto almeno cinquecento romanzi. Lo diceva Tondelli. Si impara soltanto leggendo, e leggendo cose importanti. Non bisogna avere in mente di risultare brillantissimi e intelligenti, sennò si risulta saccenti e noiosissimi. Poi bisogna essere comprensibili sempre, avere in mente che si scrive non per esibirsi, ma per emozionare. Quando leggo i giovani trovo dei difetti ricorrenti: parlano troppo, sono troppo preoccupati di apparire con dei paroloni, usano una caterva di aggettivi, avverbi, periodi troppo lunghi. O si è Celine, o Proust, o non si è capaci di fare dei lunghi periodi senza risultare pesanti. Ci vuole umiltà.
Un libro che io consiglio, anzi impongo, a chi vuole scrivere è “La strada” di McCarthy, che dovrebbe essere studiato in tutte le università e le scuole di scrittura; è un manifesto del dialogo, anche più dei libri di Hemingway, che pure è un maestro. Un altro consiglio che do a chi scrive: non si legge soltanto per evasione. Bisogna soffermarsi anche due ore su una pagina, se ci emoziona, per capire il perché della sua forza.

Nel tuo romanzo ci sono almeno tre colpi di scena importanti. Ti piacciono i colpi di scena?
Mi piace spiazzare. Bisogna rispettare il lettore. Sono ossessionato dal desiderio di non essere noioso.

Se fossi un libro che libro saresti?
Sarei la Recherche, ma mi sembra eccessivo. Sarei un libro sulla memoria. Sulla memoria intima.

Cosa ci sarebbe in copertina?
La stanzuccia di Raskolnikov.

Chi vorresti accanto sullo scaffale della libreria, se fossi un libro?
“L’avversario” di Carrère e “Il mestiere di vivere” di Pavese.

Cosa ci sarebbe scritto in quarta di copertina?
C’è una frase di Proust che ho amato follemente: le nostre espressioni sono gesti diventati definitivi.

Tu giochi nella nazionale scrittori? Con che ruolo?
Da ragazzino giocavo nel Torino. Ero un centrocampista. Con gli anni sono passato in difesa. Esterno destro.

Visto che l’Italia è fuori dal Mondiali, altre squadre per cui hai simpatia?
Ho sempre avuto simpatia per l’Inghilterra.

Pronostici?
Credo che il favorito sia il Brasile.

Un’azione epocale del calcio, che consideri memorabile?
Il giorno dello scudetto del mio Torino, nel 1976, avevo undici anni ed è stato uno dei più bei momenti della mia vita.

Il tuo maggior successo di vendite è stato “Belli e dannati”. E il tuo maggior successo calcistico?
Un goal decisivo a diciassette anni, in una squadra Giovanissimi Eccellenza. Nella semifinale di un torneo molto importante, ho fatto il goal decisivo a due minuti dalla fine. Era il 1981. Indimenticabile.



15 maggio '14, Miraviglia
pp. 326
prezzo di copertina € 16,90
Tag:  Marco Cassardo, Un uomo allegro, Miriviglia, Belli e dannati, Massimo Ranieri, canto, epidemia, coraggio, cambiamento, nazionale scrittori, Torino

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