A tu per tu con Marta Morotti

La giovane autrice de "Le due metà del mondo" ci racconta il suo toccante e profondo romanzo, la storia della difficile crescita di una ragazza che si ritrova a dover affrontare un mondo nuovo, quello reale

di Carlotta Pistone

Pubblicato martedi, 28 luglio 2015

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Courtesy of Harlequin Mondadori
“Le due metà del mondo” racconta la storia di Maria, una ragazza che ha vissuto un terribile trauma nel passato, da cui non è più riuscita a liberarsi. E’ letteralmente prigioniera di un mondo che si è creata per non dover affrontare il dolore della perdita. Questo meccanismo di autodifesa inconscio, che l’ha portata a isolarsi da tutti e tutto, all’improvviso, però, si crepa e finalmente i suoi occhi, così come quelli del lettore, cominciano piano piano a distinguere la realtà dall’immaginazione.

Maria è un personaggio meravigliosamente e “tristemente” complesso. Com’è nata? Cosa ti ha portata a voler scrivere di lei? 
E’ nata da una ricerca che avevo cominciato da qualche tempo. Il tema della non accettazione del trauma, del rapporto complesso con quella che viene definita “diversità”, mi affascina e ho voluto creare la figura di Maria per poterlo sviluppare in un romanzo. Su questo argomento avevo già scritto dei racconti e la sceneggiatura di un cortometraggio.

Quando ho iniziato a “capire” e a rimettere insieme i pezzi del puzzle, ammetto di essere andata a rileggere alcune parti della prima metà del libro, quelle in cui poteva già intuirsi qualcosa della realtà vissuta da Maria, ma che tu hai mascherato benissimo. E’ stato difficile costruire questa sorta di piano parallelo? 
In realtà no. Avevo deciso di strutturare il romanzo in questo modo e quando è stato il momento di cominciare ho cercato di aiutarmi con alcuni schemi che tenevo a portata di mano. Appunti che mi fornissero i punti cardinali per non perdere il filo della narrazione e sviluppare la storia senza rischiare di svelare troppo, troppo in fretta.

La narrazione è sempre in prima persona, ma le persone che narrano sono due. Una – per la maggior parte del romanzo - è Maria. L’altra è la madre, Lucia, una figura quasi disturbante, finché la osserviamo dal punto di vista della figlia. Poi il punto di vista cambia. In questo modo hai voluto anche riscattarne il ruolo di moglie, mamma e donna?
Sicuramente sì. Lucia è la figura del libro che amo di più. E’ una donna forte, che si sacrifica per amore della figlia e della famiglia, senza però perdere completamente la sua identità. Spesso i figli non capiscono i sacrifici dei genitori finché non sono loro stessi a doverli compiere. Lucia, nella sua semplicità, è un personaggio pieno di risorse, che non si abbandona mai al corso degli eventi, ma che cerca di affrontare la vita a muso duro, con grande coraggio.

Senza svelare troppo… Omar, Salvatore e Antonio che cosa rappresentano per Maria nel momento in cui si innesca in lei il bisogno di crescere, di aprirsi al mondo?
Omar è l’ostacolo, quello che Maria deve saltare per riuscire a guardare oltre. Salvatore è l’appiglio che le permette di non perdere del tutto l’equilibrio, è l’amico-psicologo che le porge la mano per rialzarsi ogni volta che si trova a terra. Antonio è lo stimolo per cominciare a osservare se stessa da una prospettiva nuova, più vera. E’ l’input necessario al cambiamento.

In genere, chi scrive, si affeziona ai propri personaggi. Tu quali sentimenti hai provato verso Maria mentre davi voce ai suoi pensieri? Sono gli stessi che senti ora?
Io ho voluto bene a Maria e allo stesso tempo, in alcuni momenti, avrei voluto scuoterla per svegliarla dalla sua apparente arrendevolezza. Apparente, però. Le sono affezionata, è stato anche difficile, in un certo senso, separarmi da lei nel momento in cui ho messo l’ultimo punto.

Perché hai scelto Torino come sfondo per il tuo libro?
Perché quando l’ho scritto vivevo lì. E perché è una città particolare, contraddittoria, una città che ha due facce, una oscura e l’altra benevola e accogliente. Racchiude in sé molte realtà differenti che si mescolano tra loro, anche geograficamente parlando. E’ una città che sussurra continuamente e vuole essere ascoltata. E’ affascinante ma allo stesso tempo inquietante. L’ho amata e odiata e ora che non ci vivo più, ci torno sempre volentieri, come si torna da un amico con cui si ha avuto una lite furibonda che il tempo e a lontananza hanno fatto dimenticare.

Hai qualche nuovo progetto letterario in cantiere?
Sì, ho in progetto un altro romanzo e credo che a breve mi metterò a lavorare.

Hai in programma delle presentazioni che vuoi segnalare ai nostri lettori?
Il 18 settembre alla Libreria Carù di Gallarate. Il 24 settembre alla libreria Il mio libro di Milano. Il 29 settembre al Circolo dei Lettori di Torino. Il 10 ottobre alla libreria Giovannacci di Biella. Il 24 ottobre alla Libreria del Corso di Varese. Per ora sono queste.

Ci consigli 3 libri da leggere quest’estate?
Dipende da cosa si ha voglia di leggere. Per chi ama i gialli, direi i romanzi di Maurizio De Giovanni. Io ho amato, in particolare, Il metodo del coccodrillo e la saga del Commissario Ricciardi. Per chi avesse voglia, invece, di un bel romanzo d’amore, rimarrei sui classici della Austen o sui contemporanei di Jojo Moyes. Per chi volesse qualcosa di completamente diverso da tutto, Kafka sulla spiaggia di Murakami. E in ultimo, se si avesse il desiderio di sentirsi un po’ intellettuali, Finzioni di Borges. Sono più di tre, lo so.

E ora l’ultima domanda… Secondo te abbiamo tutti un’altra metà del nostro mondo da scoprire?
Io penso che ognuno abbia qualcosa di sé che ancora non conosce. Degli aspetti della propria personalità che sono nascosti o semplicemente che non hanno ancora avuto modo di manifestarsi e quelli, forse, rappresentano la “metà del mondo” ancora da scoprire.
 
di Marta Morotti
14 luglio '15, Harlequin Mondadori
pp. 236
prezzo di copertina €12,90
formato kindle €6,99
Tag:  Marta Morotti, Le due metà del mondo, Harlequin Mondadori, realtà e immaginazione, perdita, elaborazione, crescita

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