A tu per tu con Sabina Spada

La casa trasparente, edito Cairo, è il romanzo d'esordio della giornalista, che racconta di una perdita enorme, che pare insormontabile. E di come si può tornare a sorridere, senza nascondere il proprio dolore

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L'esordio letterario di Sabina Spada, con La casa trasparente, edito Cairo, è molto coraggioso: il romanzo parla di Ilaria, che un mercoledì di giugno, un giorno come tutti gli altri, si trova privata del suo amore (e padre di sua figlia Chiara, di appena due anni ) Paolo.

Pochi minuti che annientano i sogni e i progetti di una vita. Ilaria, inizia così un percorso, dove affronta il dolore senza nascondersi, un lungo e necessario viaggio per tornare alla vita.

Una storia dura, ma colma di speranza. Una prosa forte, asciutta, che rende al meglio quello che l'autrice racconta: una perdita improvvisa che sembra lasciare un vuoto incolmabile.

E forse quel vuoto rimane davvero incolmabile, ma si può ricominciare, tramite una casa trasparente, dove mancanza e dolore trovano un nuovo e diverso riflesso.

Noi abbiamo incontrato Sabina Spada, che ci ha parlato così del suo primo libro.

Sabina, partiamo dal titolo: La casa trasparente. Ci vuoi parlare di questa scelta e del suo significato?
La casa trasparente è l’assenza, nelle parole di Pablo Neruda. In uno dei suoi Cento sonetti d’amore, il poeta immagina che chi è morto si rivolga all’amata, invitandola a continuare a vivere senza soffrire: “Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi, non voglio che muoia la mia eredità di gioia”. E ancora: “È una casa così trasparente l’assenza che senza vita io ti vedrò vivere 
e se soffri, amore mio, morirò nuovamente”. È un toccante invito ad accogliere l’assenza e a continuare a vivere, pur con la consapevolezza che chi non c’è più continuerà a vedere l’amata attraverso pareti trasparenti.

Il tuo romanzo d'esordio tratta un tema molto delicato, quello della perdita improvvisa di una persona cara, e Ilaria, la protagonista, affronta il dolore senza nascondersi. Dove si può trovare la forza di farlo senza sprofondare emotivamente?
Ilaria si ritrova da un momento all’altro in una situazione a cui, ovviamente, non è preparata. Nel giro di qualche minuto, tutta la sua vita non esiste più. All’inizio non può fare altro che navigare a vista, concentrandosi sulle incombenze quotidiane, sull’accudimento della sua bambina, sul lavoro, sulla cura del suo aspetto. È una banale strategia per arrivare a sera, che naturalmente nessuno le ha insegnato, ma in questo modo, poco alla volta, la vita riprende forma.

Ci puoi spiegare il concetto di dolore necessario?
Dalla sofferenza provocata da una morte improvvisa non si scappa. Per questo il dolore di Ilaria è necessario, inevitabile. Ma lo è anche perché, trovando la forza di viverlo totalmente e senza negarlo, Ilaria scopre nel dolore una guida per i suoi passi futuri, una sorta di metronomo che le indica quando è il momento di tornare a vivere certe cose. Per questo non solo non nega il dolore, ma desidera soggiornarvi, anche perché sente che proprio il dolore è il suo ultimo legame con il marito: quando non soffrirà più, allora lui se ne sarà andato davvero.

Secondo te è difficile comprendere il dolore altrui?
Ilaria fa esperienza della difficoltà altrui di comprendere che la morte di un compagno di vita è diversa dalla morte di un genitore o di un amico. Se a morire è un marito, per di più giovane, ad andarsene sono i progetti esistenziali e la vita che uno si è scelto. Per consolarla, qualcuno le dice di avere molto sofferto per la morte di un anziano nonno, e lei ovviamente non si sente affatto compresa.

Il compagno di Ilaria, Paolo, è anche il padre di sua figlia. Quanto sono importanti i bambini per trovare una forza che magari si pensa di non avere per affrontare un grave lutto?
I bambini hanno uno sguardo sulle cose che non è ancora inquinato da ideologie, visioni religiose, paure o tabù culturali. Imparano la morte come imparano ogni altra esperienza. Per questo hanno la capacità di comprenderla e accettarla più facilmente. Chiara, la figlia di Ilaria, spiazza la madre con domande buffe: chiede per esempio se il padre stia seduto o in piedi sulla stella dove si trova, oppure se tutti i papà se ne vadano poco dopo avere avuto un figlio. Nel rispondere a queste domande, Ilaria è costretta a spiegare la morte in modo semplice, e così impara qualcosa anche lei. Di sicuro, sorride. 

Parlaci della scelta dell'ambientazione del libro, Milano. È una scelta specifica?
Se non fosse stata ambientata in una grande città, la storia avrebbe sicuramente preso altre pieghe. La protagonista infatti approfitta di tutte le opportunità che Milano offre per uscire, vedere gli amici, distrarsi, incontrare nuove persone. La sua solitudine può essere più facilmente tamponata, anche se spesso solo in modo superficiale e temporaneo.

Tu sei giornalista, scrivere articoli è molto diverso da scrivere un libro, specialmente un libro con una trama così profonda. Quanto tempo ha richiesto la sua stesura?
Alcuni anni.

Per te scrivere può essere anche una "terapia", magari per tirare fuori qualcosa che a voce non si sa dire?
Può darsi che alcuni tipi di scrittura possano essere terapeutici, ma non è il caso del mio romanzo. Credo che, per essere efficace, una terapia dovrebbe essere interiore, privata, intima. Male si accorderebbe, insomma, a una dimensione sociale, quale è la pubblicazione di un libro. So che qualcuno trova giovamento nel condividere senza filtri la propria vita emotiva, basta vedere il taglio di molte trasmissioni televisive, ma è una “terapia” che non condivido e una modalità che non mi appartiene.

Sabina, quali sono i tuoi progetti lavorativi? Tornerai a scrivere un nuovo romanzo?
Continuo a lavorare nella redazione del settimanale Intimità e a collaborare con il mensile Arte. E poi, sì, sto lavorando a un nuovo romanzo: una storia al femminile, ma con un taglio assai diverso rispetto alla mia prima prova.
  

2 luglio '13, Cairo
pp. 186
Prezzo di copertina: € 13
Tag:  Sabina Spada, La casa trasparente, Cairo, intervista, lutto, dolore

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