Claudia Durastanti e la sua Chloe

Un'autrice ancora molto giovane anagraficamente, la cui maturità stilistica e narrativa, però, è già quella dei grandi, una maturità che lei riesce a esprimere con parole sulla carta e che noi possiamo leggere, pagina dopo pagina, nella storia del suo nuovo romanzo, A Chloe per le ragioni sbagliate

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Courtesy of Marsilio
Tre anni dopo l'uscita di Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010, Marsilio), Claudia Durastanti è tornata con un nuovo romanzo, che ho atteso tanto, sperando che mi conquistasse così come era successo con il primo. Mossa dalla curiosità di scoprire come e in che direzione poteva essersi evoluto il suo stile, verso quali scelte narrative si fosse spostata questa giovane scrittrice, ho iniziato il libro con grandi aspettative e l'ho letto tutto d'un fiato. Aspettative nate già durante la sua presentazione milanese, quando dai primi indizi colti sulla storia che avrei ritrovato sulle pagine e, soprattutto, sul modo in cui Claudia aveva deciso di raccoltarla la storia di Chloe, ho capito che anche questo libro avrebbe lasciato un segno nella mia memoria letteraria.

Claudia Durastanti scrive bene, è un dato di fatto. E la sua scrittura non ha bisogno di effetti speciali, termini arzigogolati o periodi complessi, così come la trama di continui colpi di scena o di una struttura soffocante oppure psicadelica. Forse, davvero, di Claudia basta la scrittura a reggere le fila dell'intero romanzo. Ma per fortuna c'è molto altro in A Chloe. Ritorna la visione disincantata che l'autrice ha dell'America, dove è cresciuta. La famiglia così come la percepiamo non rappresenta più un modello per nessuno, il rapporto genitori-figli risulta totalmente scombinato. I giovani si aggrappano l'un l'altro, e si nutrono di sentimenti ormai scaduti, convinti che quello sia l'unico modo per sopravvivere a loro stessi. E poi c'è un tema difficile da trattare, l'autolesionismo con le sue diverse declinazioni, che in questo romanzo assume un significato sincero, vero, un desiderio deviato di affermarzione nei confronti del mondo e del proprio sé.

Da uno scambio di email - io a Milano, Claudia a Londra (dove vive ora) - è nata questa bella intervista, le cui risposte, a mio parere, sono la perfetta sintesi di ciò che vuole essere ed è A Chloe, per le ragioni sbagliate.

Ciao Claudia, bentornata su Mondo Rosa Shokking! Il tuo nuovo romanzo ruota attorno alla giovane protagonista, Chloe, e al suo modo – sbagliato? - di rapportarsi agli altri, a se stessa e alla vita. Ma chi è Chloe Gilbert e qual è il rapporto di Claudia Durastanti con lei?
Chloe è una ragazza sui vent’anni afflitta da una felicità sbilenca,  che cerca di reagire al proprio senso di inadeguatezza attraverso pratiche autolesioniste che la vedranno ricoverata in una clinica per un po’. Ma a differenza di tante ragazze interrotte celebrate dalla letteratura e dalla cinematografia, Chloe si rialza e in questo si esaurisce il suo fascino. Del resto «una guarigione senza miracoli non seduce nessuno». Chloe è il mio doppio letterario, la sua voce non è la mia voce ma ne conosco tutte le sfumature possibili.  

L’autolesionismo fisico e psicologico è fortemente presente nella storia  di Chloe, e non solo nella sua. Come mai hai deciso di affrontare questo tema?
Ero uno po’ stanca della rappresentazione caricaturale dell’autolesionismo. L’atto di tagliarsi viene ridicolizzato (vedi tutti i servizi sugli emo) o portato alle sue estreme conseguenze, come se fosse in stretta contiguità con la voglia di morire. In realtà è una pratica di affermazione e non di negazione, che può avere anche una funzione positiva in un certo lasso di tempo. In generale, il romanzo si sofferma molto sul disagio psico-fisico perché sono sempre stata attratta dalla descrizione delle crepe. Come dice Leonard Cohen, se non ci sono crepe non filtra dentro la luce.

Famiglie americane disastrate, nelle quali a genitori problematici seguono figli con non poche difficoltà di adattamento. Quali sono le dinamiche distorte tra adulti e ragazzi che si mettono in moto, e che tu hai voluto sottolineare nel libro?
Nel libro Mark e Chloe diventano genitori dei loro genitori o, nel migliore dei casi, i loro complici. I rapporti di potere sono sovvertiti e servono a dimostrare che non c’è nessun dono o talento o mistica particolare nell’essere genitori, si tratta solo di una combinazione di circostanze. Cresciamo con l’idea che prendersi cura dell’altro sia una missione, e che se non lo facciamo l’altro si spezzerà o andrà a male. Ma se non fosse così? C’è chi resiste a fronte di pressioni apparentemente insopportabili e chi si spezza in un batuffolo di cotone. Da scrittrice, volevo approfondire la materia residuale, quel qualcosa che non è né biologia né cultura e determina il nostro essere madri o figlie più o meno in grado di sopravvivere. 

Mark Lowe e il suo bisogno di controllo, Chloe Gilbert e i suo tagli. Secondo te come sarebbero diventati l’uno senza l’altra se le loro strade non si fossero mai incrociate?
Nella fase migliore della loro relazione, Simbiosi, Mark e Chloe rappresentano una speranza di bellezza l’uno per l’altra. C’è una scena in cui Mark dice a un amico «Siamo meglio di così» ed è un po’ quello che lui e Chloe si insegnano a vicenda; da persone danneggiate, capiscono che possono coprirsi le spalle e farsi compagnia durante il riassorbimento dei lividi. Sono due personaggi molto consapevoli delle loro risorse e si sarebbero salvati lo stesso, l’amore non basta e non li definisce, ma forse ci avrebbero messo un po’ di più. 

Che cosa è cambiato nella Claudia scrittrice e donna dall’uscita del tuo primo romanzo, Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra, pubblicato ormai tre anni fa?
Probabilmente il cambiamento più incisivo degli ultimi tre anni è stato capire che scrivere romanzi non è più uno sfogo e neanche un gioco. Se prima ero preoccupata di cosa avrebbero pensato i miei, ora sono preoccupata di cosa dirà la critica, e questo crea un artificio che non sempre è sano. Il rapporto con i lettori però è rimasto lo stesso, e questo mi consola.

Da un punto di vista stilistico i cambiamenti sono evidenti. Si tratta di scelte nuove dettate da una maggiore maturità artistica o voglia di sperimentare forme narrative diverse?
Il primo era un romanzo concitato e nervoso, composto in maniera casuale, fotografica. A Chloe invece è molto lineare, la sua struttura è stata definita prima della composizione delle singole parti. Forse è un indice di maturità, ma la mia idea è che tra me e un romanzo perfettamente controllato e pieno nella sua forma ci sono ancora almeno due-tre libri di scarto. Mi diverte perfezionare stile e metodo man mano che cresco.

Scrivendo per lavoro immagino che tu debba tenere sempre presente che dall’altra parte c’è un lettore con delle aspettative e delle esigenze. Nei tuoi romanzi non ho però notato alcuna forzatura a “scopi commerciali”, nessuno spudorato tentativo per aggiudicarti la più vasta fetta di pubblico possibile a tutti i costi. Semplicemente non credo che la tua scrittura ne abbia bisogno. Ma questo è solo un mio parere, e vorrei saperlo da te se mentre la storia di Chloe prendeva corpo nella tua mente pensavi a chi sarebbe potuta piacere.
Ho sempre saputo che avrei scritto per un determinato numero di persone. È vero che non si scrive per sé stessi, ma è altrettanto vero che non si scrive per tutti. Autore e lettore si scelgono, e penso di poter stimare con assoluta certezza che sarò sempre la “scrittrice per una comunità” e non  la “scrittrice per le masse”. Non c’è nessun giudizio di valore, ben vengano i grandi romanzi popolari, ma non sono nelle mie corde. Ci sono autori che hanno uno stile definito, alto, iper-letterario che provano a decostruire la propria lingua per vendere di più, ma in genere sono tentativi suicidi e fallimentari. Se non riesci a conquistare più lettori e attenzione con i tuoi mezzi, tanto vale smettere. Si possono e si devono fare tentativi, uno scrittore può misurarsi con più stili, ma certe operazioni trasformiste mi lasciano perplessa. I lettori del primo romanzo erano in gran parte simili a me, quasi dei complici. Nel caso di Chloe  ho notato uno scarto, sia di genere che di fascia anagrafica, (molti lettori maschi nonostante le tematiche e molti lettori adulti) e questo mi riempie di soddisfazione. Non so se pensavo a loro, so che loro sono arrivati a me.

Di Brooklyn come fonte di ispirazione e ambientazione prediletta ti hanno già chiesto tutti, o quasi. Ora però vivi a Londra, già da un paio di anni se non sbaglio. Uno spaccato di vita londinese potrebbe far parte dei tuoi futuri progetti letterari?
Londra mi spaventa più di Manhattan, la trovo talmente intricata e complessa che l’idea di ridurne anche una sola parte in forma di romanzo mi riempie di vertigini. È una sensazione che non passa nonostante ci viva da due anni. Però ci sono talmente tanti periodi della sua storia che vorrei descrivere che prima o poi accadrà. Tipo il secondo dopoguerra, la stagione Thatcher-punk o il boom delle street gang negli anni Novanta.

E per concludere, la musica, anzi, la colonna sonora di A Chloe, per le ragioni sbagliate
Una serie di canzoni o dischi che ho sentito in fase di stesura e si addicono al testo. The disintegration loops, William Basinski; Something on your mind, Karen Dalton; I Luv the Valley Oh, Xiu Xiu; City Middle, The National; Marked, EMA. 
 

4 settembre '13, Marsilio
pp. 318
prezzo di copertina € 18
Tag:  A Chloe, per le ragioni sbagliate, Claudia Durastanti, Marsilio, autolesionismo, simbiosi, Manhattan, famiglia americana,

Commenti

06-12-2013 - 10:07:50 - sabrina
bella intervista!
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