Intervista a Massimiliano Scuriatti

L’autore di Mico è tornato coi baffi ci racconta il suo romanzo e si racconta, con spessore e generosità

di Sabrina Minetti

Pubblicato giovedì, 19 gennaio 2012

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Nel titolo del tuo romanzo sembra già profilarsi una storia. “Mico è tornato coi baffi”. Qualcuno è partito, qualcuno torna.
Si, però il titolo contiene anche una sorta di tranello. Non è un tranello che ho architettato intenzionalmente, ma una cosa di cui mi sono reso conto quando in molti, leggendolo, hanno intravisto in Mico il protagonista. In realtà il vero protagonista, che è anche l’io narrante, è un altro: un ragazzo, di cui nel racconto non si dice il nome, che vede il suo amico Mico partire per la Grande Guerra, così come tanti altri ragazzi siciliani dell’epoca, diversamente da lui, che non parte soldato perché è, come si sarebbe detto allora in italiano dialettale, uno “sciancato”. C’è un piccolo tranello … pirandelliano nel titolo.

Ma questa sorta di tranello si svela da subito nel romanzo?
Certo. Il romanzo si apre con il protagonista che saluta Mico e che lo esorta a correre, per non perdere il treno, in dialetto siciliano: Curri, Micu, curri!. Non ho abbondato con l’uso del dialetto, e questa è una delle cose che faccio dire in siciliano ai personaggi del romanzo.
La storia racconta dell’amicizia fra i due, interrotta dalla guerra, che proprio in quanto guerra è l’antitesti di ogni rapporto e affetto umano; una guerra che improvvisamente si presenta, portando via tanti giovani d’Italia, per farne soldati.

Come racconti, nel romanzo, di Mico e della sua esperienza al fronte? E della guerra, in generale?
Il mio romanzo racconta di come la guerra interrompe il rapporto di amicizia fra due ragazzi del tempo. E dell’assurdità di ogni guerra. La guerra, il fronte, i suoi orrori, l’atmosfera delle trincee sono narrati attraverso le lettere che i due si scambiano, dopo la partenza di Mico. Mico è analfabeta ed è un suo compagno d’armi ad aiutarlo a intrattenere la corrispondenza con l’amico rimasto al paese. Lo “sciancato”, invece, sa leggere e scrivere, sebbene in un italiano semplice, infarcito di qualche errore, e contaminato da parole dialettali, proprio come sarebbe stato per un ragazzo del sud di cento anni fa. Per facilitare la comprensione di qualche parola in siciliano che ho inserito, in fondo al romanzo c’è un piccolo glossario. Da buon siciliano, fiero della mia sicilianità, volevo condividere la mia lingua con chi non la conosce.
Lo scambio epistolare fra i due ragazzi fa sì che il mio protagonista segua le vicende del conflitto a distanza, dal suo particolare punto di vista. Quando al paese cominciano a tornare le spoglie dei caduti, il mio protagonista si sente colpevole, per essersi sottratto al conflitto, a causa della propria invalidità. Mentre i caduti sono definiti eroi dai comandanti e dai loro cari, percepisce sempre di più la propria limitatezza, lui che non può neppure servire un bicchiere d’acqua alla propria madre. Nessuno gli fa pesare la sua situazione, ma lui desidererebbe poter fare la sua parte e essere anche lui al fronte, con gli altri. Ciononostante, la sua arguzia di ragazzo semplice, ma sensibile, e il suo particolare punto di osservazione lo portano anche oltre il suo pur generoso desiderio di partecipazione: quando sente un ufficiale dire alla madre di un caduto che deve essere fiera del proprio figlio, perché, prima di morire, ha ucciso tanti nemici, il mio protagonista si trova a considerare il fatto che la stessa cosa potrebbe dire un ufficiale dello schieramento opposto alla madre del soldato nemico che ha ucciso quel caduto. E’ a questa intuizione del mio personaggio che ho affidato il compito di denunciare l’assurdità e l’inutilità della guerra, che io non giustifico per nessun motivo. E’ anche di questo che volevo parlare nel romanzo. Personalmente rifiuto qualunque tentativo di legittimare le guerre. Si arriva ad accampare le motivazioni più disparate, persino di tipo “scientifico”, per dare un senso alle guerre, ma sappiamo bene di come all’origine di ogni conflitto ci siano sempre il potere, il denaro, gli interessi economici.

Nel romanzo, ci hai detto, si parla di un’amicizia di gioventù. Anche l’amicizia è un tema sul quale ti volevi soffermare?
In realtà ci sono più livelli nel romanzo. Si parla di amicizia, perché il rapporto fra i due amici, sul quale la guerra ha un effetto decisivo, così come sulle vite delle loro famiglie e dei compaesani, è una delle tante cose del vivere destinate inevitabilmente a subire dei cambiamenti. L’amicizia contiene idealizzazione, prospettiva, aspettative, ma il tempo che passa e le vicende della vita possono trasformarla o superarla. Perché sono le persone a cambiare.
E’ proprio il cambiamento, in realtà, il tema centrale del romanzo. Il cambiamento che la guerra, ma anche la vita in generale, portano con sé.
Ho scelto un ragazzo invalido, come testimone di grandi e piccoli cambiamenti, della Storia  e della vita di gente comune, per il particolare punto di vista che gli conferisce la sua speciale condizione di malato. In effetti, finché stiamo bene, non ci preoccupiamo dell’evenienza di una possibile malattia. Facciamo parte di un sistema e ci stiamo dentro, ne seguiamo il ritmo e possiamo perdere il giusto distacco dalle cose. Quando ci ammaliamo, come succede al mio protagonista, che prima era sano e che è diventato invalido a seguito della poliomielite, il nostro tempo rallenta, fisicamente e psicologicamente. La visione delle cose cambia. Il limite tra salute e malattia è sottile. E appena lo valichiamo vediamo le cose in modo diverso. Certe cose che prima contavano non contano più. Si diventa testimoni più attenti. L’estraneità, o addirittura l’esclusione dai fatti ai quali si assiste, fanno avvertire con maggiore nitidezza il cambiamento e la diversa velocità dell’altrui vivere. E’ proprio quello che succede allo “sciancato”. L’essere escluso da ciò che per altri è normale, acuisce il suo senso di separatezza. Così quando Mico torna coi baffi, segno simbolico del cambiamento che è avvenuto durante la sua assenza, è cocente per lo “sciancato” la consapevolezza della propria estraneità al cambiamento che travolge tutti, tranne lui. Lui, che resta sempre un invalido, che ancora non ha i baffi, mentre Mico ha persino una ragazza, mentre tanti paesani progettano addirittura il grande viaggio verso l’America. Ma il fatto di essere un escluso dà al protagonista anche la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa e di sviluppare considerazioni come quella di cui dicevo prima, sull’assurdità della guerra e della sua retorica.
C’è un passaggio del romanzo che può illustrare quanto conti per il mio protagonista la sua condizione di invalido e di escluso. Lo “sciancato” ha un libro preferito, che è Pinocchio; e a proposito del desiderio di Pinocchio, che è di legno e vorrebbe invece diventare di carne, il mio protagonista si sorprende: lui, che è di carne, desidererebbe il contrario, cioè essere fatto tutto di legno, duro e insensibile, come la sua gamba offesa.


Presentazione Feltrinelli Catania - Foto di Monica Laurentini
Dunque era tua intenzione creare un protagonista con uno speciale punto di vista sulle cose. Come hai costruito il tuo personaggio? Te lo sei inventato?
E’ ovvio che ho deciso a priori chi sarebbe stato il mio protagonista, ma in realtà il suo personaggio è sbocciato nelle sue sfaccettature e nella suo originalità anche mentre scrivevo, tant’è vero che a volte era quasi come se il personaggio si ribellasse a certe azioni che avrei voluto assegnargli, perché non erano da lui, e ho dovuto desistere e modificare il percorso della narrazione; tant’è che ha volte parteggio per lui, per il modo in cui lo faccio agire nel romanzo, ma altre volte mi ci scontro, pur dovendo far sì, nel raccontarlo, che agisca proprio come lui agirebbe.
Anche un vecchio detto potrebbe rappresentare un aggancio. In Sicilia diciamo: “Cu ha pane nun ha denti”. Lo si potrebbe trasformare con riferimento al mio personaggio, che non ha l’uso delle gambe e potrebbe invece andare lontano. Mentre chi le gambe le ha sane magari non le usa. In fondo, in questo, c’è anche la metafora del nostro Sud, della mia Sicilia. Siamo stati abituati a dirci e a sentirci dire che il Sud non si muove perché secoli di una soggezione politico - culturale che ha fatto comodo a tanti hanno fiaccato le nostre terre e la nostra gente. Ma io penso che bisogna smetterla con queste giustificazioni e muoversi, fare qualcosa, cambiare rotta. Confesso però che questi piani di lettura li ho apprezzati in seguito. Mentre scrivevo volevo solo raccontare una storia. E poi mi sono reso conto che le mie invenzioni narrative contenevano anche queste possibilità di interpretazione.
Alcune componenti del protagonista fanno anche parte di me, non tanto a livello autobiografico, ma come siciliano. In lui c’è quel tipico fatalismo, che a volte ci salva, ma che in certe situazioni bisognerebbe mettere da parte. Bisognerebbe arrabbiarsi di più, ribellarsi. Sebbene io mi renda conto che non è facile. Soprattutto quando parliamo di cose come la mafia. Non è facile andare oltre la paura. Questo però non deve giustificare qualsiasi cosa. Ci sono situazioni che andrebbero e potrebbero essere affrontate. Io torno spesso in Sicilia e amo la Sicilia, ma troppo spesso vedo perpetuarsi situazioni che andrebbero superate.

E le donne, in questo romanzo?
La figure femminili, in particolare la madre del mio protagonista, prendono corpo con lo svilupparsi della storia. Le vicende che riguardano questa donna sono, come si direbbe in gergo, un subplot, una sottostoria del romanzo.  Ma su di lei ci sarebbe troppo da svelare e preferisco lasciare ai lettori il gusto della scoperta. E’ una tipica figura di donna siciliana, di quelle dure, forti, anche se questo non vuol dire che non amino profondamente.

La tua esperienza di autore e sceneggiatore per la televisione ti ha portato spesso a scrivere per allietare e far sorridere. Nel romanzo hai usato la cifra dell’umorismo?
Nel romanzo ho usato una cifra stilistica diversa, più adatta alla storia e a quello che volevo dire. E vero che, come diceva Totò, anche un funerale può essere allegro. Ed è vero che, anche quando si scrive per una sit com, sebbene si voglia far sorridere lo spettatore, le storie che si raccontano sono plausibili, quotidiane, realistiche e non mancano momenti di narrazione più toccanti e tutto sommato profondi, anche se affrontati ironicamente. Ma ho sempre desiderato scrivere anche spostandomi dal registro comico. E in questo romanzo lo ho fatto. Anche i testi che sto scrivendo attualmente per il teatro non hanno nulla a che vedere con il genere comico.


Presentazione Mondadori Milano - Foto di David James Lenaz
Che riscontri hai avuto dai tuoi primi lettori?

Il libro sta andando molto bene. Chi lo ha letto lo ha apprezzato molto. Molti mi dicono di  averlo letteralmente divorato, perché la storia li ha appassionati. Molti lettori sono venuti alle presentazioni dopo aver letto il libro, e non si trattava di persone che conoscevo già. E’ una cosa che non accade spesso, soprattutto a chi, come me, è un esordiente in questo campo. E sono in tanti a dirmi che il mio romanzo ha un respiro cinematografico. In realtà io sono anche un autore televisivo e il cinema è un campo che mi interessa molto, ma non ho cercato intenzionalmente di scrivere qualcosa che potesse diventare un soggetto per il piccolo o il grande schermo. Fatto sta che, volendo, il romanzo si presterebbe davvero a una trasposizione: la struttura di Mico è tornato coi baffi è una struttura per quadri distinti, ma collegati; ogni quadro lo potresti leggere in modo auto sussistente, sebbene tutto si innesti su una narrazione lineare, che ha un suo inizio e una sua fine e un suo compimento generale; inoltre ho molto insistito sul parlato, sulla verbalizzazione da parte del protagonista, che ragiona, osservando il mondo intorno a sé. Mi ha anche colpito quello che ha sottolineato, durante una presentazione, Tommaso Labranca (scrittore, conduttore, autore televisivo, ndr): il fatto che il mio giovane protagonista, un povero invalido scarsamente erudito, abbia dei pensieri molto alti, evoluti. E in effetti la cosa non è inverosimile: molti geni sono cresciuti nelle condizioni più miserabili e i loro limitati strumenti culturali di partenza non hanno impedito che il loro pensiero si evolvesse fino alle più alte vette.

Il romanzo avrà un seguito?
Nelle mie intenzioni potrebbe anche essere, ma bisogna vedere come vanno le cose.
Nel frattempo sto scrivendo per il teatro: un monologo e uno spettacolo, da realizzare all’estero,  dove è un po’ più facile che non in Italia trovare persone interessate ad andare alla ricerca di cose nuove. In Italia, purtroppo, la crisi porta molti a rimandare le decisioni a tempi migliori.
Per quanto riguarda la narrativa mi piacerebbe anche intraprendere la stesura di un’opera completamente diversa da Mico è tornato coi baffi.

Ci stai già lavorando? Di cosa si tratta?
Ho tantissime cose che ho abbozzato nel tempo, una vera montagna di spunti e di scritti, ma ce n’è una in particolare che sta prendendo il sopravvento, per l’urgenza che sento di svilupparla. E non solo per il riscontro di pubblico che potrebbe avere, ma proprio perché la necessità di completarla è impellente da un punto di vista creativo. Del resto anche un esordio in narrativa con un romanzo breve come Mico è tornato coi baffi non è stata una scelta consueta. Ma sono contento di aver iniziato con questo libro e sono molto grato alla mia casa editrice, che mi segue con grande attenzione e con uno staff di persone bravissime e appassionate.

Anche Mico è tornato coi baffi era in mezzo a quella montagna di scritti che hai da parte?
In realtà no. E’ successo che ho iniziato a pensare al ragazzino protagonista ed è nata la storia. Lo spunto iniziale è stata proprio l’idea della scena con cui si apre il romanzo. La ho immaginata ed è  stato come vederla. Non so perché. Forse perché io sono un emigrante e il treno, le stazioni, fanno parte del mio vissuto.

Il tuo protagonista ha un libro preferito: Pinocchio. Qual è il tuo?
Uno dei miei autori preferiti è Tolstoj e, fra le sue opere, in particolare Sonata a Kreutzer e La morte di Ivan Il'ič, che considero folgorante. Poi i russi in generale. Tutto Pirandello, in particolare, fra i suoi testi teatrali, L’uomo, la bestia e la virtù. Mi piace che sia una storia semplice dietro la quale c’è la mentalità di un intero popolo, una cultura. In questi giorni sto leggendo e mi piace molto Piccoli suicidi tra amicidi Arto Paasilinna.  Poi il Cesare Pavese de La luna e i falò. Qualcuno ha accostato il mio protagonista al suo Cinto, per certe descrizioni di vita di paese, per un certo uso del diletto. Per il narrare di quello che in Sicilia si chiama cuttigghiu. Il pettegolezzo, quello che affligge ogni contesto paesano. Vero è che le dinamiche paesane sono le stesse ovunque: basta pensare alla descrizione della provincia inglese nelle puntate dell’ispettore Barnaby: non è cuttigghiu quello che serpeggia nei villaggi del Middle England, in fondo?

A proposito di vita di paese: come vivi, da siciliano, a Milano?
Vivo molto bene a Milano. Io, poi, sono spesso in movimento. Milano mi piace. Anche se si corre senza motivo. Anche io ormai ho iniziato a correre come i milanesi. Certo: mi manca il mare. Mi piacerebbe vivere di fronte al mare. Il mare ti manca quando non ce lo hai più. In ogni caso torno volentieri nella mia Sicilia, appena posso.

Prima hai fatto riferimento agli aspetti meno positivi della sicilianità. Quali sono invece gli aspetti che ti stanno più a cuore della sicilianità?
Sicuramente apprezzo nei siciliani il senso di apertura, di accoglienza, di orgoglio, tutto isolano, per le bellezze della nostra terra. I siciliani hanno un senso di civiltà maggiore di quella che si è comunemente portati a credere. Vorrei che trovassero sempre più coraggio e spazi per mostrarlo.

Il tuo romanzo parla di cambiamento. Qual è stato il cambiamento più grande che tu hai dovuto affrontare, il più potente. E il cambiamento che più ti mette in aspettativa.
Un cambiamento fondamentale e senza eguali è stata la nascita di mia figlia. Al di là di questo, che è un evento incommensurabile, io in realtà combatto con il cambiamento. Diciamo che sono un nostalgico cronico.

Un nostalgico cronico, mi sembra di capire, senza l’intenzione di curarsi…
Ma non c’è una cura!

E se avessi la lampada di Aladino?
Vorrei non morire. Ma se rimango solo, non mi interessa…

E un desiderio più … possibile?
Potrebbe riguardare il mio romanzo. Mi piacerebbe vederlo tridimensionale. Sarei curioso di vedere cosa ne esce, se potessi realizzare un film da questo libro.

E ne faresti un film in bianco e nero o a colori?
Bella domanda. In bianco e nero non mi dispiacerebbe. Ci vorrebbe il regista giusto… Ha un senso di antico. Mi piacerebbe che la storia fosse vissuta come attuale, nelle sue suggestioni senza tempo.. Mi piacerebbe, e non sarebbe semplice, riuscire a rendere, prima nella sceneggiatura e poi nella realizzazione, i silenzi, i movimenti rallentati, il punto di vista del protagonista. Sarebbe bello…


Il romanzo

Sicilia, 1915. All'alba della Grande Guerra, Mico sta per raggiungere la stazione dei treni. Deve lasciare il piccolo villaggio di mare in cui è nato e cresciuto, per intraprendere il lungo viaggio che lo condurrà al fronte. Con lui, lungo la strada, il compagno di sempre, un giovane storpio, salvato dalla sua infermità dall'inferno che al nord attende i suoi dannati. Da tale doloroso distacco prende il via la storia di un'amicizia spezzata, una lunga e amara discesa nel baratro della vita. Scuriatti scrive un libro struggente, reso autentico dalle parole “intraducibili” della sua Terra, pennella quadri da cui escono soggetti vivi che sanno commuovere e che a tratti ricordano personaggi come Cinto ne La luna e i falò di Cesare Pavese: «...su una ruota stesa per terra era seduto un ragazzo, in camicino e calzoni strappati, una sola bretella, e teneva una gamba divaricata, scostata in modo innaturale. Era un gioco quello? Mi guardò sotto il sole, aveva in mano una pelle di coniglio secca, e chiudeva le palpebre magre per guadagnar tempo».

L’autore

Massimiliano Scuriatti (1970), autore e sceneggiatore siciliano, vive in Lombardia e scrive ovunque. Torna spesso nella sua isola, per rivedere il mare, allentareil passo e soffermarsi a pensare. Mico è tornato coi baffi è il suo primo romanzo.


 
Tag:  Massimiliano Scuriatti, Mico è tronato coi baffi, Bietti Edizioni, Grande Guerra, Sicilia.

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