Laura Basilico ci parla del suo Sotto Assedio

Un libro coraggioso e attualissimo, che parla di una donna e della sua esperienza con la maternità, una storia purtroppo drammatica e più comune di quanto la società in cui viviamo sia disposta ad ammettere

di Carlotta Pistone

Pubblicato mercoledì, 6 novembre 2013

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Courtesy of Demian Edizioni
Ciao Laura. Il tuo nuovo romanzo tratta un lato drammatico della maternità, oscuro più che altro perché in molti non lo riconoscono o fanno finta di non vederlo. Ci vuoi raccontare brevemente la storia narrata in Sotto Assedio?
Racconto la vicenda di Caterina, giovane legale precaria che perde l’impiego a causa della maternità – doppia e ravvicinata, nel suo caso - e in più deve combattere contro la depressione post parto, un disturbo che, come spiego chiaramente nella breve introduzione, interessa un numero notevole di neo madri. La morte del figlio maggiore, poi, scatena una serie di eventi che ovviamente non posso anticipare.

Quali ragioni ti hanno spinta a scrivere questo libro? Qual è la natura e l’origine di queste motivazioni?
Io stessa ho scontato sulla mia pelle il costo che troppo spesso la maternità rappresenta per una lavoratrice, precaria o no, ma la vera motivazione è stata la grande rabbia di scoprire quanta ipocrisia sociale circondi la maternità, e quanta sofferenza inutile – e in gran parte evitabile - scaturisca da questa ipocrisia. Una situazione inaccettabile che per paradosso oscura anche i lati migliori di questa incredibile esperienza.

Tu sei madre e sei una lavoratrice. In che modo hai approcciato il personaggio di Caterina, la protagonista, per costruirne i tratti del carattere e la vicenda? E se dovessi valutare il suo comportamento dall’esterno, per quanto possa essere difficile per te essere distaccata, come la giudicheresti?
La storia che racconto è purtroppo assolutamente reale nella prima parte, e realistica nella seconda. Ho dovuto inventarmi davvero poco. Le madri sono probabilmente la categoria più giudicata dalla nostra società, con una severità sovente fuori luogo. Dunque non voglio giudicare il mio personaggio, essendo stata a mia volta giudicata con parametri perlomeno discutibili, e non sempre in buona fede.

Attraverso il personaggio di Caterina hai voluto trasmettere un messaggio alle mamme o future tali? Come pensi che la giudichino/giudicheranno loro?
Veramente ho voluto trasmettere un messaggio a tutti, se posso permettermi. Questo è un romanzo di denuncia un po’ travestito da thriller, volutamente ambiguo e ambivalente, dove chi legge, uomo o donna, può venire a conoscenza di realtà solitamente taciute e poi rifletterci sopra, secondo la propria sensibilità. Caterina incarna qualunque donna nella fase della vita in cui solitamente si diventa madre (25/40 e anche oltre, ormai). Nessuna è sola: ci sono (quasi sempre) mariti e compagni, genitori e altri parenti, amici, colleghi. La questione riguarda l’intero tessuto sociale. Vorrei che si conoscesse il problema, piuttosto che si giudicasse chi ne è colpito. Se la società si comportasse verso le madri con le modalità che pretende dalle  stesse verso i figli, ovvero mettesse in campo nei loro confronti altrettanta dedizione, attenzione, tempo, risorse e fatica, probabilmente non saremmo neppure qui a discutere della questione.

I problemi che coinvolgono l’universo femminile legati a gravidanza, maternità e conciliazione tra maternità e lavoro, sono all’ordine del giorno, ma purtroppo se ne parla ancora troppo poco. In che modo ti sei documentata e qual è la tua esperienza personale in merito?
I problemi legati alla famosa conciliazione sono la conseguenza diretta della disattenzione istituzionale. La questione è nota, si chiacchiera molto senza che nulla o quasi si muova, nel concreto. La maternità, tanto invocata e celebrata a parole pubblicamente, rimane un fatto privato. Come ti arrangi poi – perché questo è il termine giusto - è affar tuo. I servizi dedicati sono ai livelli di 50 anni fa, quando le madri erano prevalentemente casalinghe. L’Italia è una Repubblica fondata sui nonni baby-sitter, senza i quali diventa quasi impossibile tenersi un impiego, salvo disporre di risorse economiche per una tata a tempo pieno.  E fintanto che le aziende continueranno a ritenere la maternità un disvalore economico e la madre una lavoratrice meno affidabile, difficile che qualcosa muti.

Cosa credi si stia/non si stia facendo in Italia per fronteggiare – o anche solo riconoscere - queste forme di disagio, già parecchie volte sfociate in tragedia?
In Italia si fa davvero poco. La rabbia di cui parlavo all’inizio è stata quella di scoprire, scavando un po’, che non solo non ero un caso isolato, ma che il fenomeno della depressione post parto è da decenni ben noto agli “addetti ai lavori” (ricercatori, primari, etc) senza che ciò si traduca in azioni concrete di prevenzione e cura, come già accade da tempo in altre nazioni. E’ come se la sofferenza di un numero cospicuo di donne (100.000 l’anno, il 20% delle partorienti) fosse un prezzo accettabile per il mantenimento della pace sociale. Comodità e omertà rimano benissimo. Le rare (per fortuna) tragedie, conseguenza di psicosi puerperale, una forma ben più grave, sono la punta di un iceberg gigantesco che si sottovaluta appunto per comodità mista a pigrizia.

Per quanto riguarda invece gli uomini, nel tuo libro, usi parole forti verso l’universo maschile e il ruolo – forse sarebbe meglio definirlo non ruolo – che si assumono nell’ambito della gestione famigliare quando subentrano dei figli. Ha costruito il personaggio del marito di Caterina pensandolo come un caso estremo, oppure pensi che la sua figura rappresenti in generale il padre medio odierno?
Lorenzo, il marito di Caterina, rappresenta una tipologia diffusa. Non la regola, per fortuna, ma nemmeno un caso estremo. L’arrivo di un figlio, specie del primo, sconvolge anche l’assetto della coppia, e sebbene di norma i neo padri non siano costretti a riconfigurare da zero la loro vita, scontano il fatto di essere ancora meno attrezzati delle proprie compagne ad affrontare gli inevitabili cambiamenti. A loro parziale discolpa va detto che questa impreparazione è anche conseguenza di una pessima e pigra educazione familiare e sociale, della quale poi non di rado sfruttano la “comodità”.

Domanda insidiosa: se potessi scegliere rinasceresti donna o uomo? Perché?
Difficile dirlo. A pelle sembra che la vita al maschile sia meno complicata, ma potrei esserne certa solo vivendola. Di sicuro privilegiata rispetto a quella al femminile, questo sì, perlomeno in Italia.

Hai scelto tu il titolo Sotto Assedio?
Sì. Mi sembrava rendesse bene la pressione, spesso disorientante, cui la donna viene sottoposta quando diventa madre. Per onestà bisogna anche rilevare che la marcatura a uomo con cui vengono assillate le non-madri non è meno tenera, anzi.

Rispetto al tuo primo libro, Come un tuono in cerca di pioggia, un romanzo rosa completamente differente per argomento e struttura, quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato in merito alla scrittura e alla pubblicazione?
Ho deciso di affrontare l’argomento quando ho capito che il problema non riguardava me soltanto, ma una pluralità di persone, vasta e costante, praticamente abbandonata al proprio destino. Un argomento spinoso richiedeva un linguaggio secco per esprimere concetti duri. Avrei voluto essere più pesante, ma in certi momenti è scattata una sorta di autocensura. L’editore non mi ha chiesto modifiche, nemmeno una virgola, e questo è per me motivo di grande soddisfazione. Per contro, ho ricevuto anche critiche che evidenziavano la difficoltà per molte persone ad affrontare una realtà scomoda e per loro inedita.

Quali presentazioni hai in programma per Sotto Assedio?
In questo mese di novembre tre: il 14 a Milano presso Il Mio Libro, il 15 a Sesto Calende presso la Libreria Eufemia, e il 26 ancora a Milano presso La Nuova Scaldapensieri.

Prossimi progetti letterari in cantiere?
Tanti, come sempre. Diciamo almeno tre seri.
Tag:  Sotto assedio, Laura Basilico, Demian Edizioni, maternità, depressione post parto, donne e lavoro

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