Patrizia Fortunati ci parla del suo libro Marmellata di prugne

La storia di una "bambina di Chernobyl", nata come migliaia di bambini nel momento e nel posto sbagliato del mondo. Il racconto della sua lunga, dura vita in Bielorussia e delle stupende "estati italiane". Un libro che è anche una testimonianza e riporta l'attenzione su un disastro di cui non si parla più ma che è tutt'altro che superato

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Courtesy of Ali&no Editrice
Cara Patrizia, benvenuta su Mondo Rosa Shokking. “Marmellata di prugne” racconta una storia molto commovente e forte, la storia di una bambina divenuta adulta e poi anziana in Bielorussia, una “bambina di Chernobyl” che ha avuto modo di crescere interiormente grazie alle vacanze estive da i suoi italiani. Quali sono le ragioni che ti hanno spinta a scrivere questo libro?
“Marmellata di prugne” non è nato come un romanzo. Ho iniziato a scrivere perché sentivo il bisogno di farlo, una necessità intima e insopprimibile di far uscire quello che avevo dentro. Solo in un secondo momento ho pensato che sarebbe potuto diventare un romanzo.
L’ho scritto per dare il mio contributo affinché si torni a parlare di Chernobyl, da troppo e da troppi dimenticato. Sono passati ventotto anni, le conseguenze di quel terribile disastro nucleare si sentiranno ancora per decenni.
L’ho scritto per condividere ricordi ed emozioni, con chi ha fatto la mia stessa esperienza di accoglienza, con chi vorrà farla e con chi non la farà mai. Ricordi ed emozioni che siano alimento di rinnovate speranze.
L’ho scritto per dire grazie a tutte quelle persone e quelle associazioni di volontariato che si spendono, ogni giorno, per regalare un sorriso a chi ha avuto solo la sfortuna di “nascere nella parte sbagliata del mondo”. La bambina che veniva da noi diceva spesso “dalle mie parti si dice: Italiani, brava gente”. Ecco l’ho scritto per ricordarci, in un momento così difficile per il nostro Paese, che siamo anche questo.

La protagonista, Lyudmila, è una persona reale che tu hai voluto elevare ad esempio per far comprendere la condizione di tante, tantissime donne che hanno vissuto la sua stessa esperienza. Parlaci di lei, del rapporto con questo personaggio (vero e letterario), e di come hai fatto a ricostruire la sua storia.
Sì, Lyudmila esiste davvero. Dal 1994 e per dieci anni ha trascorso l’estate a casa della mia famiglia. Io allora avevo ventidue anni, lei otto. Abbiamo condiviso la mia camera, le mattina al parco e i pigri afosi pomeriggi in casa, le gite domenicali e le vacanze al mare. Lei ha portato le fedi il giorno del mio matrimonio.
Si è costruito, negli anni, un legame fortissimo, che continua anche ora che non ci vediamo da oltre dieci anni. Da quel giorno di giugno 1994 in cui Lyudmila è arrivata in Italia per la prima volta, lei fa parte della nostra quotidianità e noi della sua. Anche a duemila chilometri di distanza. Perché certi fili invisibili sono indissolubili.

Come mai hai scelto di scrivere in prima persona e di far parlare del proprio passato una Lyudmila ormai novantenne proiettata in un ipotetico futuro?
Lyudmila è nata nel 1986, proprio l’anno dello scoppio della centrale.
In “Marmellata di prugne” io immagino che lei abbia novant’anni – il romanzo è ambientato in un ipotetico 2077 – e che racconti la sua vita dal primo giorno che è arrivata a casa nostra. La scelta di immaginarla novantenne è dovuta innanzitutto al fatto che lei non credeva possibile arrivare a quell’età. Non aveva mai visto in vita sua un vecchio di ottant’anni. Nella campagna bielorussa si invecchia molto presto e molto male.
E poi è stato un modo per raccontare come, quelle dieci estati italiane, possano aver cambiato il suo modo di pensare, di vivere, di respirare nell’arco della sua intera esistenza.
La prima parte del romanzo, quindi, è tutta vera. La seconda immaginata.
In quanto allo scrivere in prima persona, non è stata una scelta. E’ stata una cosa del tutto naturale, non pensata né ragionata. Una cosa istintiva.

Avresti potuto puntare molto di più sul disastro di Chernobyl , che invece resta in secondo piano, anzi, viene appena accennato. Avendo letto il romanzo ho capito il senso della tua scelta e la condivido, ma vuoi spiegarne il motivo ai nostri lettori?
Io credo che solo il tempo potrà spiegare, e probabilmente solo in parte, i grandi avvenimenti che hanno fatto la storia degli uomini che in qualche modo li hanno vissuti o subiti.
Non avrebbe avuto senso, non sarebbe stato giusto, far diventare il disastro di Chernobyl a protagonista del romanzo. Protagonista è Lyudmila, una bambina di nemmeno otto anni che arriva in un Paese sconosciuto con gli occhi sgranati e una valigia di cartone vuota. Protagonista è una donna che in parte subisce in parte si sceglie una vita difficile, fatta di miseria materiale e culturale, ma che a un certo punto sceglie di dire basta. E’ una vecchia di novant’anni che sa che la sua fine è prossima e vuole tirare le somme della sua vita. Per capire.
Chernobyl resta sullo sfondo. E a causa di Chernobyl che Lyudmila e centinaia di migliaia di bambini bielorussi ed ucraini sono partiti e partono per le vacanze terapeutiche. E’ “grazie” a Chernobyl che Lyudmila conosce “altro” e avrà la possibilità, da adulta, di scegliere. Il più grande lusso della sua vita: la possibilità di scegliere.

C’è un episodio del libro che nel viverlo, scriverlo, ricordalo ti ha toccata particolarmente?
Ce ne sono tanti. Ricordo benissimo il giorno in cui arrivò. Ricordo i suoi occhi spalancati e impauriti, quella piccola valigia di cartone che teneva strettissima. Era tutto quello che aveva. Giunti a casa la aprimmo: era vuota. Ricordo la sua paura nell’entrare nella doccia, la sua faccia incantata davanti all’oblò della lavatrice. Ricordo la sua fame, fame arretrata da sempre.
E poi ricordo la vigilia di Natale in cui, dopo aver subito l’ennesima violenza, decise di dire basta.
Quell’episodio ha scatenato in me la voglia di raccontare la sua storia. E segna lo spartiacque tra la parte reale e la parte immaginata.

Chi sono oggi i “bambini di Chernobyl”, della Bielorussia di Lyudmila e le famiglie che li hanno accolti nelle loro case tanti anni fa?
I “bambini di Chernobyl” continuano a venire in Italia e ad andare in altri Paesi europei. Purtroppo il loro numero è drasticamente diminuito, per diversi motivi. Sicuramente ha inciso e incide l’impegno economico: alcune associazioni sono in grado di coprire i costi del viaggio per intero, altre solo in minima parte. E poi, come dicevo precedentemente, non si parla più di Chernobyl, come se il problema fosse risolto, come se fossero bastati ventotto anni all’aria, al terreno, all’acqua per tornare “puliti”. Magari fosse così.
Molti dei bambini che vengono sono i figli della prima generazione colpita dalle radiazioni. Anche la primogenita di Lyudmila il prossimo anno avrà l’età per venire e chissà…
Le famiglia che accolgono sono famiglie che credono fortemente nei valori della solidarietà e dell’accoglienza. Non sono famiglie eroiche: sono famiglie “normali” che decidono di donare un po’ del loro tempo e della loro disponibilità a dei bambini che hanno bisogno di disintossicarsi dal territorio contaminato in cui nati e in cui vivono. Persone che sanno l’importanza di donare il sorriso a un bambino che arriva con gli occhi sgranati e una piccola valigia di cartone.
Un’ultima cosa. Chi accoglie un bambino, non accoglie solo un minore, ma accoglie una famiglia. La famiglia che quel bambino, una volta diventato adulto, si formerà.

“Marmellata di prugne” ha riscosso un successo  che forse nemmeno tu ti aspettavi… Vuoi ringraziare qualcuno in particolare che ti ha aiutata durante la scrittura e per la divulgazione del romanzo?
Ovviamente parliamo di piccoli numeri in termini assoluti, ma considerato che io sono un’esordiente e la mia casa editrice una piccola realtà indipendente, essere arrivati alla quarta ristampa in nove mesi è un risultato estremamente importante per noi.
Dunque i rigraziamenti… Per quanto riguarda la stesura, l’ho scritto senza dire niente a nessuno. Nessuno, né mio marito, né i miei genitori sapevano che stessi scrivendo. Ho iniziato a dirlo quando sono arrivato i primi contatti con gli editori.
Per quanto riguarda, invece, la promozione, il mio ringraziamento va a tutte le piccole e grandi associazioni di volontariato che da ventotto anni operano a favore dei “bambini di Chernobyl”. Il loro entusiasmo per il romanzo mi ha davvero commossa. Insieme abbiamo organizzato presentazioni in diverse località italiane e altre ce ne saranno per far conoscere la storia di Lyudmila. La sua storia che è la storia di cento, mille Lyudmila, cento, mille donne nate nel luogo, nella famiglia, nel momento sbagliato, che hanno fatto mille e più sbagli, e che hanno amato l’uomo sbagliato, e che sono cadute un’infinità di volte. Ma che si sono rialzate un’infinità di volte più una.
Questo romanzo è per loro. Per le donne. Perché siano sempre capaci di guardare oltre l’orizzonte.


2013, Ali&no Editrice 
pp. 166
prezzo di copertina € 15
Tag:  Marmellata di prugne, Patrizia Fortunati, Ali&no Editrice, disatro di Chernobyl, Bielorussia, accoglienza, "bambini di Chernobyl", violenza, donne

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