Handicap maternità

L'Italia non è un paese per mamme

di Valentina Paternoster

Pubblicato giovedì, 29 aprile 2010

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Nella recente conferenza “Donne e Parità”, tenutasi a Milano presso la sede della Fondazione Corriere della Sera, la presidente dell’associazione Valore D, nonché vice amministratore delegato di IKEA Italia, Simona Scarpaleggia, ha provocatoriamente affermato che l’iperprotezione della maternità da parte delle istituzioni può essere nociva poiché gli imprenditori la vedono come una norma che favorisce la rigidità piuttosto che la flessibilità.
Ad oggi la legge obbliga le neomamme a rimanere a casa cinque mesi (due, riducibile a uno, prima del parto, tre, estendibile a quattro, dal momento della nascita del bambino) a stipendio pieno.
Ma siamo sicuri che tutte le mamme vogliano stare a casa così a lungo? E siamo sicuri che nessuno dei lavori impiegatizi o manageriali possa essere svolto ugualmente da casa con la connessione in remoto oppure attraverso l’utilizzo di web conference e di telefonate via skype?
Queste forme di lavoro, che consentono ugualmente alla donna di stare a casa con il proprio pargolo, permettono di evitare quel distacco forzato dalla propria professione che, nella maggior parte dei casi, comporta uno stop nell’avanzamento di carriera della lavoratrice.
Non solo, ma questo stop forzato sfavorisce le giovani donne nell’ingresso e nella permanenza nel mondo del lavoro: tante sono ancora oggi le aziende che chiedono, per forma scritta o verbale, che le donne non procreino entro tot anni, minacciando implicitamente il licenziamento. Sono ricatti psicologici ormai consoni nel tessuto lavorativo italiano: piccole e medie imprese investono sui propri collaboratori e necessitano di una presenza costante.
Nelle PMI (piccole e medie italiane) infatti non vale la regola “Tutti sono necessari, nessuno è indispensabile”, e una donna potenzialmente madre, non in grado di garantire la propria disponibilità tutti i giorni e tutti i momenti dell’anno, è considerata un valore a perdere.
Da qui il gap salariale di genere, da qui la mancanza di donne ai vertici delle aziende: a parità di competenze si fa pagare alla donna la propria potenziale maternità, a parità di esperienza le si fa pagare la scelta della famiglia.
Letto in questi termini e senza citare cifre ridondanti su tasso di natalità ai minimi storici e disoccupazione galoppante, la situazione appare ancora più drammatica e le mancanze di un apparato legislativo diventano ancora più spesse: le donne pagano all’azienda sin dal momento dell’assunzione, percependo un salario più basso rispetto al collega maschio, la futura assenza per procreazione.
Il punto qui però è: come fare a dimostrare che al momento dell’assunzione di un uomo e di una donna, a parità di competenze, la donna percepisce meno?
Non avendo purtroppo risposte, attendiamo risposte da sociologi del lavoro, statistici, sindacati.
Tag:  donna, mamma, Valore D, Corriere della Sera, lavoro

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