Happy SAHD

Genitori a casa, genitori felici. Quando la maternità la fa l'uomo di casa

di Valentina Paternoster

Pubblicato lunedi, 5 luglio 2010

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SAHD sta per Stay At Home Dads: fenomeno in crescita negli Stati Uniti e in diffusione in Europa, un po' grazie alla moda, un po' grazie alle leggi del Nord Europa, che impongono una divisione dei compiti anche per il periodo di maternità, aprendo le porte, e il pensiero, verso una dimensione nuova della paternità.
Negli USA i papà a tempo pieno, che hanno addirittura un raduno e un festival dedicati, sono anche oggetto di un docu-film, intitolato proprio Happy SAHD. E noi abbiamo intervistato il regista, Michael Ivan Shwartz.

Come nasce la scelta di essere uno SAHD?
Principalmente la scelta si basa sulla differenza di stipendio tra il marito e la moglie. Spesso le mogli hanno degli stipendi molto più alti e la famiglia non si può permettere che smettano di lavorare. Così i mariti che si sentono di farlo stanno a casa con i bambini. E’ estremamente raro che lo facciano solo perché hanno perso il lavoro o sono disoccupati, quindi quasi obbligati. E' quasi sempre una scelta consapevole fatta nel momento in cui si viene a sapere che le loro compagne sono incinte, a cui segue un’analisi della situazione finanziaria della famiglia.

Quali sono le caratteristiche comuni a tutti i SAHD?
Direi che forso sto cominciando con una generalizzazione, ma prima di tutto il carattere degli uomini che prendono questa decisione è molto simile: sono più rilassati, non sono molto ambiziosi e non vogliono fare carriera, sono ottimi comunicatori e hanno mogli che hanno il polso forte.

Con quanti hai parlato in tutto? Hai intervistato solo quelli di Baltimora o hai incontrato anche SAHD di altre città?
Il gruppo di Baltimora si incontra ogni settimana e sono sempre presenti almeno 15 papà. Io ho partecipato ai loro incontri per mesi. Ci sono gruppi del genere anche in altre città e c’è una convention di SAHD in Nebraska ogni anno dove hanno mostrato il film e tutti hanno avuto l’impressione che la mia indagine fosse molto completa. Ci sono stati solo un paio di papà di Washington che si sono lamentati della poca interrazialità delle mie interviste. Volevano vedere esponenti di gruppi razziali diversi.

E’ difficile per loro reinserirsi nel mondo del lavoro?
Solo un paio di uomini che ho intervistato si trovavano nella situazione di cercare lavoro. Per loro il vero problema era trovare il tempo di trovare gli annunci o di andare ai colloqui perché sono molto occupati con i bambini durante la giornata. Di solito questi uomini stanno a casa per un periodo che va dai 5 ai 7 anni e poi si sa che torneranno al lavoro. Ma i due a cui mi riferisco non hanno avuto problemi a trovare lavoro, uno era un ingegnere e uno un assistente sociale. Hanno solo dovuto spiegare il buco nel loro curriculum che per un uomo risulta essere un po’ meno scontato che per una donna, ma non ho sentito che nessuno abbia avuto particolari problemi.

Qual è il segreto per essere un buon SAHD?
"Do it their way"! Trovano il loro modo di crescere i bambini, in quanto non fanno quello che farebbe la moglie o che farebbe qualcun altro. Trovano il loro equilibrio con i figli e forse sono un po’ meno fissati con la disciplina e hanno un forte aiuto dalla condivisione dei loro problemi con gli altri SAHD. Perché sanno di non essere i soli e non si sentono diversi. Mi ricordo che un papà dopo aver visto il documentario mi ha ringraziato perché lui non conosceva altri uomini che avevano fatto la sua scelta e sapere di non essere il solo gli ha dato conforto. Per loro è molto importante avere il supporto del gruppo.

Che cosa fanno questi gruppi? Organizzano dei playdates oppure i papà si incontrano senza i figli e parlano dei loro problemi?
Non hanno un piano molto preciso. Di solito una volta al mese si incontrano a casa di qualcuno, una volta si incontrano al parco con i bambini e almeno una volta fanno qualche attività interessante, come andare al museo o al cinema. A volte vanno in biblioteca per fare delle letture a voce alta. Io non li definirei playdates perché in quel caso è solo un divertimento per i bambini. I SAHD preferiscono delle attività che coinvolgono i papà che si portano dietro i bambini. Voglio dire che non si trovano solo per far giocare i bambini o per parlare dei loro problemi tipo terapia di gruppo.

Però condividono le loro esperienze?
Si certo parlano delle loro mogli, dei problemi che hanno con i bambini…di sport. Sono un gruppo di amici che hanno fatto la stessa scelta.

Come hai avuto l’idea di girare il documentario?
Avevo un amico che conosceva un SAHD e mi ha parlato di questo gruppo. L’ho trovato molto interessante, non ne sapevo nulla e mi è sembrato un buon argomento per il mio primo lungometraggio. Ad essere sincero adesso non ho figli, ma lavoro da casa quindi non escludo che potrei diventare anche io uno SAHD un giorno. Comunque ci tengo sicuramente a passare tanto tempo con i miei (futuri) figli, penso che sia una cosa importantissima.

Per quanto tempo li hai seguiti e come hai scelto i protagonisti da intervistare?
Ho girato per circa un anno e mi sono accodato al gruppo. Poi ho cercato di scegliere persone che dessero l’idea di tutte le diverse situazioni e condizioni in cui si possono trovare gli SAHD.

Qual è il loro rapporto con le mogli? E che differenza hai notato con le SAHM?
Non ho passato molto tempo con loro a casa, ma quello che ho notato è che per quanto riguarda i lavori domestici la differenza tra gli SAHD e le SAHM è che di solito le SAHM, oltre a occuparsi dei figli, cucinano e gestiscono la casa e i loro mariti non fanno praticamente nulla. Gli SAHD nella maggior parte dei casi si occupano solo dei figli, poi dividono con le moglie le altre incombenze, come per esempio sistemare la casa e preparare la cena, mettere a letto i bambini: trovano un equilibrio. E dopo aver fatto questa esperienza si scioccano quando scoprono che i loro amici non partecipano alla vita dei loro figli o ai lavori di casa. Ma per arrivare a questa consapevolezza un uomo deve stare a casa con i suoi figli per un lungo periodo di tempo.

Hai intervistato anche SAHM?
Si ho intervistato delle SAHM per fare una specie di confronto con gli SAHD. Quello che ho notato è che le donne sono più pettegole, parlano dei mariti, dei pettegolezzi del quartiere. Sono meno interessate ai bambini quando sono insieme; gli uomini anche quando sono insieme passano il loro tempo con i bambini.

Forse perché per loro è una cosa nuova gestire i bambini al 100% e magari le donne sono meno ansiose nei confronti dei loro figli.
Non so, questa è la prospettiva femminile. Secondo me gli uomini lo considerano come un lavoro e si impegnano a crescere i figli come se fosse la loro professione, dicendosi: "Se devo stare a casa questa sarà la mia carriera per i prossimi anni”. Fanno delle strategie e applicano delle tattiche, non fraintendermi anche alcune mamme lo fanno, ma di solito vengono additate per questo dalle altre come troppo manipolative, mentre gli uomini sono rispettati per questo. O forse questi sono tutti stereotipi.

E parlami un po’ delle mogli degli SAHD? Come reagiscono a questa situazione, si sentono in colpa o sono tranquille?
C’è decisamente un certo livello di colpa e cercano di farsi perdonare quando vengono a casa e rientrano nel ruolo della mamma. Non è solo colpa, vogliono spendere del tempo con i loro bambini. In una coppia, in particolare, la mamma voleva rimanere a casa con i gemelli, così lui li ha seguiti solo i primi due anni, poi lei si è imposta ed è voluta rimanere a casa con i bambini, anche se lui avrebbe voluto stare a casa. Ma sotto questo punto di vista ho una prospettiva un po’ limitata devo ammetterlo.

Cosa farai ora con il documentario? Lo vedremo mai in Italia?
Chissà. Non lo manderò ad altri festival e sto cercando di venderne i diritti e commercializzarlo. Di certo, non lo vedrete gratis online!


Tag:  SAHD, SAHM, Baltimora, Happy SAHD, Michael Ivan Shwartz

Commenti

27-12-2011 - 20:40:55 - anonimo
sadcs
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